MIKE/MIMMO/PORTNOY
Ashes in your hands
Mercy in your eyes
If you’re searching for a silent sky
You won’t find it here
(Dream Theater)
«Nonno, quando ci racconti l’ingresso degli altri musicisti? Hai detto che avete formato una band, non potevate mica essere così pochi. Quando arrivano gli altri?» mi domanda impaziente Alanis.
Dolores non dice nulla, rimane seduta in silenzio a osservare la finestra. Spesso si perde a guardare il cielo e le nuvole che vi corrono e si trasformano di continuo. Ma so che ascolta, è solo un suo modo per rilassarsi.
Oggi avrei raccontato loro del batterista.
Così come trovai il mio maestro praticamente sotto casa, anche il batterista di quella che sarebbe stata la nostra band saltò fuori da dove meno te lo aspetti, nella fattispecie lo trovai tra quelli che erano stati i miei compagni delle scuole medie. O meglio, lo ritrovai grazie a una serie di eventi solo all’apparenza casuali.
Le medie le avevamo fatte insieme, poi io avevo scelto lo scientifico e lui geometra. All’epoca le scuole di geometra e ragioneria erano considerate come un refugium peccatorum, nel senso più ampio del termine, nel senso che lì ci andava chi in qualche modo voleva un diploma ma di studiare non ne aveva assolutamente voglia. Che in parte fossero leggende era pur vero, ma i molti aneddoti che mi raccontarono in quegli anni alcuni amici che frequentavano quegli istituti mi convinsero una volta di più che in ogni leggenda ci fosse sempre un fondo di verità. Da noi certe cose, semplicemente, non succedevano. Non succedeva che gli studenti andassero a scopare nei bagni o che dessero fuoco ai cestini della carta in aula e poi li spegnessero pisciandoci sopra in gruppo o giocassero al tiro a segno contro i professori più remissivi. Non era ipotizzabile. Eppure di là, stando alle cronache, succedeva eccome. Un carnevale quotidiano. Molto distante dal mio carattere, ma per certi versi un po’ li invidiavo, nonostante tutto anche in me, sotto molti strati di cenere, covava un fuoco di inquietudine e di ribellione, ma per molto tempo la mia parte più saggia e prudente riuscì a tenerlo sopito.
Altre cose invece non mancavano nemmeno da noi. Molto di nascosto, ma lo spaccio di erba avveniva anche tra le nostre mura. E alcuni soggetti sembravano nati per farne uso. Se dapprima li guardai con stupore e ritenni logico tenermi a distanza da loro, dopo alcuni mesi di frequentazione della ciabotta iniziai a rivedere le mie posizioni e scoprii che proprio tra essi si trovavano i soggetti più interessanti, a tratti un po’ esageratamente bohémien o forzati imitatori dei poeti maledetti, ma in linea di massima era gente con cui si poteva affrontare un’infinità di discorsi dalle tematiche più imprevedibili. Forse il re indiscusso di questa cricca era un certo Sandre. A vederlo per strada lo avresti considerato non più che un barbone in erba, ma sapeva tirar fuori dei ragionamenti che ben poche altre volte ho avuto modo di sentire. Non mi dilungherò su di lui e sulle sue stranezze, talvolta arrivava a scuola senza scarpe o coi capelli metà di un colore e metà di un altro, non ebbe in fin dei conti un ruolo cruciale per la band, ma fu lui a portarci il batterista.
Ogni tanto Sandre arrivava in ciabotta, era amico di Adam e Kurt da più tempo di me. Diceva di saper suonare la chitarra, ma conosceva tre accordi in croce. In realtà non gliene fregava nulla. A Fulvia piaceva, la affascinava, un po’ come faceva con tutti quelli che parlavano con lui, ma non lo considerava scopabile. Ogni volta che arrivava in ciabotta Sandre portava sempre un po’ di hashish o altre sostanze che lui si ostinava a definire naturali. Più volte ci aveva detto di avere una piccola piantagione a casa sua, un po’ nei vasi e un po’ mischiate alle piante nell’orto del vicino ottantenne rincoglionito. Tutto sommato era madre natura stessa a farle, nulla di sintetico, non aveva poi tutti i torti. Che poi la naturalità non sempre andasse d’accordo con la legalità era un altro discorso, ma nessuno se ne crucciava. Per lui la porta era sempre aperta.
A volte arrivava con altre persone, maschi o femmine o strani ibridi che raccattava dove solo lui sapeva. Un giorno arrivò con Mike. Stentai a riconoscerlo, si era fatto crescere i capelli fin oltre le spalle, scuri e mossi e aveva messo su un fisico robusto che alle medie non aveva. Restavano però i suoi occhi celesti e soprattutto la sua voce che non era affatto mutata, il suo modo di parlare era rimasto identico. Anche lui mi dovette osservare per un po’, anche io avevo i capelli lunghi fino alle spalle e un leggero accenno di barba incolta, più che altro baffi e pizzo. E un paio di occhiali dalla montatura leggerissima che però proprio non sopportavo. Alla fine, in simultanea, ci riconoscemmo e ci abbracciammo. Il mio vecchio amico Mike Portnoy in persona, stentavo a crederci.
Non era mai stato lì e conosceva Kurt di vista, come molti altri del resto. Fatto sta che, gioviale ed espansivo come sempre era stato, in dieci minuti era già amico di tutti. Raccontò una serie di aneddoti esilaranti della sua scuola, alcuni al limite dell’incredibile, ma li raccontò bene e decidemmo di credergli. Sicuramente sapeva creare un clima di allegria. Fu chiaro a tutti che da quel momento sarebbe stato sempre e comunque il benvenuto.
D’un tratto mi ricordai di una scena che gli avevo visto fare più volte: durante l’ora di educazione tecnica, alle medie, prendeva le stanghette bianche del normografo e iniziava a picchiettarle sul banco dandogli un ritmo assolutamente preciso e irresistibile, alternando il bordo di legno con le gambe in metallo del banco e altri oggetti che gli capitavano a tiro tipo libri e matite e creando di fatto un piccolo assolo di percussioni, ogni volta differente. Era sempre il prof a farlo smettere. Era un prof itinerante, quasi un peripatetico potrei dire, che mentre spiegava si aggirava per la classe, diceva che non serviva guardarlo, dovevamo imparare soprattutto ad ascoltarlo. E, quando vedeva qualcuno distratto, gli arrivava dietro furtivo e, con un movimento rapidissimo delle dita, gli assestava una stecca terrificante sull’orecchio. Le cipolline le chiamavamo. Facevano un male senza senso, per una decina di minuti perdevi la sensibilità del lobo auricolare che diventava color pomodoro maturo. Però non lasciava mai un segno che fosse uno, un cecchino in piena regola.
«Ti prende ancora il raptus del percussionista?» gli domandai.
Simo e Fax si fecero di colpo attenti.
«Certo. Se è per questo ho una batteria nell’officina di mio padre, in pratica me la sono costruita da solo.» Ricordai che suo padre era un valente fabbro.
Fax, Simo e io ci guardammo: la stessa idea attraversò le nostre teste.
Sandre stava rollando una canna sul divano accanto a Fulvia, nessuno di loro diede peso ai nostri discorsi.
«Bella storia! Guarda caso anche noi abbiamo una batteria nell’altra stanza e stiamo giusto cercando un batterista. Ti va di provare?» propose Fax.
«Andiamo» rispose lui alzandosi all’istante. «Ho visto di meglio, ma per una prova può andare. Giusto il charleston salverei» disse appena vide la batteria.
Chiudemmo la porta e collegammo i nostri strumenti.
«Ascolta questa» disse Simo.
Calino non c’era, era sempre più assente e suonava sempre meno. Era in fase down mi aveva detto Fax spiegandomi che spesso passava dei periodi bui.
Io in compenso, dopo mesi di assidua frequentazione di Beppe, stavo diventando sempre più capace. Avevo cominciato le lezioni a inizio anno, adesso eravamo quasi ad aprile. Attaccai l’intro distorta di Smells like teen spirit e Fax mi seguì dopo poche battute. Simo la cantò fino in fondo e poi disse a Mimmo: «Come avrai capito, manca tutta la parte ritmica, adesso te la rifacciamo solo strumentale, prova a inventarti qualcosa.»
«Sì, però fammi sentire un’intro con la chitarra non distorta, più sottotono, stesso giro armonico, così prendo il ritmo giusto» mi disse mentre faceva roteare le bacchette con maestria da giocoliere.
Provai due o tre volte finché la cosa lo soddisfece. «Io entro dopo, poi distorci e intanto entra anche il basso, secondo me si valorizza. Proviamo.»
Valorizzò. E non poco. Cazzarola se picchiava su quei tamburi!
Nell’arco di un’ora creammo il brano nella sua versione definitiva. Nelle settimane precedenti Fax era riuscito a procurare un registratore, non era un gioiello della tecnica ma tornò utile allo scopo e incidemmo il brano su un nastro. Il suono registrato era ancora più sporco della nostra esecuzione, ma era perfetto così, sembrava fatto apposta. Certi brani devono frusciare, devono graffiare. Fu la nostra prima vera incisione completa.
Avevamo un batterista.
La porta si aprì e Sandre, sputando fuori dalla bocca una voluta di denso fumo disse: «Mimmo io mi sto un po’ scassando e tra poco mi devo vedere con Cucco, che fai vieni o resti?»
«Se qualcuno mi riporta a casa resto, senti qui cosa abbiamo tirato fuori!»
Riprendemmo il brano da capo, si affacciò anche Fulvia.
Dopo un attimo i nostri due spettatori iniziarono a saltellare e a darsi forti spallate.
«Poga Fulvia spacchiamo tutto!» gridava Sandre felice.
Poga. Voce del verbo pogare. Il pogo, sostantivo derivato. Era la prima volta che sentivo quelle parole, ma mi parvero perfette.
Kurt, l’unico tra noi al momento dotato di auto propria, si offrì di riaccompagnare a casa Mike.
Sandre se ne andò sulla sua vecchia Innocenti, anche lui aveva un mezzo proprio e anche lui, proprio come Simo, la guidava senza patente, fottendosene di tutto e di tutti. Fulvia andò con lui, aveva voglia di farsi un giro. Sapevo che Kurt non si curava di questi dettagli, anche se a tutti era noto che fossero fidanzati. Ma forse fidanzati era un termine esagerato. Stavano insieme all’occorrenza, tutto qui, e nessuno dei due pretendeva più di tanto dall’altro.
«Perché Mimmo?» domandai al mio amico ritrovato.
«Chiedi a quello scoppiato di Sandre la prossima volta che lo vedi, l’ha tirato fuori lui mentre una sera si faceva un cippone. E tu perché Vex?»
«Chiedi a Fax, lui l’ha tirato fuori senza ausilio di droghe. Il che forse è fin peggio.»
Ce la ridemmo. Giusto per non sbagliarsi, Mimmo estrasse il necessario da una tasca e provvide a rollare una canna, Fax accettò volentieri di condividerla. Io mi limitai al fumo passivo, riuscivo comunque a trarne beneficio e riuscivo nel contempo a soddisfare il mio senso di colpa, qualcosa in me ancora si opponeva strenuamente all’assunzione di sostanze psicotrope. Ma erano ormai gli ultimi baluardi. Simo andò di là e si attaccò alla vodka maledicendo Fulvia che gliene aveva lasciata solo poco più di metà. Si spiaggiò sul divano e si abbioccò.
Io tornai in saletta e attaccai un giro di accordi semplici e stoppati, era qualche giorno che stavo cercando di chiudere quel brano. Non ho mai avuto una gran voce, non di quelle che ci si aspetta da un vero cantante per lo meno, ma il timbro non era male e l’intonazione comunque c’era. Mi misi davanti al microfono e iniziai a suonare e cantare distrattamente a occhi chiusi il brano che avevo scritto.
Where d’you think you’re going / Don’t you know it’s dark outside?
Where d’you think you’re going / Don’t you care about my pride?
E il resto a seguire.
Poi attaccai un assolo leggero, ma sarebbe servita una ritmica sotto a sostegno. Però dovette funzionare, visto che quando riaprii gli occhi Mimmo e Fax erano lì di fronte a me, il primo a braccia conserte e l’altro con una mano in tasca appoggiato con una spalla allo stipite, a fissarmi con due occhi così.
«Bella storia, quando pensavi di dircelo che puoi anche cantare? E ’sto brano da dove salta fuori?»
«Quanto al cantare lascerei perdere. Il brano lo sto scrivendo da qualche giorno. Il testo c’è, devo solo finire la musica. Già che siete lì a far niente, che ne pensate di dare una mano?»
Così fecero. Ci sarebbe voluta una seconda chitarra, ma Fax riuscì a riempire benissimo tutti i vuoti armonici che dovevano sostenere i miei fraseggi solistici. E Mimmo non fu da meno, pur dicendomi che era decisamente noioso, preferiva ritmi ben più sostenuti.
Quando completammo il brano era buio. Non lo registrammo, era ancora un po’ da rifinire e ad ogni modo avremmo saputo ripeterlo senza problemi. A scanso di equivoci feci una cosa che diede il La ai graffiti in ciabotta. Andai nella sala d’ingresso e con una matita scrissi sul muro il testo completo del brano con tanto di indicazione di tonalità e giri di accordi. In calce la data e la mia firma. Le pareti erano di un bianco sporco e ospitavano alcuni poster di alcuni gloriosi gruppi musicali, nonché un manifesto ingiallito che inneggiava al comunismo appeso lì chissà da chi e chissà da quanto tempo.
Simo si risvegliò dal suo torpore etilico e apprezzò l’idea imitandola subito e scrivendo il testo del suo ultimo brano. Gli accordi non li mise, in quel momento non se li ricordava. O forse non li aveva mai saputi, tanto suonavano gli altri.
Fax a sua volta prese la matita e scrisse: Today. Nient’altro.
«Cazzo significa?» gli chiese Simo.
«Prima o poi scriverò questa canzone, il titolo ce l’ho in mente da anni. Manca solo il testo e la musica, ma sarà il mio brano migliore» spiegò Fax senza aggiungere altro.
«Voi non siete tutti a posto. Io comunque non scriverò mai nulla, suono e basta» chiuse Mimmo. «Simo, sei abbastanza ubriaco per andare a schiantarti contro il primo albero o secondo te una decina di chilometri riusciamo a farli?» aggiunse.
«Ti vedo uno. Cioè, non ti vedo doppio, già un buon segno. Depone a favore della possibilità di non schiantarci. Ho guidato in condizioni molto peggiori, credimi. Quando vuoi possiamo andare.»
Ce ne andammo. Io sul mio scooter nero truccato, loro tre sulla Panda amaranto che mi precedeva un po’ a zig zag, non osai superarli per la quasi certezza che mi avrebbero speronato.
Il giorno seguente Fax era in classe e incrociai Simo nei corridoi durante l’intervallo. Erano sopravvissuti.