3Fuga sull’asfalto, guardando il culo della donna ramarro
Io non ammazzo nemmeno i ragni. Se me ne trovo uno in casa lo lascio lì. Se diventa grosso e peloso lo invito a salire su un foglio di carta e lo depongo in cortile. È più forte di me, non riesco proprio ad accettare il pensiero di eliminare una forma di vita, anche la più ignobile. Del resto, la mia non è una morale, semmai un più volgare, egoistico e umano pensiero di difesa: mi dico che se al cugino di Goebbels dovesse mai venire in mente di eliminare i butterati, i sudicioni o gli sporcaccioni io sarei il primo a essere prelevato sul far dell’alba e fatto fuori sul momento, per tutti e tre i motivi. E allora difendo i viventi, tutti, che abbiano due gambe o sei zampe, mille piedi o le stampelle, che sparino cazzate al telefono o che miagolino, che volino o che dicano “la mia consorte”. E cago in testa a quelli che me lo storronano con le teorie su chi è meglio, chi è peggio e su chi dovrebbe essere eliminato, bipedi, quadrupedi, esapodi o ottopodi.
Però, adesso, questi due cagnolini poco più grandi di una cavia, tenuti al guinzaglio dalla signora in tailleur di lino verde ramarro che mi cammina davanti, li ammazzerei in un secondo, con un solo semplice gesto.
Sono incoerente? Mi contraddico? Vorrei vedere un altro, allora, nella mia situazione, in questo momento. E vorrei fosse noto che non sono il tipo che piange per una puntura di zanzara, io. Ma correre a piedi scalzi su un manto irregolare di cemento, correre su pezzetti di legno, frammenti di biro, pietruzze puntute, cocci di vaso, scaglie di pallet, ritagli di plastica, alcune viti parker, fili di ferro e ogni altro elemento utile a trasformare una spianata qualsiasi nell’area deputata al carico e scarico delle merci dell’ospedale, farebbe piangere anche un fachiro.
Mi sono sparato giù dalla barella senza badare a niente, morto di paura, nel momento in cui la porta del Pronto Soccorso ha iniziato il suo secondo e più lento distacco dall’infisso. Ho spinto con un fianco il maniglione antipanico dell’uscita di sicurezza – che si richiude da sé – e ho cominciato a correre. A piedi scalzi, naturalmente. Da quando in qua si va in sala operatoria con le scarpe?
I miei piedi urlano più di quanto vorrei urlare io, che invece devo starmene bello zitto e andare avanti, se voglio salvare non so cosa, di me, da non so chi. Non devo attirare l’attenzione di nessuno. Mi beccherebbero in cinquanta metri, loro, con le scarpe, se mi cercassero di là da quella porta. Sono costretto a soffrire in silenzio, obbligato a correre su una antologia di spigoli e punte, nel disadorno paesaggio costituito da un ospedale che sorge in mezzo a prati e parcheggi, fra una tangenziale e una periferia.
E devo subire l’affronto di trovarmi di fronte due cani nani, non più grandi di due pantofole.
Pantofole, sì. Cani come pantofole. Li vedo e la mia testa, capace di creare storie (e nient’altro) alla stessa velocità con cui un piccione deposita i suoi escrementi su una giacca nuova, immagina me stesso nell’atto di ghermire il primo cagnetto, afferrarlo a due mani dalle zampe posteriori – la mano destra tiene la zampa destra, la mano sinistra stringe la zampa sinistra – e poi, dopo avergli appoggiato il mio alluce destro sullo sfintere anale, spingere forte, tirando contemporaneamente le zampe verso me fino a quando il piede non viene inghiottito del tutto, con un suono liquido, all’interno della calda cavità. Ed è nata la pantofola. Ripetere l’operazione con suo fratello e via, verso nuove avventure.
Corro verso i due quadrupedi ridendo della mia immaginazione e notando nel contempo che la gonna del tailleur ramarro abitato dalla padrona dei cani ospita due salde masse glutee che ad ogni passo della cinofila si tendono alternativamente come rane in amore. Io, lo dico subito, guardare il culo delle donne è la mia droga, anche se Ribò dice che questo è un anacoluto (che non so cos’è, ma deve avere a che fare con l’ano e con il culo, visto il tema). In ogni caso, anacoluto o anaculuto, la ramarra sembra avere i bicipiti di Popeye, al posto del portacoda. So bene che chiunque altro, in un momento come questo, con i piedi sanguinanti, il narcotico nelle vene e la fifa blu dappertutto, manco le vedrebbe, quelle forme semoventi. Ma per me è diverso e mi scuso se faccio schifo. Una debolezza è una debolezza, chi non ne ha? Mica me ne vanto, io. Dico solo che guardo il culo delle donne. Dirò di più: sono così abituato a guardare il culo delle donne, io, che quando passa una macchina leggo subito il numero di targa, lì dietro.
Ma non dimentico i cani, distanti ormai soltanto venti metri da me, e la loro possibile evoluzione in ciabatta. Li guardo e rido e loro agitano la testa e saltellano su quelle zampette barbute, tirando i guinzagli fin quasi a strangolarsi. Forse, così come presagiscono terremoti e alluvioni, i cani fiutano la futura puzza dei piedi a cui daranno ricovero.
Ma no, ma no, Bibì e Bibò, state tranquilli. Io scherzavo. Il Cardo è un porco, non un carnefice. Non ho cuore di compiere gesti così crudeli, io. Non ne ho neanche il tempo, a dire tutta la verità, perché intanto la signora ramarro, strattonata dai botoli impauriti o insospettita dal mio sempre più sonoro e vicino stronfiare, si volta, e urla. E non sarebbe un gran danno, se la cosa finisse lì, ma lei invece grida, strilla, strepita, invoca, si allarma, mi allarma, allarma tutto il mondo e alla fine nuovamente urla. E mentre urla si piega sulle ginocchia, tenendo le braccia larghe e gli occhi fissi nei miei, e arpiona in un solo gesto i due cani cingendoli per la pancia. Poi si rialza di colpo, si volta e prende a correre gettando in fuori i piedi, mentre i cani, uno per lato, spencolano dai suoi avambracci cercando di mordere i guinzagli penduli e molli che si agitano nell’aria come bisce tenute per la coda.
Ma che gli è preso, a quella? mi chiedo. Vuoi vedere che anche lei e non soltanto i suoi cani leggono il pensiero? O ha avuto paura di essere aggredita, vedendo uno correre alle sue spalle? Boh! In ogni caso è meglio rallentare. Quella matta è capace di richiamare l’attenzione di qualche infermiere. Smetto di correre, ma non cambio direzione. Devo andare, come lei, verso il parcheggio, verso la strada, verso la circonvallazione, verso la salvezza.
Intanto prendo fiato.
Mi fermo. Rovescio indietro la testa ed inspiro. Mi piego in avanti espirando. E capisco tutto.
Sono nudo.