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763 Words
5La pace nel fetore Capisco la serenità della tartaruga. Tutto il tremore derivato dalla mia indifendibile situazione di uomo nudo che fugge da un ospedale, tutti i brividi causati dalla mia vulnerabilità di paziente rosolato dal pentotal e pronto per recitare la parte del quarto di bue, si dissolvono non appena i due lembi lerci e gommosi del cassonetto tornano a toccarsi senza rumore, come le due palpebre dell’occhio che si chiude. Fratello di ogni buccia di patata, scatola vuota di detersivo, giornale vecchio, sacchetto di politene, frammento freddo di pizza margherita, osso di pesca, sedia fracassata, valva di cozza, giocattolo rotto, cerotto usato, scarto fra gli scarti, sono finalmente felice. La gioia antidiluviana del guscio mi pervade. Il mio cervello – so che è una parola grossa, questa, parlando di me – il mio cervello, di solito così pigro e lento, in questo momento sembra registrare ricordi di un’epoca precedente non soltanto a me, ma anche a mio nonno, un’epoca di buio, dentro e fuori, e anche di ottusa e durevole felicità biologica. È come se mi sorgesse nella testa, ma soprattutto sulla pelle, il sospetto di essermi già trovato in un luogo di così dolce e leale degrado, è come se avessi già sperimentato la sensazione di sentirmi protetto da una corazza sferica di onesto fetore e di robusta sostanza. Sono entrato in questa benna rovente e putrida con l’intenzione di accelerare il compito del destino e farmi fuori gettandomi da solo nell’immondizia, senza dare a lui, il destino, la soddisfazione di cucinarmi a fuoco lento. Ma adesso, nella beata condizione dell’uovo marcio, non ho più nessuna voglia di crepare. Me ne sto qui e aspetto, godendomi l’immensa letizia di questa sudicia pace. La puzza? Ma volete scherzare? Non riesci mica a provare schifo per chi ti salva, bella bimba, anche se puzza come una merda. Al contrario, proprio quella merda si assocerà per sempre, nella tua testa, alla insperata fortuna, accendendo nelle tue narici paradisi olfattivi permanenti. Io, poi, che ci vivo, fra stracci, fetori e macchie sul pavimento, organiche e non, figuratevi se mi scompongo per un cassonetto dell’immondizia mezzo pieno di fetenti sacchi neri e di altro morbido strame, letame o cascame, al quale devo, e non è poco, la momentanea salvezza. E distrattamente annoto, per i classificatori di puzze, che l’interno del cassonetto in cui albergo possiede, insieme con i consueti fetori, una fragranza dolciastra e non troppo nauseabonda, legata, credo, alla presenza dei disinfettanti di cui sono certamente impregnati, misti a sangue e piscio, i teli, le garze, i denti e gli organi ablati che probabilmente riempiono i sacchi su cui ora il mio corpo preme. E questa nota molle, che mi stordisce un poco, non l’ho davvero mai sentita, giuro, negli altri cassonetti. “Ma come” dirà un damerino, “ma tu annusi tutti i cassonetti dell’immondizia?”. Sappia, il damerino, per quel poco che la sua mutilata fantasia e la sua men che abbozzata esperienza di vita gli consentono, che a me le cose accadono. Le cose, sì, gli eventi, gli accidenti, i fatti, i casi. Non che io li cerchi, i fatti e gli accidenti, questo no, ma cagassi verde se non capitano davvero tutti a me. E in genere si tratta di storie schifose, casini fottuti quanto casuali. Mai che, per sbaglio, suona alla porta Sharon Stone e mi sussurra che hanno estratto a sorte il mio nome per passare un mese con lei su un’isola del Pacifico. Oppure, se vogliamo prenderla più bassa, mai che arriva uno e mi dice che ho vinto il famoso milione messo in palio per chi fosse arrivato al millesimo raspone (nota per il damerino: raspone uguale sega; sveglia, ragazzo!) in un anno. “E come fanno a sapere che sei arrivato a mille?” mi chiede il damerino. “Cazzi loro” rispondo io, “le cose che mi accadono, in genere, sono molto più folli e insensate di quelle inventate da me, eppure mi accadono, vedi un po’ tu”. E pensare che io ne avrei già due, di quei milioni, credetemi. E dunque, per non tirarla troppo in lungo, vorrei far sapere al damerino che io non annuso tutti i cassonetti della città, ma che purtroppo, e mio malgrado, questa è la seconda volta che trovo ricovero all’interno di questi graziosi e ospitali gusci bivalvi. Ma non ho tempo, adesso, di raccontare come andò, quella prima porca volta, perché sento che l’etere sprigionato dai sacchi neri, misto alle pesanti esalazioni che saturano la tana, unito all’esiguo ricambio di aria, e aggiunto al riaffiorare in me di un torpore da anestetico che gli schiaffi e la fuga avevano soltanto compresso ma non dissolto, mi erode la coscienza. E mi addormento, cullato dalla quieta sensazione di essere nel posto giusto.
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