CAPITOLO I.-2

2321 Words
Sorride ancora e se ne va. Dopo un po’ il cameriere mi porta le uova al lardo e io mi metto a mangiare. I chitarristi ricominciano a suonare e, come era prevedibile, il gigolo si alza e ricomincia a trascinare il vecchio rudere per la sala. La donna si slancia con tale impeto nella rumba che da un momento all’altro mi aspetto che scoppi nel vestito. Quando mi passano accanto, bevo una sorsata di whisky e dondolo sulla sedia come se fossi brillo, poi guardo il giovanotto e sogghigno. Sogghigna anche lui. - Ciao, gagarello - gli dico a voce alta. Un secondo dopo avreste potuto sentir cadere uno spillo. L’orchestra smette di suonare. Quelli che sono al bar depongono i bicchieri e si voltano. Il giovanotto smette di ballare e riporta la dama al tavolino, poi senza affrettarsi viene verso di me. - Come hai detto? - mi domanda. - Ho detto ciao gagarello - rispondo. L’amico è sveltino. Fa un passo avanti e prima ch’io mi alzi mi manda i piedi da un lato con un calcio e simultaneamente mi dà un pugno sul naso. Vado giù come un salame, ma sono sveltino anch’io. Mi rialzo e mi metto in guardia. Tento un diretto che va a vuoto; ne tento un altro e lui lo para. L’agguanto per la camicia e lo tiro verso di me, ma lui mi fa lo sgambetto con una forbice alla giapponese e rotoliamo a terra insieme. Riesco a vedere Pereira che viene verso di noi. Faccio per alzarmi, ma il gagarello mi dà un altro pugno e, quando finalmente mi rimetto in piedi, devo avere un’aria tutt’altro che baldanzosa. Me ne sto là barcollando un po’ come se fossi ubriaco e faccio un rutto per completare il quadro. Pereira mi sorregge. - Señor, deploro che attacchiate briga coi miei dipendenti. Vi prego di non farlo più. Se vi siete fatto male mi dispiace. Mi spolvera premurosamente la giacca. Il gagarello è ritornato alla sua tavola presso la dama. Mi volto a guardarlo. - Non ricominciamo, señor - dice Pereira. - Qui non sono permesse le zuffe. Mi affloscio sulla sedia. - Avete ragione - dico. - Prima di venire qui avevo già bevuto troppo… Del resto quello ha avuto ragione di menar le mani. Si direbbe che sia meno gagarello di quel che sembra. Sentite, Pereira, andate a dirgli che gli chiedo scusa… che venga a bere un bicchierino con me, così ci mettiamo una pietra sopra. Vado a quel tavolino laggiù vicino alla finestra per prendere un po’ d’aria. Mi alzo e attraverso la sala barcollando. Mi accomodo a un tavolino d’angolo. Pereira si avvicina al gagarello e gli parla. Dopo un po’ quello si alza, mormora qualcosa alla signora grassa e viene da me. Quando è accanto al mio tavolino mi strizza l’occhio. - Senti, amico - dico a voce alta - mi pento proprio di quel che ho detto. Se tu sei un gagarello, io sono un esquimese. Mettiti a sedere e bevi con me. Ci stringiamo la mano e lui mi fa scivolare qualcosa nel palmo. Chiamo a gran voce il cameriere e mi faccio portare whisky e bicchieri. Ormai nessuno si occupa di noi dato che lo spettacolo è finito. Verso il liquore, accendo una sigaretta e muovo la testa sorridendo come se parlassi animatamente. Di sotto alla tavola guardo quel che il giovanotto mi ha messo in mano. È la sua patacca da agente federale. Gliela restituisco. - E allora, Sagers - dico, sorridendo e facendo un bel rutto dedicato al colto pubblico - che c’è di nuovo? Lui si mette in bocca una sigaretta e mentre l’accende comincia a parlare alla svelta, sorridendo e gesticolando come se chiacchierasse del più e del meno. - C’è molto di nuovo - risponde - ma non riesco ancora a tirare le somme. Quando sono arrivato a Palm Springs sono andato in giro in cerca di un posto. Ho detto di aver fatto la comparsa in una casa cinematografica e ho abbordato una tizia che mi ha trovato un posto al Miranda, ma ho capito subito che quello non era il posto che mi conveniva e allora mi sono fatto licenziare. Qui, come vedi, faccio il ballerino. Alla Hacienda Altmira si trova di tutto. Al piano superiore c’è una bisca al cui confronto il movimento della Banca Nazionale è una sciocchezzuola; la roulette è così bene addomesticata che l’altra sera il croupier è quasi svenuto perché qualcuno aveva vinto. Quel galantuomo coi baffoni, laggiù nell’angolo, spaccia cocaina; quel che lui ignora sul contrabbando degli stupefacenti si potrebbe scriverlo dietro a un francobollo. La clientela è mista. Pezzi da galera e distinti padri di famiglia in cerca di avventurette. Anche tra le donne c’è un po’ di tutto. Alcune sono alle dipendenze della Hacienda, altre non so. Spinge la bottiglia verso di me e mi domanda: - Tu chi sei, ufficialmente? - Sono un tale venuto da Magdalena per portarti la notizia che un parente ti ha lasciato dei quattrini in eredità - gli spiego. - Questo ti può servire di scusa per allontanarti. Conterei di rimanere da queste parti circa una settimana, prima di ritornare alla base… sempre che non salti fuori qualcosa d’interessante. E la nostra vedovella? - È qui. Mi lascia perplesso… e lascerà perplesso anche te, Caution. (Dimenticavo di dirvi che mi chiamo Lemmy Caution). - Se quella è la proprietaria della Hacienda Altmira, io sono un turco - prosegue Sagers. - Pereira, il direttore, la tratta con degnazione. Quando viene qui, lei si comporta come se fosse una ballerina del locale. È quasi sempre ubriaca. Però ha molta classe e si veste come una milionaria. In ogni modo il vero padrone è Pereira. - Lei abita qui? - No. Abita in un piccolo rancho sulla strada di Dry Lake, dopo il bivio. Non è lontano… è a una decina di miglia da qui. Ho fatto qualche piccolo sopraluogo. In certe ore c’è una donna che fa la pulizia, ma di solito non c’è nessuno. - Benissimo - dico. - Ora ascolta: tra un paio di minuti me la svigno e vado a dare un’occhiata a quel rancho. Se non c’è nessuno entro a fare una perquisizione. Appena sono sparito, tu racconta la storia del parente di Arispe che ti ha lasciato i suoi risparmi e spiega che devi lasciare il tuo posto per andare al Messico. Domani mattina farai fagotto e via. Anche a Palm Springs cerca di far girare la voce che vai al Messico. Parla col capo della polizia e digli di girare al largo da questa tana finché io sono nei paraggi. Pregalo di dire al direttore della Banca di Palm Springs che tenga la bocca chiusa su quei titoli falsificati. Poi prendi la macchina e passa la frontiera. A Juma pianta la macchina, prendi l’aeroplano e torna a Washington. Dirai a quei signori che io sono qui pronto ad agire. Mi sono spiegato? - Benissimo. Però non sono tranquillo, Lemmy. Ho paura che qualcuno mi abbia fiutato… che non tutti mi credano realmente una comparsa disoccupata e un ballerino di professione. - E con ciò? - dico. - I sospetti non fanno male a nessuno. Non ti pare, Sagers? Ricominciamo a bere e a dire sciocchezze, poi con grandi strette di mano mi separo da Sagers e chiedo il conto. Pago, grido buenas noches a Pereira che gironzola davanti alla porta con un sorriso beato sulle labbra, ritorno alla mia macchina e filo. Arrivato al bivio, prendo lo stradone del deserto. Fa ancora un caldo bestiale. Premo l’acceleratore e di lì a poco vedo il rancho che cerco. Non ha nulla d’insolito. Mi fermo accanto a una siepe, scendo e mi guardo attorno. Niente luce, nessun segno di vita. Passo dietro alla casa. Anche là buio e silenzio. Tutt’attorno c’è una stecconata. Trovo un cancelletto ed entro. Salgo i gradini del porticato posteriore e busso alla porta, ma nessuno risponde. Armeggio attorno alla serratura con uno strumento d’acciaio che ho sempre con me e, in un paio di minuti, apro la porta come potrebbe fare un ottimo scassinatore di professione. Entro e tiro fuori la lampadina tascabile. Mi trovo in un piccolo vestibolo ben arredato. Davanti a me c’è un corridoio che deve condurre al vestibolo principale. Usci a destra, usci a sinistra. In fondo, una scala che conduce al piano superiore. Quel che cerco dovrebbe essere in una camera da letto, quindi percorro il corridoio, salgo la scala, e mi metto a perlustrare il primo piano in cerca della camera della signora. Di camere da letto ce ne sono quattro. Una è piccolissima: potrebbe essere la stanza della cameriera, e la seconda è ingombra di cianfrusaglie. Dall’altra parte del corridoio ci sono due camere. Una potrebbe appartenere a chiunque e non ha nulla di particolare che attragga la mia attenzione. Giro la maniglia dell’ultimo uscio e constato che è chiuso a chiave. Quella dev’essere la camera che cerco. Do un’occhiata alla serratura e vedo che posso aprirla facilmente col grimaldello che ho in tasca. Ci riesco in un minuto. Non appena entro nella camera sento a fiuto che è quella che cercavo. L’aria è impregnata di profumo… d’ottimo profumo di garofano. Mi sono sempre piaciuti i garofani. Vado ad abbassare i tendaggi delle finestre prima di accendere la lampadina tascabile, poi do un’occhiata attorno. Proprio la camera di una donna. Una vestaglia è posata sulla spalliera di una poltrona e c’è un’abbondante collezione di scarpine. Che meraviglia! Ce n’è un paio di vernice col tacco alla francese e ci sono dei sandaletti di crespo. C’è un paio di mocassini marrone, accanto a un paio di stivali da cavallerizza, e poi ci sono due pantofoline di seta trapunta che se le vede uno scapolo gli vien voglia di prender moglie. Basta guardare quelle scarpine per capire che la loro proprietaria sa il fatto suo. Se il resto del suo guardaroba è allo stesso livello, quella donna deve far voltare la gente in strada. Caccio il naso un po’ dappertutto. Cerco di intuire dove una donna in gamba possa nascondere delle carte, calcolando che nessuno le possa trovare. Se non le porta indosso le metterà senza dubbio nel posto più naturale del mondo, dove nemmeno a un tipo astuto verrebbe in mente di cercarle. In un angolo c’è una pila di libri su un tavolino. Vado a guardarli. Sfoglio i primi tre libri e non ci trovo nulla di particolare, ma quando agguanto il quarto libro, un volumetto di poesie rilegato in pelle, faccio un salto mortale. Qualcuno ha scavato una cinquantina di pagine del libro e ha messo nel vano un blocchetto di lettere. Guardo l’indirizzo sulla busta della prima e sogghigno, poiché è indirizzata a Granworth C. Aymes, Palazzo Claribel, New York. Si direbbe che io avessi fatto lo sgambetto a Henriette. Mi caccio in tasca le lettere, rimetto a posto il libro, richiudo accuratamente l’uscio e volo al pianterreno. Do un’occhiatina fuori a scanso che qualcuno mi abbia pedinato, ma il campo è sgombro. Esco dalla porta per la quale sono entrato e la richiudo in modo da non far sospettare che sia stata manomessa. Risalgo in macchina e riparto con l’intenzione di percorrere lo stradone del deserto fino a Palm Springs, ma dopo qualche miglio mi frulla per la testa di andare a dare un’altra occhiatina alla Hacienda Altmira. Ci arrivo in un quarto d’ora. L’insegna al neon è spenta e l’edificio sembra tutto buio. Però guardando meglio, mi accorgo che da una finestra dell’ultimo piano filtra un po’ di luce. Vado all’ingresso principale. È chiuso. Allora mi ricordo delle finestre a sinistra della sala, protette da una reticella metallica, e vado a guardarle dall’esterno. Il telaio della reticella è sprangato, ma non è difficile forzarlo. Entro e richiudo la reticella. Dall’altro finestrone entra un raggio di luna. Mi avanzo senza far rumore; sono insospettito, ma non potrei dirvi perché. Soltanto, mi par strano che il locale sia stato chiuso così alla svelta. Poco più di mezz’ora prima c’era una grande animazione. Quando passo accanto alla piattaforma dell’orchestrina, dove comincia il banco del bar, mi fermo. Dal punto in cui mi trovo vedo i primi gradini della scala che sale lungo il muro. Su uno di quei gradini, illuminati dalla luna, mi par di scorgere qualcosa di luccicante. Mi avvicino. È un cordoncino d’argento come quello che Sagers portava sulla camicia di seta e c’è attaccato anche un pezzettino di seta bianca, quindi si direbbe che qualcuno gliel’avesse strappato di dosso. Spengo la lampadina tascabile e tendo l’orecchio. Non sento niente. A tastoni giro attorno alla sala e passo dietro il bar. Ci dev’essere un uscio dietro il banco e forse un’altra scala che sale al piano superiore. L’uscio c’è e devo forzare la serratura perché è chiusa a chiave. Al di là c’è una stanza di deposito. Accendo la lampadina tascabile. La stanza è quadrata e misura forse cinque metri di lato. È ingombra di casse piene di bottiglie di vino e di liquori, nonché di bottiglie vuote e di altre cianfrusaglie. Vedo due grandi frigoriferi. Ne apro uno; è pieno di carne. Nel secondo frigorifero trovo Sagers. È in un sacco, piegato in due, e lo hanno sparato abbondantemente. Ho l’impressione che stesse scappando quando gli hanno sparato addosso perché ha due pallottole nelle gambe e tre nel ventre sparate molto da vicino. Sono ben visibili le bruciacchiature attorno ai fori nella camicia. Qualcuno gli ha strappato il cordoncino dal collo e gli ha aperto la camicia sul petto. Lo ripongo nel frigorifero e chiudo lasciando tutto com’era. Poi esco dalla stanza, richiudo l’uscio a chiave, col grimaldello, e giacché sono dietro il bar ingoio una buona dose di whisky. Finalmente me la svigno dalla parte donde sono venuto. Risalgo in macchina e mi avvio verso Palm Springs. La notte è calda, ma per Sagers non tanto.
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