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1203 Words
4Chiudo il coperchio su di me Sono fregato. Un uomo nudo che corre su una spianata di cemento, tra un parcheggio e il retro di un ospedale, tenendo dietro ai passetti basculanti (qui basta andare a orecchio, su) della dama callipigia (qui invece bisogna proprio sapere che vuol dire callipigia, ma non guardate me, io ripeto a caso le parole che stanno nelle mutande), quell’uomo nudo, dicevo, non ha speranze. Fregato, fottuto, sconfitto, annientato. Proseguire la corsa? Non se ne parla. Atterrita dall’aspetto primitivo della mia corsa – correre a piedi scalzi su viti e trucioli ti fa assumere movenza da scimmia – e agitata dalla mia nauseante nudità – peloso come un bruco, coperto di cicatrici, pelle verdastra – la donna della mia vita continua a voltarsi, mentre saltella scomposta verso il parcheggio, lanciando a tutta gola un’antologia di strilli da far deviare gli aerei. Fra un decimo di secondo tutte le finestre dell’ospedale (aperte, perché è agosto!) si trasformeranno in palchi di teatro, dai quali il pubblico in pigiama potrà assistere al primo atto del famoso dramma Il porco all’attacco. E poi, se anche fosse inverno e le finestre fossero cementate, nulla cambierebbe, ormai. La mia unica via di fuga è preclusa. Quella matta chiederà aiuto al primo mammalucco dal nobile cuore che troverà al parcheggio, non appena potrà confondere la sua lucente figura fra le smaglianti carrozzerie dei torinesi che, come tutti sanno, lavano più spesso la macchina che le loro pudende. E se non troverà l’eroe di turno, travestito da fesso stipendiato, quella santa donna ricorderà di possedere un telefonino, probabilmente, da cui chiamare polizia, carabinieri, pompieri, finanza, la mamma e il canile. E quindi stop. Corsa finita. Cambio di programma. Sparire. Grazie per la bella visione delle natiche tritatutto, milady, e addio. Io cambio strada, cocca, e tu penserai di aver sognato. Sì, ma dove vado? Tornare indietro? Manco a parlarne. Intanto, è già un miracolo se qualcuno del Pronto Soccorso non ha notato la mia fuga e sguinzagliato contro di me dobermann affamati (dai quali so difendermi) o impiegati amministrativi, armati di decreti e delibere, capaci di stendermi con il comma tre e l’articolo sette. Mi volto, ancora una volta turbato dalla mia immaginazione: tutto pare misteriosamente tranquillo. Ma forse la mia fortuna deriva dal fatto che nessuno si stupisce di sentire ululati, invocazioni e lamenti nel luogo deputato ad alleviare le umane sofferenze. Insomma, sembra che nessuno mi stia ancora inseguendo. Bene, mi dico ad alta voce mentre riconosco nel tetro edificio da cui sono schizzato fuori l’ospedale di Rivoli. Ma non ho tempo di chiedermi perché io sia finito a Rivoli. Devo agire, fuggire, sparire… Scarto verso destra, sperando di raggiungere la siepe prima di perdere l’uso delle piante dei piedi e di conseguenza affondare i denti nell’asfalto, per la gioia degli archeologi e dei raccoglitori di fossili del futuro. Venti metri, quindici metri, dieci metri, cinque metri. Ecco lo sgangherato sipario vegetale, vizzo e malato, ma pur sempre capace di occultare la mia figura agli occhi delittuosi che guateranno fra un minuto oltre il perimetro dell’ospedale, e a quelli impauriti o inquisitori che dal dedalo del parcheggio cercheranno il feroce maniaco che si aggira nudo e famelico vicino alla casa del dolore (i giornalisti parlano così). Via, manca solo un metro. Un balzo e avrò il mio bel vestito di foglie e non mi offendo anche se non sono foglie di fico. E chi credo di essere, io? John Holmes? Ma figuriamoci. E poi, quando hai così fifa che vorresti essere invisibile, le assicuro, signor Batacchioni, che una foglia di ligustro è più che sufficiente e ne avanza ancora. Sto per balzare oltre la siepe quando sono costretto a paralizzarmi nella posizione più scomoda e cretina che esista, quella di chi si regge sulla punta dei piedi, con il busto proteso in avanti e la schiena che ci potresti fare un picnic sopra, tanto è piatta. La testa è rimasta incassata nelle spalle, mentre il culo si staglia in alto per la gioia del maestro Damilano (lui si firma con doppia emme) e le braccia restano immobili, distese, larghe, parallele al suolo come le ali del Concorde. Sembro il tuffatore pietrificato nell’attimo dello stacco. Resto di sasso, di stucco, di marmo, di merda. Già, perché sento parlare, appena di là dalla siepe. Chi crede di sapere che cos’è la sfiga farebbe bene a discutere con me, prima di sputacchiare sentenze. Io e la sfiga siamo una cosa sola, un corpo unico. La sfiga si incarna in me, perde i suoi connotati astratti e scende fra i viventi nella turpe forma del Cardo. Io non sono un comune mortale. Sono la iella. Non si può spiegare diversamente il fatto che io, il Cardo, colui che più di ogni altro al mondo desidera stare alla larga dai suoi simili, trovi in ogni anfratto di questo balordo pianeta qualche bipede il cui unico obiettivo biologico è quello di arroventarmi i coglioni. Ecco la prova odierna. Non bastavano lo spiumato con il vino nel cartoccio, i chirurghi pazzi, madame Beauderrière e i suoi cani. Nel momento in cui l’ombra della salvezza si allunga sul selciato nella forma sfiorita e secca di una siepe mai curata, ecco che io perdo la mia natura di essere umano e mi trasformo in pura iella, sfiga, scalogna, sfortuna, sicché il posto che la sorte mi aveva assegnato per salvarmi la pelle è già occupato da due cornuti (un cornuto e una cornuta, lo dico per chi ha spirito anagrafico) che ripetono una incomprensibile cantilena affettiva più scialba di una canzonetta da festival. Cornuti e drogati, come se non bastasse. Ecco perché non sono emersi da dietro il loro paravento vegetale durante l’assolo del soprano Kekulè (pronipote del famoso chimico): si stavano piantando una siringa ciascuno nelle vene, questi due dementi, e ora me li vedo qui, quadrettati dall’intrico della siepe, istupiditi e cullati dall’oppiaceo, proprio nel posto che dovrebbe essere mio. Bene, ho capito. Anche questa strada è sbarrata. Ormai è chiaro che chi sta disegnando il mio destino ha voglia di divertirsi, oggi. Ma a me ruga il culo non poco essere il giocattolo di chissà chi. Qualcuno ammazza il tempo ficcandomi in mille casini prima di schiacciarmi con una scarpa? Io non ci sto. Vorrà dire che eseguirò di mia iniziativa e senza tante pagliacciate intermedie ciò che il destino ha deciso per me al solo scopo di vedermi contorcere e dimenare come un tonno alla mattanza nel tentativo di evitare l’inevitabile. Riconquisto la stazione eretta, compio un mezzo giro su me stesso e prendo a camminare con passo deciso verso i tre cassonetti dell’immondizia addossati alla siepe, qualche metro alla mia destra. Procedo con aria spavalda, muovendo le braccia come il migliore fra i militari che sfilano alla parata in onore della vittoria, petto in fuori e pancia in dentro, occhi semichiusi e mento sollevato, e sopracciglia alte, nell’espressione calma e sicura del dominatore. Freddo e distaccato, raggiungo il primo cassonetto, ne apro il coperchio bombato e usando le braccia al modo di poderose leve mi isso fino a portare le cosce in prossimità dell’imboccatura, per poi lasciarmi catturare, complice una veloce rotazione del bacino e la forza di gravità, dal caldo e puzzolente grembo della benna. Precipito felice nel tugurio. E con un piede insanguinato richiudo sopra di me la porta del mondo.
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