4.

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4. Già mezzodì era sonato, e dei trenta che dovevano partecipare al banchetto su al Castello di Costantino solo cinque eran venuti, che si pentivano in segreto della loro puntualità, temendo potesse parer soverchia premura o troppa degnazione. Prima fra tutti era venuta Flavia Morlacchi, poetessa, romanziera e drammaturga. Gli altri quattro, sopraggiunti, la avevano lasciata sola, in disparte. Erano il vecchio professore d'archeologia e poeta dimenticato Filiberto Litti, il novelliere piacentino Faustino Toronti, lezioso e casto, il grasso romanziere napoletano Raimondo Jàcono e il poeta veneziano Cosimo Zago, rachitico e zoppo d'un piede. Stavano tutt'e cinque nel terrazzo, innanzi alla sala vetrata. Filiberto Litti, lungo asciutto legnoso, con baffoni bianchi e moschetta, un pajo d'enormi orecchie carnose e paonazze, parlava, balbutendo un po', delle rovine là del Palatino, come di cosa sua, con Faustino Toronti ormai vecchiotto anche lui, così che non pareva, sarchiati i capelli su gli orecchi e i baffetti ritinti. Raimondo Jàcono voltava le spalle alla Morlacchi e guardava compassionevolmente lo Zago, il quale ammirava nella fresca limpidezza di quel dolcissimo giorno d'aprile tutto il verde paese che si scopriva di là. Arrivava appena al parapetto del terrazzo, il poverino; ancora con un vecchio pastrano inverdito che gli sgonfiava da collo, aveva posato su la cimasa una mano nocchieruta, dalle unghie rose, deformata dallo sforzo continuo di spingere la stampella, e ora, socchiudendo gli occhi dolenti dietro gli occhiali, ripeteva come se non avesse mai goduto in vita sua di tanta festa di luce e di colori: - Che incanto! Come inebria questo sole! - Che vista! - Già... già... - masticò il Jàcono. - Molto bella. Meravigliosa. Peccato che... - Quei monti laggiù laggiù, aerei... fragili, quasi... sono ancora gli Albani? - Gli Appennini o gli Albani, non svenire! Puoi domandarlo qua al professor Litti, che è archeologo. - E che ci han da fare, scusi, i monti, scusi, con... con l'archeologia? - domandò un po' risentito il Litti. - Professore, voi che dite! - esclamò il napoletano. - Monumenti della natura, della più venerabile antichità... Peccato che... dicevo... sono le dodici e mezzo, ohè! Ho fame io. La Morlacchi, di là, fece una smorfia di disgusto. Gonfiava in silenzio, ma si fingeva incantata dello stupendo paesaggio. Gli Appennini o gli Albani? Non lo sapeva neanche lei, ma che importava il nome? Nessuno come lei, più di lei, sapeva intenderne l'«azzurra» poesia. E domandò a se stessa se la parola colombario... austero colombario, avrebbe reso bene l'immagine di quelle rovine del Palatino: occhi ciechi, occhi d'ombra dello spettro romano feroce e glorioso, indarno aperti ancora là, sul colle, a lo spettacolo della verde vita maliosa di questo Aprile d'un tempo lontano. Di questo Aprile d'un tempo lontano... Bel verso! Languido... E abbassò su gli occhi torbidi e scialbi, di capra morente, le grosse pàlpebre gravi. Ecco, aveva spiccato dalla natura e dalla storia il fiore d'una bella immagine, in grazia della quale poteva non pentirsi più ora, d'essersi abbassata a fare onore anch'essa a quella Silvia Roncella, tanto più giovine di lei, ancor quasi principiante, inculta, digiuna affatto di poesia. Volse, così pensando, con atto di sdegno la faccia pallida, ruvida, disfatta, in cui spiccavano violentemente le tumide labbra dipinte, verso quei quattro che non si curavano di lei; eresse il busto e sollevò una mano sovraccarica d'anelli per palparsi brevemente su la fronte il crine, che pareva di capecchio. Forse lo Zago meditava anche lui una poesia, pinzandosi con le dita gl'ispidi peluzzi neri sparsi sul labbro. Ma per comporre aveva bisogno di saper prima tante cose, lui, che non voleva più domandare a uno che dichiarava d'aver fame dinanzi a uno spettacolo come quello. Sopravvenne, saltellando secondo il solito suo, il giovine giornalista tirocinante Tito Lampini, Ciceroncino come lo chiamavano, autore anche lui d'un volumetto di versi; smilzo, dalla testa secca, quasi calva, su un collo da cicogna, riparato da un solino alto per lo meno otto dita. La Morlacchi lo investì con voce stridula, agra: - Ma che modo è codesto, Lampini? Si dice per mezzodì; a momenti è il tocco; non si vede nessuno... Il Lampini s'inchinò, aprì le braccia, si volse sorridendo a gli altri quattro e disse: - Scusi, ma... che c'entro io, signora mia? - Voi non c'entrate, lo so, - riprese la Morlacchi. - Ma il Raceni, almeno, come ordinatore del banchetto... - Ar... archi... architriclino, già, - corresse timidamente con la lingua imbrogliata, ponendosi una mano innanzi alla bocca, il Lampini, e guardando l'archeologo professor Litti. - Già, va bene; ma avrebbe dovuto trovarsi qua, mi sembra. Non è piacevole, ecco. - Ha ragione, non è piacevole... già! Ma io non so, non c'entro... invitato come lei, signora mia. Permette? E il Lampini, tornando a inchinarsi frettolosamente, andò a stringer la mano al Litti, al Toronti, al Jàcono. Non conosceva lo Zago. - Son venuto in vettura, io, temendo di far tardi, - annunziò. - Ma già viene qualche altro. Ho visto per la salita donna Francesca Lampugnani e il Detti e anche la Barmis con Casimiro Luna. Guardò nella sala vetrata, dov'era già apparecchiata la lunga tavola adorna di molti fiori e con una fronda d'ellera serpeggiante tutt'in giro; poi si rivolse alla Morlacchi, dolente ch' ella se ne stésse là in disparte, e disse: - Ma la signora, scusi, perché... Raimondo Jàcono lo interruppe a tempo: - Di', Lampini, tu che ti ficchi da per tutto: la hai già veduta, questa Roncella? - No. Tant'è vero che non mi ficco affatto. Non ho avuto ancora il piacere e l'onore... E il Lampini, inchinandosi una terza volta, mandò un sorriso gentile alla Morlacchi. - Molto giovane? - domandò Filiberto Litti, stirandosi e guardandosi sottecchi uno dei lunghissimi baffi bianchi, che parevano finti, appiccicati nella faccia legnosa. - Ventiquattr'anni, dicono, - rispose Faustino Toronti. - Fa anche versi? - tornò a domandare il Litti stirandosi e guardandosi l'altro baffo, adesso. - No, per fortuna! - gridò il Jàcono. - Professore, voi ci volete tutti morti! Un'altra poetessa in Italia? Di', di', Umpini, e il marito? - Sì, il marito sì, - disse il Lampini. - È venuto la settima scorsa in redazione per avere una copia del giornale con l'articolo di Betti su La casa dei nani. - E come si chiama? - Il marito? Non so. - Mi par d'avere inteso Bòggiolo, - disse il Toronti. - O Boggiòlo. Qualcosa così... - Grassottino, belloccio, - aggiunse il Lampini, - occhiali d'oro, barbetta bionda, quadra. E deve avere una bellissima calligrafia. Si vede dai baffi. I quattro risero. Sorrise anche di là, senza volerlo, la Morlacchi. Vennero sul terrazzo, traendo un gran sospiro di soddisfazione, la marchesa donna Francesca Lampugnani, alta, dall'incesso maestoso, come se recasse sul seno magnifico un cartellino con la scritta: Presidentessa del circolo di coltura feminile, e il bel paladino Riccardo Betti, che nello sguardo un po' languido, nei mezzi sorrisi sotto gli sparsi baffi biondissimi e nei gesti e nell'abito, come nella prosa de' suoi articoli, affettava la dignità, la misura, la correttezza, le maniere tutte insomma del... no, du vrai monde. Tanto il Betti quanto Casimiro Luna eran venuti unicamente per far piacere a donna Francesca che, in qualità di presidentessa del Circolo di coltura feminile, proprio non poteva mancare a quel banchetto. Essi appartenevano a un altro clima intellettuale, al fior fiore del giornalismo; non avrebbero mai degnato della loro presenza quella riunione di letterati. Il Betti lo dava a veder chiaramente; Casimiro Luna, invece, più gajo, irruppe romorosamente nel terrazzo con Dora Barmis. Passando per l'andito, aveva dato della gran toppa del Castello di Costantino e dell'enorme chiave di cartone, esposte lì per burla, una spiegazione di cui la Barmis, ridendo, si fingeva scandalizzata, e aveva già chiesto aiuto alla marchesa, e ora, in quel suo italiano che voleva a tutti i costi parer francese: - Ma io vi trovo abominevole, - protestava, - abominevole, Luna! Che è questo continuo, odioso persiflage? Lei sola, dei quattro nuovi venuti, si accostò dopo questo sfogo alla Morlacchi e la trasse a forza con sé nel gruppo, non volendo perdere le altre salaci graziosissime arguzie del «terribile» Luna. Il Litti, seguitando a stirare ora questo ora quel baffo ed ora il collo, come se non riuscisse mai ad assettarsi bene la testa sul busto, guardava adesso quella gente, ne ascoltava la chiacchiera volubile, e sentiva a mano a mano infocarsi vie più le grosse orecchie carnose. Pensava che tutti costoro vivevano a Roma come avrebbero potuto vivere in qualunque altra città moderna, e che la nuova popolazione di Roma era composta di gente come quella, bastarda, fatua e vana. Che sapevano di Roma tutti costoro? Tre o quattro frasucce retoriche. Che visione ne avevano? Il Corso, il Pincio, i caffè, i salotti, i teatri, le redazioni dei giornali... Eran come le vie nuove, le case nuove, senza storia, senza carattere, vie e case che avevano allargato la città solo materialmente, e svisandola. Quando più angusta era la cerchia delle mura, la grandezza di Roma spaziava e sconfinava nel mondo; ora, allargata la cerchia... eccola là, la nuova Roma. E Filiberto Litti stirava il collo. Parecchi altri, intanto, erano venuti: marmaglia, che cominciava a impicciare i camerieri che recavano i serviti alle due o tre coppie di forestieri che desinavano nella sala vetrata. Tra questi giovani, più o men chiomati, aspiranti alla gloria, collaboratori non retribuiti degli innumerevoli giornali letterarii della penisola, erano tre fanciulle, evidentemente studentesse di lettere: due con gli occhiali, patite e taciturne; la terza, invece, vivacissima, dai capelli rossi, tagliati a tondo, maschilmente, dal visetto vispo, lentigginoso, dagli occhietti grigi variegati, in cui la malizia parea vermicasse: rideva, rideva, si buttava via dalle risa, e promoveva una smorfia tra di sdegno e di pietà in un uomo grave, anziano, che s'aggirava tra tanta gioventù non curato. Era Mario Puglia, che in altri tempi aveva cantato con un certo impeto artificiale e con volgare abbondanza. Ora si sentiva già entrato nella storia, lui. Non cantava più. Era però rimasto zazzeruto, con molta forfora sul bavero della napoleona e la pancia gravida di boria. Casimiro Luna, che lo contemplava da un pezzo, accigliato, a un certo punto sospirò e disse piano: - Guardatemi Puglia, signori. Chi sa dov'ha lasciato la chitarra... - Cariolin! Cariolin! - gridarono alcuni in quel momento, facendo largo a un omettino profumato, elegantissimo, che pareva fatto e messo in piedi per ischerzo, con una ventina di capelli lunghi, raffilati sul capo calvo, due violette all'occhiello e la caramella. Momo Cariolin, sorridendo e inchinandosi, salutò tutti con ambo le mani inanellate e corse a baciar la mano a donna Francesca Lampugnani. Conosceva tutti; non sapeva far altro che strisciar riverenze, baciar la mano alle signore, dir barzellette in veneziano; ed entrava da pertutto, in tutti i salotti più in vista, in tutte le redazioni dei giornali, da pertutto accolto con festa; non si sapeva perché. Non rappresentava nulla e tuttavia riusciva a dare un certo tono alle radunanze, ai banchetti, ai convegni, forse per quel suo garbo inappuntabile, complimentoso, per quella sua cert'aria diplomatica. Vennero con la vecchia poetessa donna Maria Rosa Bornè-Laturzi il deputato conferenziere on. Silvestro Carpi e il romanziere lombardo Carlino Sanna di passaggio per Roma. La Bornè-Laturzi, come poetessa (diceva Casimiro Luna) era un'ottima madre di famiglia. Non ammetteva che la poesia, l'arte in genere, dovesse servire di scusa al mal costume. Per cui non salutò né la Barmis né la Morlacchi; salutò soltanto la marchesa Lampugnani perché marchesa e perché presidentessa, Filiberto Litti perché archeologo, e si lasciò baciar la mano da Cariolin, perché Cariolin la baciava soltanto alle vere dame. Si erano formati intanto parecchi gruppi; ma la conversazione languiva, perché ciascuno era geloso di sé, costernato di sé soltanto, e questa costernazione gli impediva di pensare. Tutti ripetevano ciò che qualcuno, facendo un grande sforzo, era riuscito a dire o sul tempo o sul paesaggio. Tito Lampini, per esempio, saltellava da un crocchio all'altro, per ridire, sorridendo con una mano innanzi alla bocca, qualche frasuccia che gli pareva graziosa, raccolta qua e là, ma come se fosse venuta a lui lì per lì. Ciascuno, dentro di sé, faceva una critica più o meno acerba dell'altro; ciascuno avrebbe voluto che si parlasse di sé, della sua ultima pubblicazione; ma nessuno voleva dare all'altro questa soddisfazione. Due magari parlavano piano fra loro di ciò che aveva scritto un terzo ch'era pur lì, poco discosto, e ne dicevano male; se poi questi si avvicinava, cambiavano subito discorso e gli sorridevano. C'erano i malinconici annojati e i romorosi come il Luna. E quelli invidiavano questi, non perché ne avessero stima, ma perché sapevano che alla fine la sfrontatezza trionfa. Essi li avrebbero molto volentieri imitati; ma, essendo timidi, e per non confessare a se stessi la propria timidezza, preferivano credere che la serietà dei loro intenti li trattenesse dal fare altrettanto. Sconcertava tutti un lanternone biondiccio, con gli occhiali azzurri a staffa, così squallido che pareva cavato di mano alla morte, coi capelli lunghi e il collo lungo, esilissimo. Portava su la finanziera una mantelletta grigia; piegava il collo di qua e di là e si scarnava le unghie con le dita irrequiete. Era evidentemente uno straniero: svedese o norvegese. Nessuno lo conosceva, nessuno sapeva chi fosse, e tutti lo guardavano con stupore e ribrezzo. Vedendosi guardato così, egli sorrideva e pareva dicesse a tutti, complimentoso: - Fratelli, si muore! Era una vera sconcezza, tra tanta vanità, quello scheletro ambulante. Dove mai era andato a scovarlo il Raceni? come gli era potuto venire in mente d'invitarlo al banchetto? - Io me ne vado! - dichiarò il Luna. - Non potrei mangiare, con quel cicogna lì, davanti. Ma non se ne andò, trattenuto dalla Barmis che volle sapere - sinceramente, veh! - che cosa pensasse della Roncella. - Amica mia, un gran bene! Non ho mai letto un rigo di lei. - E avete torto, - disse donna Francesca Lampugnani, sorridendo. - V'assicuro, Luna, avete torto. - An... anch'io veramente, - soggiunse il Litti. Ma mi pare che tutta questa fama impro... improvvisa... Almeno per quel che n'ho sentito dire... - Già, - fece il Betti, tirandosi fuori i polsini con una certa sprezzatura signorile. - Le manca un pochino troppo la forma, ecco. - Ignorantissima! - proruppe Raimondo Jàcono. - Bene, - disse allora Casimiro Luna. - Io l'amo forse per questo. Carlino Sanna, il romanziere lombardo di passaggio per Roma, sorrise nella grinta caprigna, lasciandosi cadere dall'occhio il monocolo: si passò una mano sui capelli grigi crespi gremiti e disse piano: - Ma offrirle un banchetto, neh? Non vi pare... non vi pare un pochino troppo? - Un banchetto... Dio mio, che male c'è? - domandò donna Francesca Lampugnani. - Intanto s'improvvisa una gloria! - sbuffò di nuovo il Jàcono. - Uuuh! - fecero tutti. E il Jàcono, acceso: - Scusate, scusate, ne parleranno tutti i giornali. - E poi? - fece Dora Barmis, aprendo le braccia e stringendosi ne le spalle. Partita da quel crocchio la favilla, la conversazione s'accese. Si misero tutti a parlare de la Roncella, come se ora soltanto si ricordassero d'essere convenuti là per lei. Nessuno se ne dichiarava ammiratore convinto. Qua e là qualcuno le riconosceva... sì, qualche qualità, una tal quale penetrazione della vita; strana, lucida, per la cura forse troppo minuziosa... miope, anzi, dei particolari, e qualche atteggiamento nuovo e caratteristico nella rappresentazione artistica, e un cotal sapore insolito nelle narrazioni. Ma pareva a tutti che si fosse fatto troppo rumore intorno alla Casa dei nani, buon romanzo, sì... forse; affermazione dì un ingegno non comune senza dubbio; ma non poi quel capolavoro d'umorismo che s'era voluto proclamare. Strano, a ogni modo, che avesse potuto scriverlo una giovinetta vissuta fin'ora quasi fuori d'ogni pratica del mondo, laggiù a Taranto. C'era fantasia e anche pensiero; poca letteratura, ma vita, vita. - Ha sposato da poco? - Da uno o due anni, dicono. Tutti i discorsi, a un tratto, furono interrotti. Sul terrazzo si presentarono l'on. senatore Romualdo Borghi, già ministro della pubblica istruzione, direttore della Vita Italiana, e Maurizio Gueli, l'illustre scrittore, il Maestro, che da circa dieci anni né sollecitazioni d'amici né ricche profferte d'editori riuscivano a smuovere dal silenzio in cui s'era chiuso. Si scostarono tutti per farli passare. I due stavano male insieme: il Borghi, piccolo, tozzo, dai capelli lunghi, la faccia piatta, cuojacea, da vecchia serva pettegola; il Gueli, alto, aitante, dall'aria ancor giovanile, non ostanti i capelli bianchi, che contrastavano fortemente col bruno caldo del volto maschio, austero. Il banchetto assumeva ora, con l'intervento del Gueli e del Borghi, una grande importanza. Non pochi si meravigliarono che il maestro fosse venuto ad attestare di presenza a la Roncella la stima in cui già a qualcuno aveva dichiarato di tenerla. Si sapeva ch'egli era molto affabile e amico dei giovani; ma questo suo intervento al banchetto pareva troppa degnazione, e molti ne soffrivano per invidia, prevedendo che la Roncella avrebbe avuto in quel giorno quasi una consacrazione ufficiale; altri si sentivano più alleggeriti. Essendo venuto il Gueli, via, potevano venire anche loro. Ma come mai il Raceni tardava ancora? Era una vera indegnità! Lasciar tutti così ad aspettare; e lì il Gueli e il Borghi smarriti fra gli altri, senza qualcuno che li accogliesse... - Eccoli! eccoli! - annunziò accorrendo il Lampini, ch'era sceso giù a vedere. - Vengono! Sono arrivati in vettura! Salgono! - C'è il Raceni? - Sì, con la Roncella e il marito. Eccoli! Tutti si voltarono a guardare con vivissima curiosità verso l'entrata del terrazzo. Silvia Roncella apparve, pallidissima, a braccio del Raceni, con la vista intorbidata dall'interna agitazione. Subito tra i convenuti, che si scostavano per farla passare, si propagò un susurrìo fitto fitto di commenti: - Quella? - Piccola! - No, non tanto... - Veste male... - Begli occhi! - Dio che cappello! - Poverina, soffre! - Magrolina! - Non dice nulla... - No, perché? ora che sorride, è graziosa... - Timida timida... - Ma guardate gli occhi: non è modesta! - Bellina, eh? - Pare impossibile! - Vestitela bene, pettinatela bene... - Oh, dire che sia bella, non si potrebbe dire... - È tanto impacciata! - Non pare... - Che complimenti, il Borghi! - Un parapioggia! La sputa... - Che le dice il Gueli? - Ma il marito, signori! guardatemi là il marito, signori! - Dov'è? dov'è? - Là, accanto al Gueli... guardatelo! guardatelo! In marsina. Giustino Boggiolo era venuto in marsina. Lucido, quasi di porcellana smaltata; occhiali d'oro; barbetta a ventaglio; e un bel pajo di baffi bene affilati, castani, e i capelli neri, tagliati a spazzola, rigorosamente. Che stava a far lì, tra il Borghi e il Gueli e la Lampugnani e il Luna? Attilio Raceni lo trasse con sé, poi chiamò la Barmis. - Ecco, l'affido a voi, Dora. Giustino Boggiolo, il marito. Dora Barmis. Io vado di là a vedere che si fa in cucina. Intanto, vi prego, fate prender posto. E Attilio Raceni, con la soddisfazione che gli rideva nei bellissimi occhi neri e languidi da trovatore, ravviandosi il ciuffo corvino, si fece largo tra la marmaglia che voleva sapere il perché del ritardo. - S'è sentita poco bene... Ma niente, è passato... A tavola, signori, a tavola! Prendete posto... - Lei è cavaliere, no? - domandava intanto Dora Barmis, offrendo il braccio a Giustino Boggiolo. - Sì, veramente... - Ufficiale? - No... non ancora. Non ci tengo, sa? Giova per l'ufficio. - Lei è l'uomo più fortunato della terra! - esclamò con impeto la Barmis, stringendogli forte forte il braccio. Giustino Boggiolo diventò vermiglio, sorrise: - Io? - Lei, lei, lei! La invidio! Vorrei esser uomo ed esser lei, capisce? Per avere sua moglie! Quant'è carina! Quant'è graziosa! Non se la mangia a baci? Dica, non se la mangia a baci? E dev'esser buona tanto tanto, no? - Sì.... veramente... - balbettò di nuovo Giustino Boggiolo, confuso, stordito, ebriato. - E Lei deve farla felice, badi! Obbligo sacrosanto... Guai a Lei se non me la fa felice! Mi guardi negli occhi! Perché è venuto in frac? - Ma... credevo... - Zitto! E una stonatura. Non lo faccia più! Luna... Luna! - chiamò poi la Barmis. Casimiro Luna accorse. - Vi presento il cav. Giustino Boggiolo, il marito. - Ah, benissimo, - fece il Luna, inchinandosi appena. - Mi congratulo. - Fortunatissimo, grazie; desideravo tanto di conoscerla, sa? - s'affrettò a dire il Boggiolo. - Lei, scusi... - Qua il braccio! - gli gridò Dora Barmis. - Non mi scappi! Lei è affidato a me. - Sissignora, grazie, - le rispose il Boggiolo, sorridendo; poi seguitò, rivolto al Luna: - Lei scrive nel Corriere di Milano, è vero? So che paga bene il Corriere... - Eh, - fece il Luna. - Così... discretamente... - Sì, me l'hanno detto, - riprese il Boggiolo. - Glielo domando perché Silvia ha avuto richiesto un romanzo dal Corriere. Ma forse non accetteremo, perché, veramente, in Italia... in Italia non c'è convenienza, ecco... Io vedo in Francia... e anche in Germania, sa? La Grundbau mi ha dato duemila e cinquecento marchi per La casa dei nani. - Ah, bravo! - esclamò il Luna. - Sissignore, anticipati, e sa? pagando lei a parte la traduttrice, - aggiunse Giustino Boggiolo. - Non so quanto... La Schweizer-Sidler... buona, buona... traduce bene... In Italia conviene meglio il teatro, ho sentito dire... Perché io, sa? prima non m'intendevo di nulla in fatto di letteratura. Ora, a poco a poco, una certa praticaccia... Bisogna stare con tanto di occhi aperti, specialmente nel fare i contratti... A Silvia, per esempio... - Su, su, a tavola! a tavola! - lo interruppe furiosamente Dora Barmis. - Prendono posto! Starete accanto a noi, Luna? - Ma certo, figuratevi! - disse questi. - Con permesso, - pregò Giustino Boggiolo. - C'è il signor Lifjeld là, che traduce in svedese La casa dei nani. Con permesso... Devo dirgli una parolina. E, lasciando il braccio della Barmis, s'accostò a quel lanternone biondiccio, che sconcertava tutti con l'aspetto macabro. - Fate presto! - gli gridò la Barmis. Silvia Roncella aveva già preso posto tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi. Attilio Raceni aveva disposto con molto discernimcnto gli invitati; cosicché, vedendo Casimiro Luna sedere in un angolo presso la Barmis, che aveva lasciato accanto a sé vuota una sedia per il Boggiolo, corse ad avvertirlo che il suo posto non era lì, che diamine! Su, su, accanto alla marchesa Lampugnani. - No, grazie, Raceni, - gli rispose il Luna. - Mi lasci qua, la prego; abbiamo con noi il marito... Come se avesse inteso, Silvia Roncella si volse a cercar con gli occhi Giustino. Quello sguardo allungato in giro per la tavola e poi nella sala espresse un penosissimo sforzo, interrotto a un certo punto dalla vista d'una persona cara, a cui ella sorrise con mesta dolcezza. Era una vecchia signora, venuta in carrozza con lei, a cui nessuno badava, smarrita lì in un cantuccio, poiché il Raceni non aveva più pensato di presentarla almeno ai vicini di tavola, come aveva promesso. La vecchia signora, che aveva un parrucchino biondo su la fronte e molta cipria in viso, fece un breve gesto vivace con la mano a la Roncella, come per dirle: «Su! su!», e la Roncella tornò a sorriderle mestamente, chinando più volte il capo, appena appena; poi si voltò verso il Gueli che le rivolgeva la parola. Giustino Boggiolo, rientrando con lo Svedese nella sala vetrata, si accostò al Raceni, che aveva preso il posto del Luna accanto alla Lampugnani, e gli disse piano che il Lifjeld, professore di psicologia all'Università di Upsala, dottissimo, non aveva dove sedere. Subito il Raceni gli cedette il posto, presentandolo di qua alla Lampugnani, di là a donna Maria Bornè-Laturzi. Eran le conseguenze della perdita della prima lista degli invitati: la tavola era apparecchiata per trenta, e i commensali erano trentacinque! Basta: egli, il Raceni, si sarebbe accomodato alla meglio in qualche angolo. - Senta, - soggiunse pianissimo Giustino Boggiolo, tirandolo per la manica e porgendogli di nascosto un pezzettino di carta arrotolato. - C'è scritto il titolo del dramma di Silvia... Sarebbe bene che il senatore Borghi, quando farà il brindisi, lo annunziasse, che ne dice? Ci penserà lei... I camerieri entrarono di corsa recando il primo servito. S'era fatto molto tardi, e il pasto imminente promosse subito in tutti un silenzio religioso. Maurizio Gueli lo notò, si volse a guardare le rovine del Palatino e sorrise. Poi si chinò verso Silvia Roncella e le disse piano: - Guardi, signora Silvia: vedrà che a un certo punto s'affacceranno di là a guardarci, soddisfatti, gli antichi Romani.
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