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Il Fantasma di Me Stessa

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Il giorno del suo quarantesimo compleanno, Nekane si sveglia e scopre che il mondo ha smesso di riconoscerla. Il conto in banca non esiste. La laurea che ha sudato per sei anni è sparita dai registri dell'università. Le foto del suo matrimonio — vestito, invitati, promesse — non sono in nessun cloud, in nessun cassetto. Persino suo marito la guarda come si guarda un'estranea. Nessuno ha commesso un crimine contro di lei: qualcuno, con pazienza chirurgica, l'ha rimossa dalla realtà, riga dopo riga, documento dopo documento. Per riprendersi la propria vita, Nekane dovrà diventare l'investigatrice del proprio passato, scoprendo che la donna che credeva di essere potrebbe non essere mai esistita — e che chi l'ha cancellata potrebbe averlo fatto per proteggerla da una verità ancora peggiore.

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Capitolo 1 — Il Compleanno
Nekane Otsoa si svegliò alle sei e dodici, come ogni giorno della sua vita adulta, con la stessa precisione ostinata con cui disegnava le sue case. Fuori dalla finestra, la città era ancora grigia, indecisa se essere giorno o notte. Compiva quarant'anni, e per un attimo, sdraiata nel letto, si concesse il lusso di pensare che fosse un giorno come un altro. Si sbagliava, ma non lo sapeva ancora. Levan dormiva accanto a lei, il respiro lento, un braccio abbandonato fuori dal piumone. Nekane lo guardò per qualche secondo — la mascella squadrata, i capelli scuri ormai striati di grigio alle tempie — e pensò, come le capitava spesso al mattino, che fosse ancora incredibile che quell'uomo avesse scelto lei, dodici anni prima, in una chiesa piena di gente che ora esisteva solo nelle fotografie. O almeno, così credeva. Si alzò senza svegliarlo. In cucina, mentre la macchina del caffè gorgogliava, controllò il telefono. Messaggi di auguri, una notifica della banca che le ricordava di controllare il saldo prima del pagamento automatico dell'affitto dello studio. Aprì l'app. *Impossibile recuperare i dati del conto.* Non ci fece caso. Le app si rompono, i server hanno problemi, il mondo digitale è fatto di piccoli guasti quotidiani che nessuno considera un presagio. Bevve il caffè, si vestì, e uscì per andare in ufficio, dove l'aspettava una riunione con un cliente per la ristrutturazione di un palazzo del Settecento. Fu al bar sotto casa, quando la sua carta venne rifiutata per un cappuccino da tre euro, che la giornata cominciò a incrinarsi. «Mi dispiace, la carta non è valida» disse la ragazza alla cassa, con l'imbarazzo di chi deve dire una cosa spiacevole a una sconosciuta. Nekane rise, un po' nervosa. «Riprovi, magari è il lettore.» Non era il lettore. Provò con un'altra carta, quella dello studio. Stesso risultato. Pagò in contanti, raccogliendo le monete dal fondo della borsa sotto lo sguardo paziente della fila che si era formata dietro di lei, e uscì con le guance in fiamme, dicendosi che avrebbe chiamato la banca appena arrivata in ufficio. La chiamata durò quarantasette minuti. Le passarono tre operatori diversi. L'ultimo, una voce giovane e visibilmente a disagio, le disse una frase che Nekane avrebbe riascoltato nella sua testa per settimane: «Signora, nel nostro sistema non risulta nessun conto intestato a questo codice fiscale. Nemmeno storico. È come se... non fosse mai stato aperto.» «L'ho aperto quindici anni fa. Ci ho lo stipendio, il mutuo dello studio, tutto.» «Mi creda, capisco la sua frustrazione, ma il sistema non ha traccia. Le consiglio di venire in filiale con un documento.» Nekane andò in filiale. Portò con sé la carta d'identità, il codice fiscale, persino un vecchio estratto conto stampato che teneva in un cassetto per abitudine, memoria di un padre che non si era mai fidato del digitale. L'impiegata guardò lo schermo, poi guardò lei, poi di nuovo lo schermo, con l'espressione di chi ha davanti un rompicapo che preferirebbe non dover risolvere. «Il codice fiscale che mi ha dato non è mai stato associato a nessun conto in questa banca. In nessuna banca del gruppo, in realtà. Ho controllato anche l'archivio storico.» «Ma io ho lo stipendio che arriva qui ogni mese.» «Da quale conto arriverebbe, se il conto non risulta?» Nekane non seppe rispondere. Per la prima volta, quella mattina, sentì un brivido che non aveva niente a che fare con l'aria condizionata della filiale. Tornò in ufficio più tardi del previsto, saltando la riunione con il cliente — la sua assistente, Djamila, le disse con un'espressione stranamente distante che il cliente aveva "capito", anche se Nekane non ricordava di aver mai avvertito nessuno. Fu quella sera, cercando tra le cartelle del computer di casa una copia scannerizzata della sua laurea per allegarla a una domanda di partecipazione a un concorso di architettura, che il terreno cominciò davvero a cedere sotto i suoi piedi. Il file non c'era. Non nella cartella "Documenti", non in "Backup 2019", non nel cloud. Cercò il nome del file per intero, poi per parole chiave. Niente. Aprì il sito dell'università dove si era laureata, un ateneo del nord con una storia di quasi due secoli, e cercò nel registro degli alumni, disponibile pubblicamente per chi avesse voluto verificare un titolo di studio. *Nessun risultato per "Nekane Otsoa".* Riprovò cambiando la grafia, pensando a un errore di battitura del sistema. Niente. Chiamò il numero della segreteria studenti, sapendo che a quell'ora non avrebbe risposto nessuno, solo per sentire una voce, anche registrata, che le confermasse che esisteva un archivio, che esisteva una storia, che esisteva lei. Levan la trovò così, alle undici di sera, seduta davanti al computer con la faccia illuminata dallo schermo e le mani che tremavano leggermente. «Cosa succede?» le chiese, appoggiandosi allo stipite della porta. «Non trovo la mia laurea. Da nessuna parte. E la banca dice che il mio conto non è mai esistito.» Levan si avvicinò, si chinò a guardare lo schermo, e per un attimo — un attimo che Nekane non avrebbe saputo dire se fosse durato un secondo o cinque — nei suoi occhi passò qualcosa che non era sorpresa. Era più simile a una domanda che l'uomo faceva a se stesso. Poi sparì, e tornò il marito di sempre, quello pratico, quello che risolveva i problemi con la stessa calma con cui affrontava un cantiere in ritardo. «Sarà un problema dei server dell'università. Domani chiamiamo, sistemiamo tutto. Vieni a letto, è tardi, e comunque oggi era il tuo compleanno — l'abbiamo passato tutto a litigare con impiegati di banca.» Nekane annuì, ma quella notte non dormì. Restò sveglia a fissare il soffitto, ascoltando il respiro regolare di Levan, e per la prima volta in dodici anni di matrimonio si chiese — con un pensiero così assurdo da farle quasi vergogna — se conoscesse davvero l'uomo che dormiva accanto a lei. Non poteva immaginare che quella domanda, innocua e fugace, fosse in realtà la prima crepa di un muro che stava per crollare del tutto.

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