ANGUS/BEPPE/YOUNG

1951 Words
ANGUS/BEPPE/YOUNG I’ll give you black sensations up and down your spine If you’re into evil you’re a friend of mine (AC/DC) Ogni venerdì pomeriggio le mie nipotine passavano a trovarmi, puntuali come un treno svizzero. Restavano con me fino a sera, poco prima dell’ora di cena, fin quando Anouk passava a riprenderle, all’incirca verso le diciotto. Di solito c’erano entrambe, talvolta una non poteva e allora l’altra veniva da sola, ma capitava di rado. Anche se non si fece mai vedere, credo che la loro madre le portasse volentieri, forse perché poi le raccontavano la storia che io raccontavo a loro, in questo modo avrebbe potuto conoscere qualcosa di me, qualcosa in più di quel quasi nulla che sapeva ma che per niente al mondo si sarebbe mai abbassata a chiedere di persona. Io e sua madre litigammo poco prima della sua nascita, quei litigi senza ritorno, e io scomparvi dalla sua vita. La abbandonai? Sì, lo feci. Non senza vergogna ma lo feci. Ma ora è presto per questa parte della storia. Ora devo raccontare loro del mio maestro. Quello che incontrai per caso lungo l’isola pedonale del nostro capoluogo. Non ero solito passeggiare per le vie del centro, ma quel sabato mattina un istinto a cui non potei sottrarmi mi spinse a prendere l’autobus e a scendere alla grande città. La scusa che accampai con me stesso era di andare nel negozio di dischi a cercare qualche novità degna di interesse, ma in verità non ne avevo alcuna intenzione, prova ne era il fatto che uscii senza portafoglio. Prendere l’autobus senza pagare il biglietto era una cosa che mi creava apprensione, ma non avevo certo voglia di rincasare a prendere i soldi. Nessun controllore quel giorno, mi andò bene, come sempre va quando ti lasci guidare dalla buona sorte. A pochi metri dal negozio di dischi trovai lui, ma prima di trovarlo lo udii. Dal suono doveva essere una chitarra elettrica, suonata bene, anzi divinamente. Quando mi avvicinai e vidi come stavano le cose, sentii la mascella staccarsi dal resto del volto, per un attimo temetti di doverla raccogliere da terra. Era un musicista di strada e imbracciava una classica. Ma la suonava come un’elettrica, perfino il timbro era elettrico. Mi spiegò in futuro che non servivano grandi ritrovati elettronici, bastava premere le corde in un certo qual modo; aveva ragione, ma in quel momento mi sembrò stregoneria. Aveva qualche anno più di me, ma non poi molti. Era seduto su uno sgabellino pieghevole, accanto a lui un piccolo amplificatore portatile collegato ad una batteria da 24V, di fronte la custodia aperta a mo’ di bussolotto con dentro molte monete e alcune banconote e, sempre dentro l’elmo dello strumento, una piccola pila di dépliant colorati intitolati La chitarra in parole povere. Quando terminò il brano la folla radunata dinnanzi a lui si produsse in un caloroso applauso e altre monete piovvero nella custodia. A quel punto ringraziò e salutò dicendo che per quel giorno aveva finito. Alcuni acquistarono gli opuscoli. Io rimasi due passi indietro a osservare finché quasi tutti furono spariti, a quel punto mi avvicinai. «Ciao. Purtroppo ho sentito solo un brano ma sei davvero strepitoso. Non è che per caso dai lezioni?» «Eh auguri!» disse una voce alle mie spalle ridendo divertita. Mi voltai e lo fissai con aria interrogativa. Avrà avuto sì e no 25 anni, capelli neri e ricci in cui teneva immersa una mano come se volesse sorreggere la propria nuca, un paio di occhiali e uno sguardo prossimo alla follia. «Lui dà lezioni solo ai talenti naturali, se dopo due o tre volte non sei all’altezza ti manda a cagare.» «Non è vero, è che non voglio i somari perditempo» replicò il chitarrista ridendo a sua volta. «Tu Gigi sei un somaro scansafatiche e io devo salvarti da te stesso. Non voglio che vieni a buttare via soldi per nulla. Più che ai talenti naturali do lezioni ai talenti dell’impegno. E lo sai. E poi al momento il blues non è proprio il mio genere, forse in futuro, ma per ora è meglio se cerchi un maestro più in linea coi tuoi gusti.» «Il saggio Beppe. Mi sa tanto che hai ragione, ma sentirti suonare è sempre un piacere.» Si abbracciarono come due buoni amici e si salutarono. «Tutti i giovedì sera, l’orario si concorda senza problemi» mi disse. «Come?» domandai preso alla sprovvista. «Le lezioni. A casa mia. Porta la chitarra. Meglio se hai una classica per iniziare.» «Si vede così tanto che parto da zero?» «Sesto senso. Ad ogni modo la base è sempre la classica, il resto diventa poi un giochetto.» Se lo diceva lui! Mi diede indirizzo e telefono, dovetti impararli a memoria. Mi diede anche uno dei suoi opuscoli, il numero uno, dicendomi che glielo avrei pagato una volta a lezione. Sopra c’era il suo nome, Angus Young. Ma si faceva chiamare Beppe. Tornai a casa e provai subito il brano del dépliant. Leggevo lo spartito alla velocità di un bradipo in fin di vita, le mie nozioni di teoria musicale erano davvero imbarazzanti, ma in fin dei conti erano solo due facciate e le risolsi in un paio d’ore. C’erano già alcune doppie note, ma non fu un grosso problema, il pollice faceva i bassi e le altre dita il resto. Era perfino indicato quale dito usare per quale nota, a prova di imbecille. Pur essendo io figlio unico, se c’era una cosa che proprio non mi mancava erano i cugini, una vasta famiglia circondava la mia quotidianità. Sguinzagliai mia madre al telefono con le sue sorelle e in breve mi trovò una classica usata da uno dei tanti cugini, una Ferrarotti prossima all’autodistruzione, ma con le corde nuove tutto sommato riconquistò una sua dignità strumentale. La accordai usando l’elettrica come riferimento. Qualche tempo dopo, improvvisamente, realizzai che madre natura mi aveva elargito un grande dono, l’orecchio assoluto, ero in grado di distinguere perfettamente un semitono da un altro e individuare la nota corrispondente. Non me ne ero mai reso conto, forse perché non ne avevo mai avuto bisogno, per quanto ne sapevo poteva essere successo da un giorno all’altro. Se non altro non avrei mai avuto bisogno di un accordatore, gran bella fortuna. Quando si dice aver tutto sotto casa. Angus viveva a nemmeno un quarto d’ora a piedi da casa mia, eravamo concittadini e non l’avevo mai saputo. Quando arrivai mi fece salire in una specie di mansarda rialzata e mi fece accomodare su una sedia, di fronte a essa leggio e poggiapiede erano già sistemati. Oltre alla mia c’erano altre due sedie allestite alla stessa maniera. «Di solito faccio lezioni multiple» mi spiegò. «Tre allievi alla volta, così dividete il prezzo per tre e intanto vi abituate a suonare in mezzo agli altri e a non farvi distrarre da altri suoni e rumori.» Era un grande. Un metodo a cui non avrei mai pensato. «Però stasera sei solo, gli altri hanno avvisato che non possono. No, non è una fortuna, non illuderti. Il prezzo per te non cambia, ma in tal modo ti romperò le palle per tre.» Rise. E io con lui. Mi disse, guardandola con malcelata compassione, che la mia chitarra era bella stagionata e mi chiese se avevo già dato uno sguardo al dépliant. «Sì, ci ho provato, ma non so nemmeno se ho indovinato le note giuste» risposi. Mi esortò a provare ad eseguirlo. Mi lasciò fare e alla fine disse: «perfetto, ma tutto da rifare.» Voleva dire: le note erano giuste, il ritmo tutto sommato c’era, però l’impostazione dello strumento era davvero pessima. Intanto non avevo appoggiato il piede sul pedale, il manico di conseguenza era praticamente parallelo al terreno, la mia schiena piegata e la mano sinistra troppo storta e il pollice spuntava platealmente da dietro il manico. Infine anche la mano destra aveva un’inclinazione del tutto errata. Tutto sommato avevo fatto un mezzo miracolo riuscendo a non sbagliarlo da cima a fondo. Mi fece vedere come andava fatto e constatai che era un altro pianeta. Anche il suono usciva in modo completamente diverso e riusciva a dare delle varietà di ampiezza di volume e di timbriche impressionanti. Va bene che aveva una Ramirez da studio accanto a sé, ma giusto per dimostrarmi che quanto diceva era vero, il brano lo eseguì anche col mio catorcio che in quel momento produsse un suono di una qualità tale che probabilmente mai aveva prodotto in tutta la sua esistenza. Me lo restituì e mi fece riprovare. Concentrato com’ero sulla posizione delle mani e della gamba e della schiena sbagliavo una nota su due o le storpiavo. Mi sentii un perfetto incapace, ma non demorsi. Me lo fece ripetere non so quante volte di fila e, quasi a fine lezione, finalmente il brano uscì decentemente. I calli li avevo già, ma i polsi e le dita, obbligati a posizioni innaturali, mi facevano un male del diavolo. Implorai pietà. Così ci fermammo e mi raccontò che era qui da quasi due anni. Veniva dall’Australia, dove era nato e aveva passato gran parte della sua vita, ma le sue origini erano tali e quali le mie. Mi disse che dentro di sé aveva sentito una sorta di richiamo ancestrale della terra madre; aggiunto al fatto che era affascinato dalla cultura e dall’arte del Bel Paese, non poté evitare di tornare in quella che in qualche modo considerava comunque la sua patria. Suo padre era nato e vissuto qui, proprio in questa casa. Quando era emigrato in mezzo a canguri e aborigeni qui erano rimasti i suoi, i nonni che Angus non aveva mai conosciuto e quando erano morti la casa era rimasta chiusa e priva di inquilini per molto tempo. Adesso era tornato da un paio d’anni e si manteneva come artista di strada e dando lezioni private. Parlava quasi privo di inflessione straniera, come facesse non so. Quando arrivò, c’era qui chi ancora si ricordava bene di suo padre e, vedendolo, la prima cosa che gli disse fu: Beppe! Hai fatto un patto col diavolo? Sei uguale a quando sei partito! Suo padre si chiamava Giuseppe, per tutti Beppe. Si assomigliavano molto. Angus capì bene, suo padre spesso gli parlava in italiano, ma dovette rispondere di no, nessun patto, anzi il diavolo se lo era portato via suo padre pochi mesi prima. Ad ogni modo, il soprannome gli rimase. A lui non dispiacque. Mi diede un altro opuscolo e mi disse di prepararlo per la settimana seguente. Il percorso didattico prevedeva 24 dépliant, risolti i quali si sarebbe aperta finalmente la strada al divertimento chitarristico, per chi lo gradisse si poteva addirittura affrontare il tema diploma al conservatorio, le basi sarebbero state più che sufficienti. Di solito un allievo di media bravura e di indefessa applicazione ci metteva un paio d’anni o qualcosina in più. Io ne venni a capo all’incirca in dieci mesi, con sommo stupore di entrambi. Risolvere i brani significava saperli eseguire dalla prima all’ultima nota senza sbagliarne una, impararli possibilmente a memoria e, soprattutto, darne una propria interpretazione, naturalmente imprimendogli un senso filologico a seconda del brano in oggetto. Imparai in breve a leggere la musica e a suonarla al volo e ad identificare con una brevissima occhiata la tonalità dei brani. In quei dieci mesi continuai, ovviamente, a frequentare la ciabotta. E si aggiunsero nuovi interessantissimi personaggi. In tutto ciò dovetti trascurare la scuola, non si può aver tutto nella vita, ma mi risolsi a galleggiare a pelo d’acqua, lo sforzo minimo indispensabile per mantenere la sufficienza in tutte le materie. Beh, quasi tutte. C’era pur sempre settembre. Così finii il mio quarto anno di scientifico, con due materie agli esami di riparazione, brillantemente superati. In quell’estate divenni a tutti gli effetti un chitarrista in fieri, sicuramente il migliore del liceo. Ma non era ancora tempo di concerti, per quelli volevo prima finire il percorso con Beppe. Me lo diceva sempre, per imparare a improvvisare devi prima avere delle ottime basi, senza le fondamenta l’edificio crolla. E subito dopo aggiungeva: «Però ricorda, non devi mai dire a te stesso studio musica, ma solo e soltanto play music.» Un artista. Anzi, un Artista. Ecco cos’era.
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