6L’eleganza è un’altra cosa
Ho il cuore tenero, io. Non si direbbe, a vedermi, ma ho il cuore tenero. E mi capita anche di commuovermi. Come in questo momento. Sì, ho quasi voglia di piangere. Vedete, io non ho mai conosciuto mio padre – non chiedetemi il motivo – e mia madre, la sola donna del quartiere a far colazione con cipolle e tocai, ha impostato la mia educazione e quella dei miei due fratelli ispirandosi al famoso modello pedagogico noto come Lo stivaletto malese (appena il bambino piange, gli afferri un piede e glielo torci fin quando smette). Carezze poche, insomma. Così, sono arrivato ai miei inutili trenta e fischia anni con la scorza dura, ma con l’incapacità di contenere le lacrime le rare volte che qualcuno volge a me un segno di gentilezza.
Come adesso, tanto per dire, adesso che sono intontito come un’ape in ottobre, senza sapere dove sono, perché la testa mi gira e mi fa male e mi sembra che sia tutto buio, e al tempo stesso mi zampillano nelle pupille forme colorate e immagini del passato, e intanto fatico a respirare, per la puzza, che chissà da dove viene, una puzza di bestia morta, di sugo putrefatto, di pesce andato a male, di piscio vecchio: sì proprio adesso, adesso che mi sembra di averlo addirittura sulla faccia, questo tanfo, proprio ora, mentre a intervalli di due o tre minuti la mia pancia viene percorsa da una fitta che mi costringe prima a torcermi e poi raggomitolarmi come un riccio, proprio ora che davvero non so dove sono ma so soltanto che sto male, sì, proprio in questo momento io ho voglia di piangere.
Ho voglia di piangere perché qualcuno mi sta cullando.
“Ferma, ferma!” grida una voce di orco.
E intanto una luce improvvisa e accecante invade il mio nido, perciò chiudo i fanali.
“Ti ho detto di fermare, stronzo” ripete la voce.
Io non so che cosa dovrebbe fermare, lo stronzo. Stai a vedere che questi sono parenti dei marziani che ce l’avevano con quello che non sale.
“Ferma, ferma!” sbraita ora l’orco.
Lo stronzo però non ferma un belino e quindi o è davvero stronzo, o è sordo, perché il soave dondolio – ecco che cosa doveva fermare, quel grumo di guano – ora si trasforma in una ondata da mare forza otto, in un volteggio di trapezista, e io, appallottolato come un porcellino di terra, mi sento scagliato in alto e poi sballottato, e poi sbattuto. E ora scivolo, volo, precipito e mentre precipito vengo travolto e ricoperto da questo, quello e quell’altro, duro, morbido, unto, liscio, bagnato, ruvido, molle.
E allora urlo, cadendo in una caverna maleodorante, sprofondando in una massa più varia e schifosa di quella che ha accompagnato la mia caduta. Urlo fin quando la mia voce si spegne, soffocata dagli stessi rifiuti – ora ricordo tutto – su cui io stesso dormivo fino a un minuto fa e che adesso mi coprono.
Fanculo alle mie lacrime, allora. Al mio sogno idiota di essere cullato. È sempre così. Quando pensi che sia arrivato finalmente il tuo turno per avere un po’ di carezze, è giunto il momento di alzare la guardia, drizzare le orecchie, fiutare il tranello: giocano con le tue illusioni per fotterti meglio.
“C’è uno lì dentro, animale!” tuona l’orco, mentre capisco dal rumore di scoreggia di elefante che i due bracci metallici che hanno sollevato la mia tana ora compiono il percorso inverso, riappoggiando al suolo la benna ormai svuotata.
Muovendomi come il marine che striscia nella jungla con il coltello fra i denti per cogliere di sorpresa il nemico, aiutato dall’istintiva perizia che ti permette di sapere dove stanno il sopra e il sotto, anche al buio, e dopo un volo nella merda, riesco a riaffiorare di quel poco che mi permette di respirare. Respirare gas di putrefazione, sia chiaro, ma bisogna sapersi accontentare, quando si è sul fondo del camion della spazzatura.
“Io non vedo una minchia” dice il sordo, che dunque ora conquista anche la cecità.
“Ti dico che c’era qualcuno, nel cassonetto, ho visto una gamba. Forse è un cadavere, dobbiamo guardare” ribatte l’orco.
“Il cadavere di tua sorella” protesto, dall’interno del mio immondo ricettacolo, intravedendo le due figure in blu, di là dalla cortina a strisce verticali di plastica trasparente che mi separa dall’esterno.
I due arretrano bestemmiando e io ne approfitto, forzando e spingendo con i gomiti, per completare l’atto più simile al parto che abbia mai compiuto.
Quando salto fuori dalla grotta della natività, l’orco e lo stronzo sono fermi di fronte a me, paralizzati dal terrore, a gambe larghe, con gli occhi sgranati e le braccia distese in avanti come i maghi che fingono di imporre le mani sui gonzi.
Il sole, uno straccio giallastro appallottolato nel mezzo di una poltiglia biancogrigia che dobbiamo definire cielo, è alto e lontano. Saranno le due del pomeriggio? Quanto avrò dormito?
“Sapete dirmi l’ora?” chiedo ai due compari, che ora mi sembrano un po’ meno orco (l’orco) e un po’ meno stronzo (lo stronzo).
“Chia... chiamiamo la polizia...” balbetta l’orco.
“Ma quale polizia, ma siete cretini?” inveisco, “ma vi sembra questo il modo di trattare la gente?”.
E avanzo verso di loro.
“Fe... fermo. Non si muova. Lei... lei è nudo...” riprende l’orco, con il respiro sempre più corto.
Questi sono matti. Hanno paura di me. È la prima volta che faccio paura a qualcuno. Di sesso maschile, intendo. Ho visto un sacco di ragazze tremare e impallidire alla mia innocente richiesta, diretta, precisa, senza ipocriti giri di parole, di poter affondare il peperone nelle loro calde carni. Ma perché, mi chiedo ancora oggi, avevano paura di me, quelle sempliciotte? Che facevo di male? Mi limitavo a chiedere, mi limitavo. E loro invece cominciavano a tremare, a tremare e poi via, gran colpi di ciabatte. Che dire? Insondabile, il misterioso mondo della figa. Ma i maschi no. Non ho mai impaurito nessun maschio. E invece questi mi guardano come se avessi tre teste e una coda munita di frecce avvelenate. Hanno paura di me perché sono nudo? Oppure sono contenti che sia nudo, ma mi vorrebbero pulito? In ogni caso è meglio disilluderli. Devo riuscire a tranquillizzarli, a portarli dalla mia parte.
“Anche tu andresti in giro con l’anguilla viva, se ti avessero ripulito a poker e avessero poi scoperto che non avevi una lira”.
“Che significa?” dice il più coraggioso dei due.
“Significa che ho perso tutto” dico con un tono da bar, “che ho perso anche quello che non avevo, che mi hanno pestato, mi hanno tolto i vestiti, il più porco di loro mi ha infilato una bottiglia di Coca Cola, almeno spero, nel culo e poi mi hanno buttato nel cassonetto, dove ho perso i sensi”.
“Allora bisogna chiamare la polizia” ribadisce il fifone, “abbiamo la radio di servizio, sul camion”.
“Ma no” barrisco, “è colpa mia. Sapevo che quelli erano dei duri. No, no. Avrei solo bisogno di vestirmi, ecco. Sapete, andare in giro così...”.
I due si guardano. Io intanto lumo la spianata, occhieggio fra le macchine, temendo di vedere ancora la signora con i cani. Il camion mi nasconde alla oziosa vista dei malati. Per il momento tutto sembra tranquillo.
“Non ti avvicinare” mi dice l’ex orco, dopo un frettoloso conciliabolo con l’altro, “ora vado in cabina e ti prendo una tuta monouso in Tyvek, te la metti e te ne vai e non racconti a nessuno che ti abbiamo trovato nel cassonetto, perché noi dovremmo fare rapporto. Okay?”.
“Okay” rispondo, spingendo due volte il pollice teso in avanti, come se premessi il tasto di un campanello, “ma come posso fare per restituire la tuta?”.
“Buttala via, quando la togli. E ricordati, l’hai trovata nell’immondizia. Noi non te l’abbiamo mai data. Sono tute monouso, dotazione di servizio per i lavori sporchi”.
Come se questo fosse pulito. Ma non interferisco. Mai scassare i marroni ai tuoi salvatori – si chiamano tutti e due Salvatore, guarda caso. Spiego la tuta di Tyvek e li ringrazio con gli occhi, mentre loro si issano in cabina salutando con il mento. Ora che hanno compiuto il loro dovere – dare una mano a chi è nella merda – saltano sul camion e se ne vanno, mantenendo l’espressione sospettosa e guardinga di chi ha preso troppe fregature.
Veloce come una lingua che rientra in bocca, intanto, io mi infilo nella tuta. È un abito buffo, tutto un pezzo unico, largo e spazioso, color grigio ghiaccio, di un tessuto che sembra carta. Infilo gambe e braccia, afferro la lampo dalla zona coglioni (le sarte dicono ‘dal cavallo’ ma questa formula a me fa schifo, che ci posso fare?) e mi chiudo dentro come un baco nel suo bozzolo. Sembro un astronauta senza casco.
Ah, se soltanto queste fitte alla pancia smettessero di torturarmi... Devono essere state quelle porcherie che mi hanno iniettato in sala operatoria. Bastardi. Ma che cosa volevano da me? E perché, poi, mi hanno fatto scappare?
E mentre allungo mentalmente l’elenco delle domande senza risposta, una nuova serie di fitte acute, che partono dai piedi questa volta, mi costringe a immobilizzarmi. Ho le fette ferite, tagliuzzate, gonfie, dolenti. Il contatto con l’asfalto arroventato mi strappa gemiti soffocati, guaiti, mugolii e tutte le altre varianti sonore dell’urlo di Tarzan trattenuto e incanalato sotto i quaranta decibel.
Lo dico subito: io non sono il tipo che ama l’azione. Per me, il mondo potrebbe essere rimasto a mille anni fa, mi andrebbe bene lo stesso. Me ne sto in disparte e guardo, io. Lascio che i miei simili si sfianchino nei loro isterici balletti e che crepino, insoddisfatti e schiumanti. Io non ho preso il biglietto di ingresso. Datelo a quello dopo di me, grazie. Me ne sto nella mia cascina cadente a cercarmi le piattole nascoste dove so io, un raspone ogni tanto, un colpo di pennello sul trompe-l’oeil in corso, una mela, e giù vodka. Il mio letto? Un materasso buttato su un pallet, e bene che sto (ho anche un letto vero, in una camera, ma preferisco consumare l’esistenza su quel putrido giaciglio). È chiaro il quadro? Il Cardo non agisce. Aspetta, ozia, beve.
Ma un bel giorno ti tocca di agire. E agisci.
Quel giorno è oggi.
Con una determinazione che non riconosco come mia decido che devo trovare un paio di scarpe entro tre minuti. E allora penso (scusate la volgarità).
L’atto del pensare – perdonate il turpiloquio – in me si manifesta nella forma di un ronzio nelle orecchie. Deve essere il mio unico neurone, imprigionato sotto la forfora, che si è messo al lavoro. Un minuto dopo, la soluzione mi appare in tutta la sua elementare grana.
Con passi lenti, camminando sulla punta, gobbo come l’orso del luna-park, mi allontano dai cassonetti costeggiando la siepe. Percorsi quaranta metri, o cinquanta – che ne so? Mica giro col metro – sbircio fra i rami. Niente, soltanto il prato con l’alopecia. Torno un poco indietro, ficco la teiera in un varco fra le foglie e lo vedo, poco più a destra. È ancora lì. È da solo, adesso. Aggiro la siepe e mi avvicino al tossico. I fili d’erba sono duri come il filo spinato, le pietruzze sembrano frammenti di vetro, ma resisto. Gli sono a fianco, ormai. Dorme, il macaco. La sua amica starà facendo il giro dei comodini, su in ospedale, in cerca di spiccioli da fregare ai pazienti addormentati. E lui smaltisce, intanto.
“Bene, ragazzo” gli dico, “se mai in vita tua hai scippato una vecchietta, è giunto il momento di pagare”.
E gli sfilo le scarpe. Ha il piedone da tanghero, il tanghero. Infilo le sue merdose scarpe da ginnastica, stringo con forza per non perderle e saluto. Non si è accorto di niente. Io invece mi accorgo di essere rincoglionito: sono rimasto del tutto indifferente alla siesta nel cassonetto e alla sepoltura nel Mare della Monnezza e adesso mi disgusta e ripugna calzare le scarpe di un altro. Dovrei cercare di liberarmi di queste mollezze sibaritiche. Si comincia così e nel giro di tre giorni ti ritrovi con le mutande di seta, la sigaretta col bocchino e la erre moscia. Bando alla finocchieria, dunque, e mischiamo i sudori.
Ho mal di pancia.