2.

1097 Words
2. Un clamor confuso lontano, un corri corri di gente verso piazza Venezia. Costernato, Attilio Raceni s'accostò in via San Marco a un grosso mercante di stoviglie d'alluminio, che s'affrettava sbuffando di tirar giù le bande su le vetrine della bottega; e gli domandò pulitamente: - Di grazia, cos'è? - Mah... dice... non so, - grugnì quegli in risposta senza voltarsi. Uno spazzino, seduto tranquillamente su una stanga del carretto, con la granata in ispalla a mo' di bandiera, e un braccio a contrappeso sul bastone di essa, si cavò la pipetta di bocca, sputò, disse: - Ciarifanno. Attilio Raceni si voltò a guardarlo come per compassione. - Dimostrazione? E perché? - Uhm! - Cani! - gridò il mercante panciuto, rizzandosi ansante, paonazzo. Sotto il carretto stava sdraiato, più placido dello spazzino, un vecchio cane spelato, con gli occhi tra le cispe socchiusi; al Cani! - del mercante levò appena il capo dalle zampe, senza schiuder gli occhi, solo raggrinzando un po' le orecchie, dolorosamente. Dicevano a lui? S'aspettava un calcio. Il calcio non venne; dunque non dicevano a lui; e si ricompose a dormire. Lo spazzino osservò: - Hanno sciorto er comizzio... - E vogliono far la festa ai vetri, - aggiunse l'altro. - Sente? sente? Un turbine di fischi si levò dalla prossima piazza e, subito dopo, un urlìo che arrivò al cielo. Il tumulto vi doveva esser grande. - C'è er cordone, nun se passaa... - canterellò dietro alla gente che seguitava ad accorrere il placido spazzino, senza muoversi dalla stanga, e sputò di nuovo. Attilio Raceni s'avviò di fretta, contrariato. Bell'affare, se non si passava! Tutti, tutti gl'impedimenti in quei giorni, come se fossero pochi i pensieri le cure e le noje che lo travagliavano da che gli era sorta l'idea di quel banchetto. Ora ci voleva anche la canaglia che reclamava per le vie di Roma qualche nuovo diritto; e, santo Dio, s'era d'aprile e faceva un tempo stupendo: il fervido tepore del primo sole inebriava! Innanzi a piazza Venezia il volto d'Attilio Raceni si allungò come se un filo interno gliel'avesse a un tratto tirato. Lo spettacolo violento gli riempì la vista e lo tenne lì un pezzo a bocca aperta, sopraffatto e compreso. La piazza rigurgitava di popolo. I cordoni dei soldati erano all'imboccatura di via del Plebiscito e del Corso. Parecchi dimostranti s'erano arrampicati sul tram d'aspetto e di là urlavano a squarciagola. - Morte ai traditorììì! - Mortèèè! - Abbasso il ministeròòò! - Abbassòòò! Nel dispetto rabbioso contro tutta quella feccia dell'umanità che non voleva starsi quieta, sorse improvvisamente ad Attilio Raceni il proposito disperato d'attraversare a furia di gomiti la piazza. Se vi fosse riuscito, avrebbe pregato l'ufficiale che stava lì, di guardia al Corso, che lo facesse passare per favore. Non gliel'avrebbe negato, a lui. Ma sì! Tutt'a un tratto, dal mezzo della piazza: - Pè pè pèèèè. La tromba. Il primo squillo. Scompiglio, serra serra: molti, sospinti dalla piena nel forte del tumulto, volevan sguizzare e bàttersela, ma non potevano far altro che divincolarsi rabbiosamente, presi com'erano, pigiati e incalzati tutt'intorno da altri a ridosso, mentre i più facinorosi, concitando, volevano rompere la calca, o meglio, cacciarsela davanti, tra fischi e urli più tempestosi di prima. - A Palazzo Braschììì! - Via! Avantììì! - Sforziamo i cordonììì! E la tromba di nuovo: - Pè pè pèèèèè! D'improvviso, senza saper come, Attilio Raceni, soffocato, pesto, boccheggiante come un pesce, si ritrovò rimbalzato al Foro Traiano in mezzo alla folla fuggiasca e delirante. Gli sembrò che la Colonna vacillasse. Dove riparare? per dove prendere? Gli parve che il grosso de la folla s'avventasse su per Magnanapoli, e allora egli scappò come un dàino per la salita delle Tre Cannelle; ma intoppò anche lì nei soldati che già si disponevano in cordone per via Nazionale. - Non si passa! - Senta, per favore, io dovrei... Una spinta furiosa troncò ad Attilio Raceni la spiegazione, facendolo schizzar col naso su la faccia dell'ufficiale. Questi, furibondo, lo respinse subito indietro coi pugni nel ventre; ma un nuovo violentissimo urtone lo scaraventò tra i soldati che cedettero all'impeto. Rimbombò tremenda dalla piazza una scarica di fucili. E Attilio Raceni, tra la folla impazzita dal terrore, si trovò perduto in mezzo alla cavalleria sopravvenuta di corsa, chi sa donde, forse dalla Pilotta. Via, via con gli altri, via a gambe levate, lui, Attilio Raceni, inseguito dalla cavalleria, Attilio Raceni direttore della rassegna femminile (non feminista) Le Muse. S'arrestò, che non tirava più fiato, all'imboccatura di via Quattro Fontane. - Vigliacchi! Canaglia! Farabutti! - gridava tra i denti, svoltando per quella via, quasi piangente dalla rabbia, pallido, stravolto, tutto vibrante; e si tastava le costole, i fianchi, e cercava di rassettarsi gli abiti addosso, per toglier via subito ogni traccia della violenza patita e della fuga che lo avviliva di fronte a sé stesso. - Vigliacchi! Farabutti! - e si voltava a guardare indietro, se mai qualcuno lo vedesse in quello stato, e stirava il collo, fremente, con le pugna serrate. Sissignori, c'era un vecchietto, affacciato alla finestra d'un mezzanino, che stava a goderselo con la bocca aperta, sdentata, grattandosi con una mano sul mento, dal piacere, la barbetta gialliccia. Attilio Raceni arricciò il naso e fu lì lì per scagliare improperie a quello scimunito, ma chinò gli occhi, sbuffò e si volse a guardar di nuovo verso via Nazionale. Avrebbe voluto, per riacquistare il sentimento della propria dignità mortificata, riandar lì, ricacciarsi nella mischia, afferrare per il petto a uno a uno tutti quei mascalzoni e pestarseli sotto i piedi, schiaffeggiar quella folla che lo aveva assaltato alla sprovvista così selvaggiamente, e gli aveva fatto patir l'onta della fuga, la vergogna della paura, l'inseguimento, la derisione di quel vecchio imbecille... Ah bestie, bestie, bestie! come si rizzavano trionfanti su le zampe posteriori, urlando e annaspando, per ghermir l'offa dei ciarlatani! Quest'immagine gli piacque, e si confortò alquanto. Ma, guardandosi le mani... oh Dio, le carte, dov'erano le carte che aveva prese con sé, uscendo di casa? la lista degli invitati... le adesioni? Gliele avevano strappate di mano, o le aveva perdute tra il serra serra. E come avrebbe fatto ora a rammentarsi di tutti coloro che aveva invitati? di coloro che avevano aderito o che si erano scusati di non poter partecipare al banchetto? E tra quelle adesioni, una che gli stava tanto a cuore, veramente preziosa, che avrebbe voluto mostrare alla Barmis e poi conservare e tenere esposta in cornice in camera sua: quella di Maurizio Gueli, del Maestro, che gliel'aveva mandata da Monteporzio, scritta tutta di suo pugno... - perduta anche quella! Ah, l'autografo del Gueli, là, calpestato dai luridi piedi di quei bruti... Attilio Raceni si sentì di nuovo rimescolar tutto. Che schifo provò di vivere in giorni di così orrida barbarie mascherata di civiltà! Con passo fiero e sguardo d'aquila sdegnata, era già in via Sistina, presso alla scesa di Capo le Case. Dora Barmis abitava lì, sola, in quattro stanzette al primo mezzanino, dal tetto basso basso, quasi buje.
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