PROLOGO-2

2648 Words
«Cosa ti avevo detto?» domandò Garcia all’irlandese. «Osti­nata quanto i tuoi antenati.» «Puoi dirlo forte», rispose Matt con una risatina. Poi le ombre alle spalle dei due uomini sembrarono conver­gere su se stesse in una sorta di spirale di oscurità. Katie osser­vò il fenomeno con gli occhi sgranati, aprendo bocca per chia­mare aiuto ma impossibilitata a farlo. Si sentiva paralizzata, in­capace di muovere un solo muscolo. Come se la persona in sta­to vegetativo improvvisamente fosse lei. «Katie?» la chiamò Matt. «Qualcosa non va?» Quella spirale di tenebra assunse contorni sempre più definiti fino a sembrare un uomo fatto di ombra, un uomo imponente, alto quasi due metri e con un volto inespressivo. Si avvicinò si­lenziosamente alle spalle dell’irlandese. Mentre muoveva quei passi assumeva sempre di più le fattezze di una persona in car­ne e ossa, anche se dei filamenti scuri la seguivano ancora. «Comincia a impensierirmi sul serio», commentò Garcia. «Forse dovremmo spostarci nel laboratorio e fare qualche altro esame. Forse c’è qualcosa che non abbiamo considerato.» «Katie?» la chiamò di nuovo Matt, la voce carica di preoccu­pazione. Ma lei non ebbe il tempo di rispondere. L’uomo – l’essere – alle sue spalle mosse la mano verso il basso e Katie riconobbe l’oggetto che stringeva tra le dita. Emise un gemito strozzato, il massimo che riuscì a fare, mentre l’uncino si conficcava nella caviglia dell’amico. Matt gridò a pieni polmoni mentre la punta d’acciaio spuntava dall’altra parte del polpaccio e la creatura dietro di lui si alzava fino a sfiorare il soffitto. L’irlandese si trovò appeso a testa in giù, continuando a urlare mentre oscilla­va avanti e indietro. Quasi distrattamente, l’uomo impossibil­mente alto appese l’estremità dell’arma a un gancio che era ap­parso come per magia nell’intonaco, fissando Matt come una bestia pronta per il macello. Le sue grida rimbombavano nella piccola stanza, echeggiando contro le pareti, neanche si trovas­sero in una grotta. Il sangue aveva cominciato a scendere dalla gamba trafitta e ora scivolava lungo il corpo dell’irlandese in un rigagnolo che gli aveva già percorso il viso e che ora finiva a terra in una pozza scura come bitume nella tenue luce dello studio. E per tutto il tempo il professor Garcia non aveva fatto altro che osservare la scena con una compostezza fuori dal mondo. Infine l’aguzzino si rese conto del fastidio provocato dalle urla e colpì Matt un’unica volta. Un semplice schiaf­fo, ma che assestato con quella mano gigantesca ebbe l’effetto di fargli perdere i sensi. Il professor Garcia annuì e l’uomo delle ombre tornò a rim­picciolirsi fino a riassumere delle dimensioni normali e poi confondersi di nuovo nell’oscurità, ma Katie riusciva a distin­guere gli occhi – due puntini luminosi in quell’alone di tenebra – continuare a guardarla. «Speravo di riuscire a convincerti con le parole», disse Gar­cia. «Ma sei davvero ostinata come sembri. Non c’è problema. Posso farti toccare con mano. Questo è quello che succederà se continui a giocare in un campo che non cono­sci. Qualcuno a cui tieni finirà per farsi molto male.» Si voltò a guardare Matt, che seguitava a penzolare debolmente avanti e indietro. Il san­gue ormai gli aveva dipinto dei marchi quasi tri­bali sul viso. «Posso capire il senso di disagio, però. Sei abitua­ta a strisciare nella mente degli altri e non è piacevole trovarsi nei loro panni, vero?» «Sono in coma», mormorò Katie. «Non so come diavolo sia successo, ma sono in coma.» Il professor Garcia scoppiò a ridere, la risata fragorosa che conosceva così bene ora velata da un alone di minaccia che la fece rabbrividire ancora di più. «Ma no, cosa vai a pensare. Stai bene. Sei soltanto addormentata. Ma ormai dovresti aver capito che il confine tra coma e sonno è molto labile. Altrimenti non si spiega come potresti entrare con tanta facilità nel cervello degli altri, no?» Garcia scosse il capo, tornando a guardare il corpo di Matt. «No, il punto è che non è così difficile, una volta scoperto come fare. Ma la domanda torna a essere sempre la stessa: ne vale la pena? O forse non sarebbe opportuno lasciar stare?» Katie si sforzò di respirare e di distogliere lo sguardo dal viso privo di conoscenza di Matt O’Brien. Era soltanto addor­mentata. Non poteva succederle niente di male. Anche se la paura di non riuscire a svegliarsi stava cominciando a insinuar­si dentro di lei. Un’altra paura di cui non aveva biso­gno. «Chi sei?» L’altro ignorò la domanda. «Come ci si sente ad avere un ospite nella propria testa?» Katie avrebbe voluto dire che era diverso, che ciò che lei fa­ceva era per il bene degli altri e non per minacciarli o costrin­gerli a fare qualcosa, ma si trovò incapace di rispondere, limi­tandosi a balbettare qualche parola priva di significato. Gli oc­chi del professore avevano catturato i suoi. Sembrava che la stessero ipnotizzando, posto che fosse possibile ottenere un ri­sultato simile in un sogno. Si sentiva priva di forze, incapace di andare oltre quell’alone di paura che l’aveva stretta in una mor­sa da cui era impossibile liberarsi. «Chi sono, eh?» ripeté il professor Garcia, quasi distratta­mente. «Dal tuo punto di vista, chiederei cosa sono. Ma per il momento diciamo soltanto che sono qualcuno che lavora nel tuo campo. E che non apprezza la concorrenza, soprattutto adesso che ci sono diverse cose in movimento. Se ti comporte­rai bene, potresti non scoprire mai nulla e questo rimarrebbe un incubo che alla fine dimenticherai.» Garcia tornò a sorridere in modo rassicurante. «Anzi, perché non alzare la posta? Potrei farti dimenticare tutto, l’incidente, gli interventi… no, non Matt. Magari senza tutti quei brutti ricordi potreste avere una possibilità insieme, chi può dirlo? Allora, che ne dici? Ti sem­bra una buona offerta?» Il professore schioccò le dita e Katie si ritrovò a re­spirare, aspirando veloci boccate come se temesse di perdere di nuovo il controllo del suo corpo onirico. Si domandò dove fos­se nel mondo reale, se Matt fosse al suo fianco, se stesse dando dei segni o se fosse soltanto… addormentata. Avrebbe voluto chia­marlo in suo aiuto – al diavolo, era qualcosa che aveva già fat­to! – ma il corpo penzolante davanti a lei era un avvertimen­to sufficiente. Eppure… c’era qualcosa che non andava nel discorso del suo interlocutore. Perché le stava chiedendo il permesso quan­do fino a quel momento aveva giocato con la sua mente? Perché, qualunque cosa sia, può soltanto giocare con te. Non può influenzarti direttamente. È come un abile prestigia­tore. Agiva in modo non dissimile da ciò che faceva lei con i suoi pazienti. Cambiava lo scopo, ma non il metodo. E infatti lei po­teva portarli a svegliarsi, non costringerli a farlo. Tornò a guar­dare Matt, sforzandosi di tenere a freno le emozioni e di non sentire gli occhi gonfi di lacrime. Ecco cosa stava usando per spingerla in una determinata direzione. I suoi affetti e le sue paure. Era un sistema che conosceva bene. «No», disse il professor Garcia. «No, no, no, mia cara, non commettere questo errore. Ti prego, risparmiati la sofferenza e scegli la strada più semplice.» «C’entri con quella ragazza in coma?» «Io?» domandò il professore, toccandosi il petto in modo teatrale. «Non è possibile. Non ho neanche un corpo fisico. Questo è un discorso sui sogni e sul passaggio tra le due di­mensioni. Un discorso che dovresti lasciar stare per il tuo bene, tutto qui.» «Voglio svegliarmi.» Il professore alzò le braccia, scoppiando di nuovo a ridere. «E chi te lo impedisce? Svegliati, andiamo. Vai pure a trovare la tua ragazza morente. Ho cercato di aiutarti, ma è impossibi­le.» Mentre parlava si era sbracciato, ma ora si era immobiliz­zato di nuovo. Rimase in silenzio per un istante, poi si portò le dita sotto il mento. «Ma forse posso mostrarti uno scorcio di futuro prima di lasciarti andare. Che ne dici? Ti va di farti leg­gere la mano?» «No», rispose Katie, ma si trovò a offrirgli il palmo. No, de­cisamente in qualche modo era capace di influenzarla diretta­mente. Era qualcuno che operava in quel campo da molto più tempo di lei. Non qualcuno, la corresse una voce fredda nella sua mente, ma qualcosa. «Vediamo cosa accadrà nel prossimo futuro», dichiarò il professor Garcia, guardandola con espressione sorniona. Katie focalizzò per un attimo l’attenzione sulla sua mano, che ora brillava di una strana luminescenza. Un attimo dopo, quando risollevò il capo, si trovava da un’altra parte. Lo studio non c’era più. Era in una specie di scantinato, umi­do e buio e maleodorante. L’unica fonte di luce proveniva dalle candele sparse sul pavimento, tra mucchi di stracci, ferraglia, vecchi pneumatici e strumenti di lavoro arrugginiti. Come in un sogno, lei non era presente davvero. Non c’era il suo corpo, ma soltanto i suoi occhi, come una sorta di telecamera sospesa. E quella telecamera si spostò di colpo verso destra, percependo un movimento. Un uomo ne stava trascinando un altro, tirando­lo per la caviglia. Il primo era di spalle e Katie non riuscì a ve­derlo, ma l’altro lo riconobbe subito. Era Matt. Ed era senza vestiti. Se quel dettaglio in altre circostanze l’avrebbe messa in imbarazzo, ora diventava quasi irrilevante rispetto ai tagli che gli cospargevano il corpo e che lasciavano dietro di lui una scia scura e scintillante alla luce delle candele. Non era neanche si­cura che fosse vivo. Gli occhi erano chiusi. Il tizio di spalle lo lasciò andare con un grugnito e si sfregò le mani. Indossava una camicia a scacchi, lercia come tutto l’ambiente circostante. C’erano gli aloni di sudore sotto le ascelle e sulla schiena. C’era da comprenderlo, Matt non era un peso leggero. Anzi, come avesse fatto un piccoletto del genere ad avere la meglio su di lui… «Non poteva farci niente», spiegò il professor Garcia. Anche la sua voce distorta era fuori campo, un semplice spettatore a quella scena surreale. «Era impegnato a proteggere te. O, me­glio, sarà impegnato a proteggerti. In ogni caso è stato colto di sorpresa per questo motivo.» Lo sconosciuto di spalle estrasse un oggetto dalla cintola e Katie lo vide brillare nella semi oscurità. Una lama. La immer­se lentamente nel fianco di Matt, allargando una ferita e facen­dola sanguinare di nuovo. L’uomo utilizzò quel sangue per di­segnare un cerchio intorno al corpo dell’irlandese, imprecando quando una candela si trovò sulla traiettoria. La spinse via con il piede e quella si rovesciò, finendo per spegnersi. Seguì un’altra imprecazione, mentre la rimetteva in piedi e la accen­deva di nuovo. Quindi terminò il suo circolo. Omicidi rituali, pensò Katie, il suo lato freddo e calcolatore a riprendere il controllo. Ecco con cosa abbiamo a che fare. Il detective Hultman non mi ha detto niente del genere. Non lo aveva fatto o non lo ricordava? Anche quella era una domanda che avrebbe potuto essere interessante. «Stai ancora cercando di lavorare al caso?» La voce di Gar­cia era beffarda. Non lo aveva mai sentito parlare con quel tono. Persino quando scherzava, il professore restava bonario. Al diavolo, riusciva a esserlo anche quando la rimproverava. «Hai capito che è ciò che succederà se ti ostini su questa stra­da? Pensavo che almeno a Matt volessi bene.» Come a sottolineare quelle parole, l’uomo immerse di nuovo la lama nella ferita, questa volta più in profondità. Matt ebbe un sussulto ed emise un gemito. Era ancora vivo. Il carnefice non se ne curò, tornando a disegnare altri simboli all’interno del cerchio, simboli che dal suo punto di osservazione Katie non riusciva a distinguere. Cercò di non concentrarsi sull’ami­co ferito, ma sui particolari, sulle macchie di fango in fondo ai jeans dell’uomo con il coltello, segno che doveva aver cammi­nato sulla terra, magari dopo una pioggia. E poi stava cercando di guardarlo in faccia. Se fosse stata capace di memorizza­re i suoi lineamenti avrebbe potuto fornire alla polizia degli indizi fondamentali… prima che quello scenario si verificasse davvero. «Vedi, il tempo è un concetto relativo rispetto a dove mi tro­vo io. Posso spostarmi avanti e indietro, e dare un’occhiata. E questo non è uno scenario possibile, è lo scenario altamente probabile. Ora ho modificato qualcosa portandoti qui, ma l’uni­co sistema per evitarlo del tutto è tirarsi indietro. Lo capisci questo? Vuoi vedere come andrà finire per il povero Matt?» Katie avrebbe voluto rispondere di no, ma l’uomo con il col­tello tornò a operare sul suo amico. Aveva bisogno di parec­chio sangue per portare a compimento il suo folle progetto. E poi, proprio quando Katie pensava che avrebbe continuato a immergere la lama nelle lesioni di Matt fino a quando non ci sarebbe stato più niente con cui disegnare, quello si infilò il coltello alla cintola e annuì, soddisfatto. Matt era tornato immobile. Il petto si alzava e si abbassava appena, ma Katie non doveva focalizzarsi su di esso. Lo sape­va. Se si fosse lasciata prendere dall’emotività non avrebbe im­parato nulla. Avrebbe cominciato a piangere e il groppo in gola si sarebbe gonfiato fino a soffocarla tra il dolore e il rimorso e la sensazione di impotenza. Invece doveva dimenticarsi di Matt. E doveva farlo proprio per lui. L’uomo percorse il circolo, controllando per l’ennesima vol­ta la sua opera, infine si inginocchiò vicino alla testa dell’irlan­dese, come se volesse sussurrargli qualcosa all’orecchio. Inve­ce estrasse di nuovo la lama e gliela avvicinò al collo. Lo tenne fermo per la fronte, schiacciandogli il capo a terra. Katie avreb­be voluto distogliere lo sguardo, ma non poteva. E poi aveva bisogno di me­morizzare quel volto, quegli occhi spiritati. Do­veva rimanere tutto impresso nella sua mente. La mano scattò in avanti e pe­netrò nella carne di Matt con facilità. Quando il coltello fu spinto all’indietro, un getto di sangue fumante scatu­rì dalla fe­rita come un geyser. Era impressionante che ve ne fosse anco­ra. Senza alcuna emozione sul volto, l’uomo tenne ferma la te­sta di Matt fino a quando il fiotto non si esaurì. Il sangue aveva coperto tutti i disegni. Non aveva alcun senso. Perché li aveva realizzati, allora? «Stai a guardare», disse la voce del professor Garcia. «Quan­to alla quantità di sangue… okay, potrei aver esagerato.» Quindi, mentre le labbra sottili dell’uomo si muovevano in una silenziosa invocazione, i simboli disegnati sul sangue si fe­cero di nuovo visibili, come una sorta di bassorilievo sul liqui­do ematico sparso a terra. Non ha alcuna logica, si trovò a pensare Katie. È soltanto un sogno. Un sogno orchestrato per impedirle di agire. Per fermarla. Per trasformarla in un vegetale, come subito dopo l’incidente. Le dita schioccarono ancora e Katie si ritrovò nello studio del professor Garcia. La luce del sole era quasi accecante dopo i minuti passati nell’oscurità di quella cantina dimenticata. Il professore era appoggiato contro la scrivania e stava tamburel­lando con la penna. Solo che, mentre Katie lo osservava, la pen­na si trasformò nel coltello che aveva preso la vita di Matt O’Brien. Era sporco di rosso e alcune gocce colarono sull’abito altrimenti immacolato di Garcia. «Non ti immischiare nei miei affari, Katie», disse il profes­sore, ma adesso la voce era completamente diversa. Era roca, bassa, maligna. «E io non mi immischierò nei tuoi. Torna ad aiutare i poveri disgraziati, se ci tieni tanto, ma rimani alla lar­ga da questa storia. O non ne uscirai più.» * * * «Katie, mi stai ascoltando?» Avvertì una sensazione di freddo contro la fronte e si rad­drizzò di scatto. Il cuore sembrava volerle scoppiare nel petto, ma era tutto a posto. Era nell’abitacolo dell’auto della polizia. Il freddo che aveva sentito era soltanto il finestrino contro cui si era appoggiata nel sonno. Sui sedili anteriori, i due detective guardavano la strada in silenzio, mentre le vie di Boston si sus­seguivano intorno a loro nel traffico del giorno. Nessuno si era accorto di niente. Doveva aver chiuso gli oc­chi per pochi istanti. «Sì, mi sono distratta un attimo», rispose Katie, vol­tandosi verso di lui. Matt aveva l’espressione perplessa, ma sta­va bene. Non gli era successo niente. Nessuno lo aveva aggre­dito con un uncino o trafitto con una lama. «Cosa mi stavi di­cendo?» «Che dobbiamo parlare per bene di questa storia.» Fece un cenno all’indirizzo dei poliziotti. «Loro sono abituati, è il loro lavoro. Ma per noi… non lo so.» Matt sorrise appena, un sorri­so quasi forzato. «Sei tu a prendere le decisioni, e questo sono arrivato ad accettarlo. Ma vorrei parlare di questa faccenda pri­ma di intervenire, okay? Nel senso: andiamo lì, ascoltiamo tut­to, ma poi ne discutiamo tu e io. Da soci.» Certo. Avrebbero dovuto parlarne. Anche di quanto le era appena successo. Ma non di fronte agli agenti. Si sentiva già abbastanza esposta così, senza il bisogno che i detective la prendessero per pazza prima ancora di vederla intervenire. No, quella era una faccenda che andava affrontata con il professor Garcia, quello vero, posto che fosse possibile trovarsi di nuovo nel suo studio senza essere vittima di un attacco di panico. Katie sospirò e gli afferrò la mano. Lui ne fu talmente sor­preso che quasi si tirò all’indietro. «Okay. Ti prometto che non solo ne parleremo, ma ti ascolterò.» «Cioè non dovrò costringerti a prendere in considerazione la mia idea?» Katie annuì e cercò di sorridere a sua volta. Poi incrociò lo sguardo duro del detective Hultman nello specchietto retroviso­re e il sorriso le morì sul volto. Poco più in là, l’edificio di mattoni con la scritta in blu del BPD si avvicinava sempre di più. Per un momento lo stemma della polizia assunse la forma di un acchiappasogni – enorme, dorato, lucente – ma prima ancora che Katie potesse trasalire tornò a essere il rassicurante simbolo delle forze dell’ordine. «Da soci?» domandò ancora Matt mentre il detective Hult­man fermava l’auto. «Da soci», ripeté Katie con un sospiro. Erano arrivati a destinazione.
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