1.

1586 Words
1. Nello studiolo angusto, arredato di mobili, se non meschini, certo molto comuni, comperati di combinazione o a un tanto il mese, ma pur fornito già d'un tappeto nuovo fiammante e di due tende agli usci anch'esse nuove e d'una tal quale appariscenza, sembrava non ci fosse nessuno. Ma c'era lui, Ippolito Onorio Roncella: là, immobile come le tende, come quel tavolinetto innanzi al divanuccio, immobile come le due tozze scansie e le tre seggiole imbottite. Guardava con occhi sonnolenti quegli oggetti e pensava che ormai poteva essere di legno anche lui. Sicuro. E tarlato bene. Stava seduto presso la piccola scrivania, con le spalle volte contro l'unica finestretta quadra, che dava sul cortile e da cui entrava perciò ben poca luce, riparata come se fosse molta da una lieve cortina. A un certo punto, tutto lo studiolo parve sussultasse. Niente. S'era mosso lui, Ippolito Onorio Roncella. Per non guastare all'ampia bellissima barba grigia e ricciuta, lavata, pettinata, spruzzata di liquido odore, quel boffice ch'egli le dava ogni mattina palpeggiandola con la mano cava, si fece venir sul petto, con una mossa del collo, il fiocco del berretto da bersagliere che teneva sempre in capo, e si mise a lisciarlo pian piano. Come il bimbo la poppa della mamma o della bàlia, così egli, fumando, aveva bisogno di lisciar qualcosa e, non volendo la barba, si lisciava invece quel fiocco del berretto da bersagliere. Nella quiete cupa del mattino cinereo, nel silenzio grave, ch'era come la tetra ombra del tempo, Ippolito Onorio Roncella sentiva quasi sospesa in una immobilità di triste e oscura e rassegnata aspettativa la vita di tutte le cose, prossime e lontane. E gli pareva che quel silenzio, quell'ombra del tempo, varcasse i limiti dell'ora presente e si profondasse a mano a mano nel passato, nella storia di Roma, nella storia più remota degli uomini, che avevano tanto faticato, tanto combattuto, sempre con la speranza di venire a capo di qualche cosa; e sissignori, a che erano riusciti? Ecco qua: a poter considerare come lui, che - a conti fatti - poteva anche valere quanto un'altra faccenda, stimata di grandissimo momento per l'umanità, questa di lisciare quietamente il fiocco d'un berretto da bersagliere. - Che si fa? Così domandava di tratto in tratto, con voce cornea e con un verso che accorava profondamente, un vecchio maledetto pappagallo nel silenzio del cortile: il pappagallo de la signora Ely Faciolli, che abitava lì accanto. - Che si fa? - veniva d'ora in ora a domandare quella vecchia e sapiente signora alla stupidissima bestia. E: - Che si fa? - le rispondeva ogni volta il pappagallo; il quale poi, per conto suo, pareva ripetesse la domanda, quanto era lunga la giornata, a tutti gli inquilini della casa. Ciascuno gli rispondeva a suo modo, sbuffando, secondo la qualità o il fastidio delle proprie faccende. Tutti, con poco garbo. Peggio di tutti gli rispondeva Ippolito Onorio Roncella, il quale non aveva più nulla da fare, messo da tre anni ormai a riposo, perché senza la minima intenzione d'offendere - (poteva giurarlo) - aveva dato di bestia a un suo superiore. Per più di cinquant'anni egli aveva lavorato di testa. Bella testa, la sua. Piena zeppa di pensieri, l'uno più piacevole dell'altro. Basta ora, eh? Ora egli voleva attendere solamente ai tre regni della natura, rappresentati in lui dai capelli e dalla barba (regno vegetale), dai denti (regno minerale), e da tutte le altre parti della sua vecchia carcassa (regno animale). Quest'ultimo e un po' anche i minerali gli s'erano guastati alquanto, per l'età; il regno vegetale invece gli dava ancora una bella soddisfazione; ragion per cui egli, che aveva fatto sempre ogni cosa con impegno e voleva che paresse, a chi come quel pappagallo gli domandava: - Signor Ippolito, che si fa? - additava la barba e rispondeva gravemente: - Il giardiniere. Sapeva d'avere una nemica acerrima entro di sé: l'animaccia ribelle, che non poteva tenersi di schizzare in faccia a tutti la verità come un cocomerello selvatico il suo sugo purgativo. Non per offendere, veh, ma per mettere le cose a posto. - Tu sei un asino; ti bollo; e non se ne parli più. - Questa è una sciocchezza; la bollo; e non se ne parli più. Amava le cose spicce, quella sua nemica. Un bollo, e lì. Meno male che, da qualche tempo, era riuscito ad addormentarla un poco, col veleno, fumando da mane a sera in quella pipa dalla canna lunghissima, mentre con la mano si lisciava il fiocco del berretto da bersagliere. A quando a quando, però, certi furiosi terribili assalti di tosse lo avvertivano che la nemica si ribellava all'intossicamento. Il signor Ippolito allora, strozzato, paonazzo in volto, con gli occhi schizzanti, tempestava coi pugni, coi piedi, si convelleva, lottava rabbiosamente per vincere, per domare la ribelle. Invano il medico gli diceva che l'anima non c'entrava, non aveva che vederci, e che quella tosse gli veniva dai bronchi attossicati, e che smettesse di fumare o non fumasse più tanto, se non voleva incorrere in qualche malanno. - Caro signore, - gli rispondeva, - consideri la mia bilancia! In un piatto, tutti i pesi della vecchiaja; nell'altro ci ho soltanto la pipa. Se la levo, tracollo. Che mi resta? Che faccio più, se non fumo? E seguitava a fumare. Esonerato dell'ufficio, ch'egli aveva avuto, indegno di lui, al Provveditorato agli studii, per quel giudizio esplicito e spassionato sul suo capo, invece di ritirarsi a Taranto, sua città natale, dove, morto il fratello, non avrebbe trovato più nessuno della sua famiglia, era rimasto a Roma per aiutare con la non lauta pensione la nipote Silvia Roncella, venuta da circa tre mesi a Roma con lo sposo. Ma già n'era pentito, e come! Non poteva soffrire specialmente quel suo nuovo nipote, Giustino Boggiolo; per tante ragioni, ma soprattutto perché gli dava afa. Afa, afa. Che è l'afa? Ristagno di luce in basso che snerva l'elasticità dell'aria. Bene. Quel suo nuovo nipote s'indugiava a far lume, il più affliggente lume, in tutte le bassure: parlava troppo, spiegava le cose più ovvie e più chiare, quelle più terra terra, come se le vedesse lui solo e gli altri senza il suo lume non le potessero vedere. Che smanie, che affanno, a sentirlo parlare! Il signor Ippolito dapprima soffiava due o tre volte pian piano, per non offenderlo; alla fine non ne poteva più e sbuffava, sbuffava e sbatteva anche le mani in aria per spegnere tutto quell'inutile lume e restituire l'elasticità all'aria respirabile. Di Silvia sapeva che, fin da ragazza, aveva il viziaccio di scribacchiare; che aveva stampato quattro, cinque libri, forse più; ma non s'aspettava davvero che dovesse arrivargli a Roma letterata già famosa. Uh, il giorno avanti, le avevano offerto finanche un banchetto tant'altri pazzi scribacchiatori come lei... Non era però cattiva, in fondo, Silvia, no; anzi non pareva per nulla, poverina, che avesse quella specie di bacamento cerebrale. Aveva, aveva ingegnaccio veramente, quella donnetta lì; e in tante e tante cose collegava, collegava bene con lui. Sfido! lo stesso sangue... la stessa macchinetta cavapensieri, tipo Roncella! Il signor Ippolito socchiuse gli occhi e tentennò il capo, pian piano, per non guastarsi la barba. Aveva fatto studii particolari, lui, su quella macchinetta infernale, specie di pompa a filtro che metteva in comunicazione il cervello col cuore e cavava idee dai sentimenti, o, com'egli diceva, l'estratto concentrato, il sublimato corrosivo delle deduzioni logiche. Pompatori e filtratori famosi, i Roncella, tutti quanti, da tempo immemorabile! Ma a nessuno finora, per dir la verità, era mai venuto in mente di mettersi a spacciar veleno per professione, come ora pareva volesse fare quella ragazza, quella santa figliuola: Silvia. Il signor Ippolito non poteva soffrire le donne che portano gli occhiali, camminano come soldati, oggi impiegate alla posta, telegrafiste, telefoniste, e aspiranti all'elettorato e alla toga; domani, chi sa? alla deputazione e magari al comando dell'esercito. Avrebbe voluto che Giustino impedisse alla moglie di scrivere, o, non potendo impedirglielo (ché Silvia veramente non gli pareva tipino da lasciarsi in questo imporre dal marito), che non la incoraggiasse almeno, santo Dio! Incoraggiarla? Altro che incoraggiarla! Le stava appresso dalla mattina alla sera, a incitarla, a spingerla, a fomentare in tutti i modi in lei quella passionaccia maledetta. Invece di domandarle se avesse rassettato la casa, sorvegliato la serva nella pulizia o in cucina, o se magari si fosse fatta una bella passeggiata a Villa Borghese; le domandava se e che cosa avesse scritto durante la giornata, mentr' egli era all'ufficio, quante cartelle, quante righe, quante parole... Sicuro! Perché contava finanche le parole che la moglie sgorbiava, come se poi dovesse spedirle per telegrafo. Ed ecco là: aveva comperato di seconda mano una macchina da scrivere e ogni sera, dopo cena, stava fino a mezzanotte, fino al tocco, a sonar quel pianofortino lì, lui, per aver bell'e pronto, ricopiato a stampa, il materiale, - com'egli lo chiamava - da mandare ai giornali, alle rassegne, agli editori, ai traduttori, coi quali era in attivissima corrispondenza. Ed ecco là lo scaffale coi palchetti a casellario, i registri a repertorio, i copia-lettere... Computisteria in piena regola, inappuntabile! Perché cominciava a smerciarsi il veleno, eh altro! anche fuori, all'estero... Gusti! Non si smercia il tabacco? E le parole che sono? Fumo. E che cos'è il fumo? Nicotina, veleno. Sentiva finirsi lo stomaco il signor Ippolito, assistendo a quella vita di famiglia. Abbozzava, abbozzava da tre mesi; ma già prevedeva non lontano il giorno che non avrebbe potuto più reggere e avrebbe detto il fatto suo in faccia a quel figliuolo, non per offenderlo, veh, ma per mettere le cose a posto, secondo il solito suo. Un bollo, e lì. Poi, magari, se ne sarebbe andato a viver solo. - Permesso? - domandò in quel punto dietro l'uscio una vocetta dolce dolce di donna, che il signor Ippolito riconobbe subito per quella de la vecchia signora Faciolli, padrona del pappagallo e della casa (o «la Longobarda», com'egli la chiamava.) - S'accomodi, s'accomodi, - brontolò, senza scomporsi.
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD