Il canto della sirena
Il lusso affascina perché è terribilmente rumoroso nel suo silenzio. In questo attico nel sedicesimo arrondissement di Parigi il silenzio è costato diversi milioni di euro. fluttuava nell'aria pesante, profumata di ambra, di sigari avana e dell'odore metallico del disastro imminente.
L'Eliseo ha amato questo preciso momento. Quella in cui la trappola si chiudeva senza che la preda si fosse ancora accorta di sanguinare.
seduta sul bordo dell'ampia vetrata che si affacciava su un'indifferente Città delle Luci, lasciò scivolare lungo la coscia la seta nera della camicia da notte. I suoi occhi, di un verde cangiante e crudele, fissavano l'uomo disteso sul letto di pelle.
Carlo di Breteuil. banchiere d'investimenti, membro del Jockey Club, erede di una stirpe di sangue blu che credeva ancora che il nome proteggesse dalla caduta. In quel momento non c'era più nulla di aristocratico in quell'uomo. la sua camicia su misura era spalancata, la sua cravatta ingombrava il pavimento di marmo come la corda di un boia, e i suoi occhi brillavano di un'ebbrezza che aveva poco a che fare con la bottiglia vuota di Romanée-Conti sul tavolino.
- Sei divino, Eliseo... una pura meraviglia, mormorò con la voce roca, lo sguardo inchiodato sulla sagoma della giovane donna stagliata contro il chiarore della Torre Eiffel.
Gli offrì un sorriso. Quel sorriso su cui aveva lavorato per anni davanti allo specchio. un capolavoro di illusione: tenero quanto basta per dare speranza, tanto distante da far impazzire.
"Sei stato particolarmente generoso stasera, Charles", disse con voce dolce, quasi ariosa. Il sussurro di una sirena.
— Per te vincerei la luna. Lo sai.
— La luna non mi interessa. I numeri, invece...
Charles rise, una risata pesante e sicura. Credeva ancora di essere il padrone del gioconon sapeva che il portatile, lasciato aperto sulla scrivania di Mahogany qualche ora prima mentre lui lo appoggiava al muro dell'ingresso, aveva finito di sputare fuori i suoi segreti. Adesso sul fondo della borsa di coccodrillo dell'Eliseo giaceva una chiavetta USB nera. all'interno: le autorizzazioni ai trasferimenti offshore, le firme elettroniche da lui falsificate e le prove di una malversazione di fondi speculativi che manderebbero de Breteuil direttamente in prigione, dopo averlo svuotato di ogni centesimo.
L'Eliseo si alzò. i suoi movimenti erano fluidi felini. Si avvicinò al letto, ogni passo gravava sui nervi scoperti del banchiere. L'atmosfera nella stanza era strana, un netto contrasto tra la freddezza clinica della sua vendetta e il calore viscido della lussuria che ancora permeava le lenzuola.
"Vieni qui", ordinò Charles, con una punta di impazienza maschile nella voce.
Allungò una mano tremante per afferrarle il polso. L'Eliseo non si è tirato indietro. Lei scivolò sul materasso, a cavalcioni delle sue cosce. La seta del suo vestito si sollevò, rivelando il pallore della sua pelle. Charles tirò un sospiro di sollievo, quasi di sottomissione, posando le sue mani pesanti sui fianchi della giovane.
"Un'ultima volta, Charles", sussurrò a pochi millimetri dalle sue labbra. Una notte d'addio.
- Addio? Di cosa stai parlando? Stai divagando, mia cara...
lei non ha risposto. Preferiva mettere a tacere le sue domande con la bocca.
Il bacio era di violenza contenuta, uno scontro carnale in cui il ghiaccio incontrava il fuoco. L'Eliseo ci mette tutta l'energia della disperazione e dell'odio che lo animano. Era la sua firma. rendendo l'atto sessuale un oppiaceo così potente che la vittima ne chiedeva ancora mentre il boia le tagliava la gola.
le sue mani scendevano lungo il petto di Charles, graffiando leggermente la pelle, mentre lei si muoveva contro di lui con calcolata lentezza, tortura erotica altamente controllata. Il banchiere gemette, chiudendo gli occhi, completamente alla sua mercé. era ubriaco di lei, inebriato dal suo profumo di gelsomino e di pericolo. L'Eliseo torreggiava su di lui, il suo corpo inarcato, lo sguardo freddo e lucido fisso sul soffitto di vetro mentre i suoi fianchi dettavano un ritmo sempre più selvaggio.
tra le braccia di quest'uomo che detestava, non sentiva altro che un vuoto vertiginoso e un godimento puramente cerebrale: quello del potere assoluto. accelerò il movimento, spingendolo verso il precipizio, ignorando il sudore che le imperlava la fronte, concentrata solo sulla finta estasi che aveva da offrirgli come colpo di grazia.
quando Charles finalmente esplose in un rantolo possessivo, aggrappandosi a lei come un uomo che sta annegando a una boa, l'Eliseo trattenne un brivido di disgusto. Lei affondò per un momento contro il suo petto fradicio, fingendo di avere il fiato corto, aspettando che il battito cardiaco del banchiere si calmasse.
dieci minuti dopo, Charles de Breteuil dormiva profondamente, stordito dall'alcol, dalla fatica e dal discreto tranquillante che aveva messo nel suo ultimo bicchiere di vino.
L'Eliseo emerse senza fare rumore. il calore cocente dell'abbraccio svanì all'istante, lasciandola gelida, quasi irreale.
Si avviò verso il bagno di marmo nero. sotto il getto d'acqua calda, si strofinò la pelle con forza frenetica, cercando di cancellare l'odore di Charles, il tocco delle sue mani, il ricordo dei suoi gemiti. Lo specchio del bagno, appannato dal vapore, gli rifletteva l'immagine di una donna dalla bellezza quasi spettrale. capelli biondi fradici, occhi cerchiati di rabbia fredda.
“Uno in meno”, pensò.
Si vestì velocemente. Niente più seta nera. indossò un tailleur pantalone dal taglio impeccabile, si mise i capelli in una crocchia rigorosa e indossò gli occhiali da sole, nonostante l'oscurità della notte finale.
Prima di uscire dalla stanza si fermò ai piedi del letto. Charles stava ancora dormendo, con la bocca semiaperta, patetico. domani, quando i mercati apriranno a Singapore, i massicci ordini di vendita che aveva programmato avrebbero distrutto il suo fondo di investimento. A mezzogiorno la commissione di regolamentazione avrebbe bussato alla sua porta. alle due la moglie, i figli, i soci ed i creditori avrebbero saputo che era rovinato, disonorato, finito.
Élysée si avvicinò al comodino. Vi posò delicatamente una scatola di fiammiferi d'argento che aveva rubato in un grande albergo. ne tirò fuori uno, lo spezzò con un gesto brusco. La fiammella tremolò, illuminando per un momento il suo volto di marmo.
Lasciò che bruciasse fino alle sue dita appuntite, fissando il fuoco con morboso fascino.
«Addio, Charles», sussurrò.
soffiò sulla fiamma, ripiombando la stanza nell'oscurità, e lasciò cadere il gambo carbonizzato sul tappeto di seta.
Mentre attraversava la porta dell'attico, il clic della serratura risuonò come il colpo di una ghigliottina. il canto della sirena era finito, e dietro di lei restava solo un dannato, che ancora non lo sapeva.
Élysée si precipitò nell'ascensore, con la borsa appoggiata al fianco. Parigi la stava aspettando, le sue luci scintillavano e, nell'ombra della notte, la giovane donna già sorrideva alla sua prossima distruzione.