III

2517 Words
III Le disposizioni prese. – Il metodo di lavoro di Harris. – Come il padre di famiglia appende un quadro. – Giorgio fa un’osservazione accorta. – Delizia del bagno mattutino. – In caso di rovesci. Così, la sera seguente, ci riunimmo di nuovo, per discutere ed elaborare i nostri piani. Harris disse: – Ora, la prima cosa da stabilire è ciò che bisogna portarci. Tu, Gerolamo, piglia un pezzo di carta e scrivi; e tu, Giorgio, piglia il catalogo della drogheria, e datemi un pezzetto di lapis, ché farò la lista. Questo è tutto Harris – così pronto ad assumersi l’onere di ogni cosa e poi di addossarlo agli altri. Egli mi fa venire sempre in mente il mio povero zio Podger. In vita mia non avevo visto mai tanto trambusto in una casa, come nel momento che mio zio Podger si accingeva a far qualche cosa. Un quadro era ritornato dal negoziante di cornici, ed era stato lasciato ritto contro una parete della sala da pranzo aspettando d’essere appeso. La zia domandava che cosa si doveva farne, e lo zio diceva: – Lascia fare a me. Nessuno di voi s’impicci del quadro. Farò tutto io. E allora si cavava la giacca, e cominciava. Mandava, la fantesca a comprare cinquanta centesimi di chiodi, e poi uno dei bambini che la raggiungesse per dirle di che dimensione dovevano essere, e dopo imprendeva gradatamente a mettere in moto tutta la casa. – Ora, tu, Guglielmo, va a pigliarmi il martello – gridava – e tu Tommasino, va a pigliarmi la squadra; e m’occorrerà anche la scaletta, e forse sarà meglio una sedia di cucina. Tu, Gianni, fa due salti dal signor Goggles; digli: – Tanti saluti da parte di papà, e come state con le gambe? – e se mi vuol prestare il livello. E tu, Maria, non te ne andare, perché ho bisogno che qualcuno mi tenga la candela; e quando ritorna la fantesca, deve andare a comprare un pezzo di cordone; e, Tommasino!... dov’è Tommasino?... Tommasino, vieni qui; piglia il quadro e dammelo! E allora il quadro sollevato gli cadeva di mano, e saltava dalla cornice, ed egli, per salvare il vetro, si tagliava un dito; e allora si metteva a saltare per la stanza, cercando il fazzoletto. Non poteva trovare il fazzoletto, perché l’aveva nella tasca della giacca, e non sapeva dove aveva lasciata la giacca, e tutti di casa dovevano interrompere la ricerca degli strumenti e cominciare a cercar la giacca, mentr’egli intanto seguitava a saltare in giro, impacciandoli. – Sa nessuno in tutta la casa dov’è la mia giacca? Non m’è capitato mai di vedere gente simile! Siete in sei!... e non siete capaci di trovare una giacca che mi son cavata, cinque minuti fa!... Quant’è vero... In quel momento era seduto, e scoprendo di star sopra la giacca, gridava: – È inutile che andiate in giro. L’ho trovata da me. Rivolgermi a voi perché troviate qualche cosa, è come dirlo al gatto. E, dopo ch’aveva impiegato mezz’ora a legarsi l’indice, ed era stato trovato un altro vetro, e gli strumenti, e la scala, e la sedia e la candela erano lì pronti, cominciava un altro divertimento: chè tutta la famiglia, compresa la fantesca e la donna a giornata, doveva assistere in semicerchio, pronta a dare una mano. Due persone dovevano reggere la sedia, una terza doveva consegnargli un chiodo, una quarta passargli il martello; e lui, pigliando in consegna il chiodo, lo lasciava cadere. – Ecco – diceva, in tono d’offesa – è caduto il chiodo! E tutti dovevamo inginocchiarci a cercarlo, mentr’egli se ne stava ritto sulla sedia a brontolare, e a domandarsi se doveva rimaner lì tutta la sera. Il chiodo veniva finalmente scovato, ma intanto lui aveva perduto il martello. – Dov’è il martello? Che n’ho fatto del martello? Giusto cielo! Ve ne state lì in sette a bocca aperta, e non sapete che cosa n’ho fatto del martello! Gli trovavamo il martello; e intanto aveva perso di vista il segno da lui fatto sulla parete, per configgervi il chiodo; e ciascuno doveva a turno salire accanto a lui sulla sedia per cercar di trovare il segno; e ciascuno lo scopriva in un punto diverso; e lui ci chiamava stupidi, l’uno dopo l’altro, ordinandoci di scendere. E prendeva la squadra, per prender le misure un’altra volta, e trovando che gli occorreva la metà di ottantuno centimetri e tre settimi di centimetro dall’angolo, tentava di fare il calcolo a memoria e gli pareva d’impazzire. E tutti tentavamo a memoria, e tutti giungevamo a risultati diversi, e ci davamo l’un l’altro la beffa. Nel trambusto generale, era dimenticato il numero originale e zio Podger doveva rimettersi a prender le misure. Questa volta egli usava un pezzo di corda, e, nel momento critico che lo zio era inclinato sulla sedia a un angolo di quarantacinque, provando di raggiungere un punto un decimetro più di quanto si potesse sporgere, gli scappava la corda, ed egli s’abbatteva sul pianoforte, con un effetto musicale veramente bello, prodotto dalla velocità con cui la testa e il corpo avevano colpito contemporaneamente tutte le note. E zia Maria esclamava che non voleva che i bambini stessero lì presenti a sentire le espressioni di mio zio. Finalmente, zio Podger fissava di nuovo il punto, mettendovi su l’estremità aguzza del chiodo con la sinistra, e prendeva il martello nella destra. E, al primo colpo, si schiacciava il pollice, e con un urlo, lasciava cascare il martello sui piedi del più vicino. Zia Maria osservava con dolcezza che la prossima volta che zio Podger avrebbe dovuto ficcare un chiodo nel muro, le facesse la finezza di avvertirla in tempo, perché essa potesse disporre le cose in modo da andare nel frattempo a passare una settimana con la madre. – Oh! le donne fanno sempre un mondo di difficoltà per niente – rispondeva zio Podger, riprendendosi. – Ebbene, a me piace di lavorare un po’ a questo modo. E allora ci si provava di nuovo, e, al secondo colpo, il chiodo entrava tutto quanto nell’intonaco, trascinandosi dietro mezzo martello, mentre zio Podger veniva proiettato contro la parete con forza quasi sufficiente da appiattirgli il naso. Allora gli dovevamo trovar di nuovo la squadra e la corda, e si doveva fare un buco nuovo; e, verso mezzanotte, il quadro era appeso – storto e alquanto instabile, con la parete che per dei metri in giro sembrava grattata da un rastrello, e tutti stanchi morti e infelici – tranne lo zio Podger. – Ecco qui – diceva, balzando pesantemente dalla sedia sui calli della donna a giornata, e dando uno sguardo a tutta quella confusione in giro con orgoglio evidente. – Molti avrebbero avuto bisogno d’un operaio per fare un lavoretto come questo. So che Harris sarà la stessa specie d’uomo quando sarà attempato, e glielo dissi. Aggiunsi che non potevo permettere che s’addossasse tanta mole di lavoro, e osservai: – No, piglia tu la carta, il lapis e il catalogo; Giorgio scriverà, e io farò il lavoro. La prima lista che compilammo dové essere rigettata. Era chiaro che il corso superiore del Tamigi non avrebbe permesso la navigazione d’una barca tanto grande da contenere gli oggetti segnati come indispensabili. Lacerammo la lista, e ne ideammo un’altra. Giorgio disse: – Sapete che siete assolutamente su una falsa pista? Non si deve pensare a ciò che ci potrebbe occorrere, ma soltanto a quello di cui non si può far senza. Giorgio, talvolta, se ne esce con delle osservazioni piene di buon senso, che vi sorprendono. Io la dichiaro, questa, vera saggezza, non semplicemente rispetto al nostro caso particolare, ma al nostro pellegrinaggio sul fiume della vita, in generale. Quanta gente, in tal viaggio, carica la propria barca, arrischiando continuamente di farla arenare, con un monte di stupidità che si credono essenziali al piacere e alla comodità della gita, ma che in realtà son ciarpame inutile. Come si sovraccarica la povera barchetta, fino all’altezza dell’albero, di splendide vesti e di grandi caseggiati, di servi inutili e d’un esercito di eleganti amici che non si curano un fico secco del proprietario, e che il proprietario non stima un centesimo; di dispendiosi ricevimenti, che non divertono nessuno, di formalità e di mode, di alterigia e di ostentazione, e della paura – oh il più grave e folle ciarpame! – della paura di che cosa penserà il vicino, di lussi che nauseano soltanto, di piaceri che annoiano, di vacui sfoggi, che, come la corona di ferro dei delinquenti d’una volta, fanno gonfiare e sanguinare la testa dolente che li porta! È ciarpame, amico, tutto ciarpame! Gettalo in mare. Esso aggrava la barca, e t’è difficile guidarla, e tu quasi svieni sui remi. La rende ingombrante e pericolosa, e tu non hai un momento libero da ansie e da cure, non un momento per sognare a tuo agio – non un momento per guardare le ombre procellose che affiorano dalle profondità, o lo scintillio dei raggi fra le onde che s’increspano, i grandi alberi della sponda che vi contemplano la loro immagine, o i boschi tutti verde e oro, o i gigli candidi e gialli, o i cupi giunchi ondeggianti, o le alghe, o le orchidee e gli azzurri non-ti-scordar-di-me. Getta via il ciarpame, amico! Che la tua barchetta sia leggera, e porti soltanto ciò di cui hai bisogno – una casa modesta e dei piaceri semplici, un paio d’amici degni di questo nome, qualche persona da amare e che ti ami, un gatto, un cane, un paio di pipe, abbastanza da mangiare e da metterti addosso, e un po’ più di abbastanza da bere, perché la sete è cosa pericolosa. Troverai che la tua barca si guida più facilmente e che sarà meno soggetta a rovesciarsi. Se poi si rovescia, che importa? La buona, la semplice mercanzia resiste all’acqua. Avrai tempo di pensare, come anche di lavorare. Tempo di bere nel sole della vita – tempo di ascoltare la musica eolia che il vento di Dio trae dalle corde dei cuori umani che ci stanno d’intorno – tempo di... Domando scusa. M’ero per un momento obliato. Dunque, lasciammo che facesse la lista Giorgio, ed egli la cominciò. – Non porteremo una tenda – consigliò Giorgio – avremo la barca coperta. È molto più semplice, e più comoda. L’idea ci sembrò ottima, e noi approvammo. Non so se voi abbiate mai veduto l’oggetto al quale s’accenna. Si fissano degli archi di ferro sulla barca, e su di essi si stende una grossa tela, legandola intorno intorno, da prua a poppa: la barca si trasforma in una specie di bella e comoda casetta, sebbene un po’ afosa; ma, già, ogni cosa ha i suoi difetti, come disse quel tale quando gli morì la suocera e dové pagare le spese dei funerali. Giorgio disse che quindi dovevamo portarci una coperta per ciascuno, una lampada, del sapone, un pettine e una spazzola (fra tutti), uno spazzolino da denti (per ciascuno), un catino, della polvere dentifricia, degli strumenti da raderci (sembra un esercizio di francese, non è vero?) e un paio di grandi accappatoi da bagno. Io osservo che la gente fa sempre dei giganteschi preparativi quando deve recarsi presso l’acqua, ma che quando ci si trova, di bagni non ne fa molti. Accade lo stesso quando si va al mare. Io decido sempre – quando ci penso stando a Londra – che mi leverò presto la mattina e andrò a tuffarmi in acqua prima di colazione; e metto religiosamente nella valigia un paio di mutandine e l’accappatoio e compro sempre le mutandine rosse. Mi piace di figurare in mutandine rosse, che s’adattano così bene alla mia carnagione. Ma quando sono al mare, non sento la stessa voglia che sentivo in città, di levarmi la mattina presto. Al contrario, provo più che mai il bisogno di restarmene a letto fino all’ultimo momento, e poi d’alzarmi a far colazione. Un paio di volte la virtù trionfò, e m’alzai alle sei e mi vestii alla meglio, e, afferrando le mutandine e l’accappatoio, uscii melanconicamente di casa. Ma non mi divertii. Quando vado a bagnarmi la mattina presto, par che si tenga in serbo, a bella posta per me, uno speciale e tagliente vento di levante che m’aspetta, e poi che si raccolgano tutte le pietre triangolari, che le mettano al di sopra, le aguzzino agli scogli e ne coprano le punte con un po’ di sabbia, in modo che io non possa vederle, e che quindi piglino il mare e me lo scaraventino due miglia lontano, così che io ho da rannicchiarmi tutto e saltellare fin laggiù, rabbrividendo a traverso dieci centimetri di acqua. E quando ci arrivo, al mare, non s’immagina quanto esso si mostri oltraggioso e brutale. Un cavallone mi abbranca con invincibile violenza, e mi costringe a rannicchiarmi contro uno scoglio ch’è stato messo lì per me. E, prima che io possa dire: – Ahi, oh! – e scoprir ciò che è accaduto, il cavallone ritorna e mi trasporta in mezzo all’oceano. Comincio a divincolarmi freneticamente verso la sponda, e mi domando se rivedrò mai la famiglia e gli amici, e vorrei esser stato più buono con la mia sorellina, da ragazzo. Proprio quando ho rinunziato a ogni speranza, l’ondata si ritira e mi lascia in convulsione sulla sabbia, come una stella di mare; e mi levo e mi guardo indietro per trovare che ho corso rischio della vita in sessanta centimetri d’acqua. Salto a vestirmi, e torno mogio mogio a casa, dove debbo fingere d’essermi divertito un mondo. Noi, in quel momento, parlammo come se ci dovessimo bagnare e nuotare a lungo tutte le mattine. Giorgio disse ch’era un piacere svegliarsi nella barca la mattina al fresco, e tuffarsi nel limpido fiume. Harris disse che non v’era nulla come un po’ di moto prima di colazione per dare appetito. Il moto gli metteva sempre appetito. Giorgio osservò che, se il moto doveva far mangiare ad Harris più di quanto mangiasse ordinariamente, si sentiva in dovere di protestare contro l’intenzione di Harris di bagnarsi anche una volta sola. E gli fece osservare che già c’era molto da lavorare per trascinar contro corrente le vettovaglie capaci di soddisfar il suo appetito ordinario. Feci riflettere a Giorgio quanto sarebbe stato più piacevole aver Harris lindo e fresco in giro nella barca, anche se avessimo dovuto portare un po’ più di quintali di provviste; ed egli finì col veder le cose nella stessa luce in cui le vedevo io, e ritirò la sua opposizione contro il bagno di Harris. Ci accordammo finalmente di portar tre accappatoi, invece di due, per non starci ad aspettare a vicenda. Per gli abiti, Giorgio disse che due costumi di flanella sarebbero stati sufficienti, giacché potevamo lavarli da noi, nel fiume, quando fossero divenuti sudici. Gli domandammo se avesse mai tentato di lavar la flanella nel fiume, ed egli ci rispose: – No, io veramente no; ma conosco delle persone che lo han fatto, ed è abbastanza facile; – e Harris e io fummo abbastanza deboli da credere che sapesse di che cosa parlava, e che tre giovani, rispettabili sì, ma ancora senza posizione e influenza, e senza alcuna esperienza di bucato, potessero realmente lavarsi le camicie e i calzoni nel fiume Tamigi con un pezzo di sapone. Dovevamo apprendere nei giorni avvenire, quand’era troppo tardi, che Giorgio era un miserabile impostore, il quale della faccenda non doveva intendersi un bel niente. Se aveste veduto quegli abiti dopo... Ma non anticipiamo. Giorgio ci persuase di portarci una muta di biancheria e una buona quantità di calze, in caso dovessimo colare a picco e avessimo bisogno di roba asciutta; inoltre abbondanza di fazzoletti, perché avrebbero servito ad asciugar degli oggetti, e oltre le scarpe da barca un paio di stivaloni di cuoio, da servirci nel caso che la barca si rovesciasse.
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