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Tre settimane (Three Weeks)

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Blurb

Due occhi impossibili da dimenticare... E una donna unica, un corpo da amare e una mente nella quali perdersi. Un labirinto di sogni, una strada obbligata che conduce alla felicità, alla passione. È quella che percorre il giovane Paul, travolto dal suo sentimento, non subito corrisposto, per la bellissima e meno giovane "signora in nero". Lei, così misteriosa, viaggia in incognito, e non è una donna qualunque. E Paul non può fare a meno di giocare fino in fondo la sua partita contro il destino, un tragico gioco che li coinvolgerà entrambi annientandoli. Tutto in tre, interminabili settimane. Three Weeks, considerato il capolavoro di Elinor Glyn, romanzo di grande successo, è un viaggio senza ritorno nella passione più totale ed esclusiva. Viene riproposto per la prima volta in edizione integrale e in una nuova traduzione.

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Chapter 1
Capitolo I Questo che sto per raccontare è solo un episodio, uno solo, nella vita di un ragazzo qualunque. Un episodio che non ha né un inizio né una fine. Perché in realtà è un sogno che si rinnova sempre, destinato a non concludersi mai. Qualcuno lo potrà criticare, condannare, non condividere. Ma di sicuro si comporterà così solo chi è diventato insensibile e vecchio dentro, persone che hanno dimenticato che la vita è, anche e soprattutto, passione. E amore. Ma sono certa che altri, né giovani e né vecchi, semplicemente curiosi, si ritroveranno coinvolti in questa storia, la storia di una donna meravigliosa, di una meteora accecante che è passata all'improvviso nei giorni spensierati di questo giovane uomo. Paul Verdayne era ancora un ragazzo quando gli accadde questo strano episodio. Era ricco, forte, giovane e bello. Era uscito da Eton e da Oxford con la laurea in tasca, ed era pronto a diventare un vero gentleman e un atleta affascinante, da record. Era stato anche a Londra, dove aveva frequentato il bel mondo delle debuttanti, era stato ai loro balli, e non si può certo dire che non avesse fatto la sua figura. Lo studio, al contrario, non lo aveva coinvolto più di tanto, perché per lui c'erano altre cose molto più importanti che studiare: sapeva andare a cavallo come pochi e amava la caccia, soprattutto la caccia. Con questo non intendo dire che fosse stupido. Assolutamente. Era intelligente, certo, ma molti altri suoi interessi erano in quel momento come latenti, inespressi, sconosciuti anche a lui. Viveva nella più totale spensieratezza, credeva nel suo futuro, lo vedeva pieno di soddisfazioni e di felicità. Proprio come la pensava sua madre, che lui adorava, e come Isabel, la sua fidanzata. Non avrebbe mai lasciato Isabel: era l'amore della sua vita. L'aveva conosciuta quando si era ammalato. Isabel aveva cominciato a leggergli i giornali mentre lui era ancora a letto. Era stata sua madre a presentarli, lei che aveva chiesto a Isabel di scriverle una lettera. Così la ragazza aveva cominciato a frequentare i Verdayne. Paul e Isabel giocavano interminabili partite a carte, poi si divertivano a golf, lei accudiva Pick, il piccolo terrier di lui, finché un giorno... un giorno fatale, Lady Verdayne sorprese suo figlio mentre baciava appassionatamente Isabel. Lady Verdayne non fu molto contenta di ciò che aveva visto. Isabel era innamorata di suo figlio, e Paul, forse, di lei. Ma Isabel non era una ragazza all'altezza della famiglia Verdayne. Era rimasta indecisa su cosa fare. Non aveva avuto il coraggio di chiedere a Paul di troncare subito quella relazione. Aveva preferito chiedere che cosa ne pensasse Sir Charles, suo marito. – Ma su, non ti preoccupare – le aveva detto lui, un uomo sensibile ma pratico – un ragazzo non è mica obbligato a sposare una ragazza solo perché l'ha baciata! – Un vero gentiluomo non deve permettersi di baciare una ragazza se non è veramente innamorato di lei... intendo dire... se non pensa a lei come la sua futura moglie... – aveva replicato Lady Verdayne – non condivido il comportamento superficiale di mio figlio... – E va bene – aveva ribattuto l'uomo sogghignando – facciamola finita. Tronchiamolo noi questo magico idillio, questo innocente idillio ancora agli inizi. Facciamo partire Paul... è il modo migliore per risolvere una volta per tutte questa situazione. Era la metà di Aprile. Un mattino Lady Verdayne fece chiamare suo figlio e quando fu nella sua camera gli disse: – Devo dirti una cosa, Paul. Il medico ti consiglia... ti consiglia di svagarti per un po'... di fare un viaggio, andare da qualche parte... due o tre mesi. Penso che tu non ti sia ancora dichiarato, immagino, a Isabel. Beh, ti chiedo di non farlo adesso. Quando sarai tornato, a luglio, avrai già compiuto ventitré anni. Allora sarai libero di fare quello che vuoi. Non ti chiedo altro, solo di pensarci su in questi tre mesi. Paul non la prese male e tutto gli sembrò ragionevole. Avrebbe fatto un bel giro per l'Europa, in fondo lui e Isabel non erano ancora fidanzati. E così una sera, mentre diluviava, vicino alla porta che conduceva al parco, Paul decise di salutare Isabel. Isabel era molto alta, almeno quanto Paul. Entrambi avvolti in un mantello molto simile erano quasi una cosa sola, era impossibile distinguere l'uno dall'altra. C'era solo un velo, sulla testa di lei, a renderla riconoscibile. – Allora... addio Paul – disse la ragazza mentre la pioggia le bagnava le mani – non lo so se ci rivedremo ancora... ma una cosa voglio dirtela: io non ti dimenticherò... mai... – Arrivederci, devi dirmi arrivederci, Isabel, – le sussurrò Paul mentre la sua voce tremava appena. – Non amerò nessun altra donna oltre a te. Mai... mai. Per tutta la vita. In quel preciso istante il lamento di un cuculo si fece sentire tra i rami degli alberi del parco, incessantemente torturato dalla pioggia. Ma il destino stava compiendo il suo corso. Due giorni dopo Paul era a Parigi. E i piaceri della grande capitale non lo sedussero per niente. Non li conosceva e non aveva lo stato d'animo per conoscerli. A teatro non comprendeva abbastanza il francese per divertirsi. E le belle parigine che gli sorridevano quando si specchiavano nei suoi occhi azzurri lo lasciavano indifferente, insensibile. Un uomo lontano dalla donna che ama non riesce neppure a compiacersi degli sguardi di approvazione di un'altra creatura femminile. E Paul era un ragazzo che amava. Con la guida turistica fra le mani visitò Versailles e Fontainebleau, poi Compiègne, ma a fargli compagnia c'erano solo la noia, la malinconia, la tristezza. Così dopo pochi giorni trascorsi a Parigi decise di andarsene e di partire per la Svizzera. Il giorno in cui Paul arrivò a Lucerna pioveva. I monti erano avvolti dalla nebbia e le cime più alte erano invisibili. Paul, più triste che mai, si sentiva circondato dal gelo e dalla solitudine. Pensava al salotto elegante del castello Verdayne, lì dove aveva passato tante ore bellissime con Isabel, risentiva la sua voce mentre leggeva, l'eco delle sue risate, le dolci traiettorie dei suoi gesti, il suo viso dolcissimo. Non era stata una grande idea partire per un viaggio così lungo. Forse i suoi genitori avevano pensato che il suo amore fosse una malattia dalla quale guarire. Ma non era quella la cura. In quel preciso momento rise di sua madre, dei suoi sciocchi divieti. Gli aveva chiesto di non scrivere a Isabel. Glielo aveva fatto promettere. Era stata una promessa stupida e senza senso. Adesso rideva di lei e non desiderava altro che scriverle, parlarle, vederla, immaginarla. Gli tornarono in mente le parole di sua madre: – Se ti capiterà di sentirti solo – gli disse lei – e sentirai il desiderio di scrivere a Isabel lo potrai fare. Ma promettimi di raccontarle solo dei tuoi viaggi, le tue impressioni. Non scriverle lettere d'amore, non dirle niente di più, ti chiedo solo questo, me lo prometti? E lui le aveva dato la sua parola! – Va bene mamma – le aveva detto – te lo prometto, ma per tre mesi... Ma quella sera era diverso, la voglia di scriverle e di sentirla era diventata irresistibile. Così aveva preso della carta da lettera e aveva cominciato: Cara Isabel, sono arrivato oggi in questo brutto posto e sono così infelice. Facevo bene a portare almeno Pick con me. Mi avrebbe ricordato casa mia. Sono preoccupato per Moonlighter: come va? La sua gamba migliora? Chiama Tremblett e digli di tenermi informato. La mia camera ha la vista su un lago tristissimo e più in là vedo le montagne. O meglio penso che ci siano, le immagino, visto che sono circondate dalla nebbia. Piove sempre. L'albergo è deserto. Nessuna distrazione, nemmeno una partita a biliardo. Le guide turistiche mi hanno stufato, vorrei prendere il primo treno e ritornare a Londra. Ora mi cambio e scendo a mangiare. Continuo più tardi. Paul si cambiò per scendere a mangiare. Era di pessimo umore e i suo domestico tremava mentre gli porgeva i vestiti. Quando fu nella sala da pranzo i camerieri accorsero premurosi per servirlo ma dal suo tono capirono che non sarebbe stata una cosa facile. Con un fare altezzoso ordinò il suo menu e poi una bottiglia di bianco. – È inglese – si dissero i camerieri – sicuramente paga bene ma sarà dura accontentarlo. Una volta a tavola Paul chiese una copia del “New York Tribune” e cominciò a leggerlo tenendolo alto davanti agli occhi, mentre sgranocchiava svogliato delle olive. Le portava alla bocca una ad una, con la forchetta, in attesa del primo piatto. Il tavolo vicino al suo era preparato per una sola persona, era in un angolino tranquillo. Al centro spiccavano due o tre magnifiche rose, di quelle che aveva già ammirato nelle vetrine dei fiorai di Parigi. Erano in un bellissimo vaso di argento e cristallo. Gli altri tavoli erano invece tutti sparecchiati, deserti. Era abbastanza tardi, pensava Paul, chi poteva ancora arrivare a quell'ora per accomodarsi a quel tavolo così fiorito? C'era il menu ad attendere l'ospite e l'impazienza del responsabile di sala: toccava frenetico una bottiglia di vino rosso, ne saggiava la temperatura, quasi conoscesse le abitudini dello sconosciuto che doveva ancora arrivare. – Per chi saranno tutte queste attenzioni? Per i soliti maleducati rudi e asessuati che girano da queste parti? – si chiese Paul. Un attimo dopo sentì un frusciare di vesti: una donna gli passò così vicino che la stoffa di seta del suo abito quasi gli sfiorò i piedi. Un inconfondibile profumo di tuberose prese a inebriarlo non appena la sconosciuta fu seduta al suo posto. Le lanciò una timida occhiata. Sul petto aveva un piccolo mazzo di fiori. Quindi sollevò lo sguardo e i suoi occhi azzurri si posarono per un attimo sulla forestiera. Un vecchio cameriere, dall'aspetto dignitoso, vestito di nero e con la cravatta bianca, era in piedi vicino a lei. Anche lei era tutta vestita di nero. Indossava un grande elegantissimo cappello che le faceva ombra sul viso e sugli occhi. Quegli occhi che Paul non riusciva a vedere e che lei teneva fissi nel piatto. Poteva vedere le sue guance bianche, bianche come petali di magnolia, e la bocca, due labbra sottili, così rosse da sembrare disegnate. Paul rimase colpito da quelle labbra. Certo, ne aveva già viste di simili ma mai di uguali a quelle. Era sconcertato, perché erano reali, vere, vive, il trucco non c'entrava niente. Gli hors d'oevre portati in tavola non sembravano attirare la sua attenzione: consumò solo un po' di caviale. Poi le portarono una minestra, la stessa ordinata da Paul, e lui notò che ogni cosa passava dalle mani di quell'unico, anziano cameriere, che era il solo a servirla. Ma perché tutte quelle attenzioni particolari? Chi era quella donna riverita con così tanta cura e rispetto? Solo il vino le fu versato dal responsabile di sala nel suo bicchiere. La donna lo alzò per vederne il colore controluce e poi ne aspirò l'aroma e il profumo. Poi si rivolse all'uomo, che attendeva con ansia il verdetto, dicendo solamente: – Bon. Paul sentiva una leggera agitazione: – quanti anni avrà? Di sicuro ha molto più di trent'anni... Mi piacerebbe tanto sapere cosa diavolo mangerà, adesso... - pensava. La sconosciuta gustò una delicata trota rosata senza bere un solo sorso del suo vino e aveva appena finito di consumare il suo pesce quando a Paul fu servita una sogliola al vino bianco. Questo lo indispettì non poco. Perché lui doveva aspettare così tanto mentre a lei tutto veniva portato con tanta rapidità e sollecitudine? E adesso cosa le avrebbero riservato? Nonostante tutto era interessato a saperlo. Così arrivò un bel piatto di piselli e una coscia d'agnello bene arrostita. E poi di nuovo comparve il capo cameriere, a prepararle sul posto un'insalata. Paul notò che adesso la donna mangiava poco di tutto e beveva a piccoli sorsi il vino. Che vino poteva essere? Fece passare rapidamente la lista dei vini... Era un Chateau-Latour da quindici franchi a bottiglia? Oppure un Chateau-Margaux o un Chateau-Lafitte da venti? No, forse era un vino speciale, riservato solo a lei, come tutto, del resto. Chiamò il cameriere e ordinò una bottiglia di Porto. Per tutto il tempo la donna non lo aveva mai degnato di uno sguardo. E lui non aveva neppure potuto immaginare gli occhi di lei. Solo per un attimo, quando aveva guardato il vino controluce aveva potuto intravederli, ma il cristallo del bicchiere gli impediva di scorgerli distintamente. Di che colore erano? Forse neri, come i suoi capelli. Occhi neri, capelli neri: non era assolutamente il suo tipo. Per Paul una donna doveva essere bionda, proprio come Isabel. Ma perché allora quella donna gli ispirava un interesse così forte, crescente, irritante? Forse era il Porto che cominciava a scaldargli le vene, perché non gli era mai successo di provare così interesse per una sconosciuta. Lei nel frattempo aveva appena finito di mangiare il dolce e stava sgranellando un grappolo d'uva quando riapparve il capo dei camerieri: l'uomo le porse un vassoio d'argento sul quale si vedeva una bella coppa d'argento ricolma d'acqua di rose. La donna intinse le dita nella coppa e Paul poté vedere finalmente le sue mani. Aveva della mani bellissime, bianche, con le dita lunghe affusolate coronate da unghie rosse, brillanti. Le mani di Isabel... no, preferì non pensare alle mani di lei in quel momento. Intanto il cameriere aveva versato in un bicchierino del liquore profumato. La dama lo sorseggiò dopo essersi asciugate le mani, con una soddisfazione maggiore di quella che sembrava avesse provato mangiando. Paul continuava a guardarla e lei sembrava non curarsi minimamente di lui, quasi non sapesse di provocare un'attenzione così insistente. Lui guardava il suo collo bianchissimo, nudo nella stoffa nera del corpetto, che si apriva leggermente verso la gola con uno spacco a forma di cuore. Nessun monile, nessuna collana: solo una pietra preziosa, un grosso zaffiro, scintillava solo e scuro sulla sua pelle bianchissima, appeso a una catenella quasi invisibile. Al dito portava una gemma identica, identica anche alle pietre degli orecchini. Non aveva delle orecchie bellissime, anzi. E questo confortò Paul, non potevano reggere il confronto con quelle di Isabel. Ma ora gli interessavano i suoi occhi, voleva vedere i suoi occhi. Occhi che non avevano colore e che non lo guardavano mai. – Guardandola bene non è bellissima – si diceva Paul – ma c'è qualcosa nell'insieme di seducente, di particolare, di attraente... E poi, di nuovo, si ripeteva: – i suoi occhi, di quale colore saranno i suoi occhi... e da dove viene, che lingua parla... forse è francese? No, non può essere. Inglese? Nemmeno e neanche tedesca. Italiana? Forse... magari ungherese... probabilmente sì. Aveva già bevuto tre bicchieri di Porto e stava per berne un quarto. Per lui non era una cosa abituale bere così. Di solito era quasi astemio, ma quella sera... non se lo sapeva spiegare, aveva voglia di bere. Non aveva mangiato molto, in fondo, più attento a quello che consumava quella donna, a tutto ciò che assaggiava quella sconosciuta dalla quale si sentiva suo malgrado attratto. Appena ebbe finito di bere il suo liquore la signora si alzò avviandosi verso l'uscita della sala. Paul la guardò fisso, e quando lei gli fu accanto la guardò senza vergogna, senza ritegno, vergognandosi di averlo fatto solo un po' più tardi. Ma lei non si era curata per niente di lui, non gli aveva rivolto neppure un'occhiata. E lui era rimasto solo con la sua curiosità, quella di conoscere e incrociare il suo sguardo, di guardarla negli occhi, scoprire il loro colore. I movimenti di lei erano eleganti e maestosi, aveva un portamento inconfondibile. Era alta, slanciata, flessuosa, gli ricordava una gazzella, agile e imprendibile. Quando passò davanti a loro i camerieri si inchinarono profondamente. Poi lei svanì. Adesso sarebbe stato facile conoscere il suo nome, bastava chiederlo al direttore dell'hotel. Ma per una ragione incomprensibile Paul decise di non farlo. Scosse il capo, aggrottò le ciglia e finì di bere il suo quarto bicchiere di Porto. Era troppo, la testa cominciava a diventare pesante. Decise allora di uscire in giardino. Non pioveva più e il cielo era diventato di un azzurro intenso, già cosparso di mille stelle scintillanti. Si sedette su una panchina e si accese un sigaro. Improvvisamente lo prese una profonda malinconia, gli sembrò di essere solo al mondo e una vaga sensazione di paura, un presagio di futuro dolore, gli attraversò la mente. Non aveva mai provato una sensazione simile. Ma era quella sera. Quella sera si sentiva diverso da ciò che era sempre stato. E nonostante provasse a non pensarci i suoi pensieri erano occupati da quella donna vestita di nero. – Vestito nero, cappello nero, capelli neri... – si ripeteva – anche i suoi occhi saranno neri. Avessi almeno visto i suoi occhi... La panchina sulla quale era seduto si trovava a ridosso di un muretto poco più alto di un metro, e il parapetto terminava al piano terreno dell'hotel. La terrazza e il giardino a quell'ora erano deserti, regnava il più profondo silenzio. Paul cominciò a percepire l'esaltazione provocata dai vapori del vino. Era giovane, ricco... a Lucerna di sicuro avrebbe potuto trovare la giusta compagnia. Provò subito a scacciare quel pensiero e si mise a contemplare il lago. Improvvisamente il cuore gli sobbalzò nel petto: un profumo di tuberosa, lieve, si sparse nell'aria e dal muretto, proprio sopra la sua testa, arrivò alle sue orecchie un lungo sospiro. Si alzò di scatto, si girò e sollevò la testa. Quasi indistintamente, nell'oscurità della sera, vide il viso di una donna. Sembrava emergere da un'onda fluttuante di veli neri, era un volto pallido, dal quale brillavano due grandi occhi lucenti che ora si fissavano nei suoi. Per un attimo Paul sentì fermarsi il battito del suo cuore tanto era impressionante l'effetto di quello sguardo. Immobile, come paralizzato, non fece un gesto, non disse una parola. Lentamente la donna si scostò dal muretto e poi si allontanò. Paul si ritrovò da solo sotto quel cielo stellato, si chiese se aveva sognato, se era ubriaco, pazzo... e di quell'apparizione non ricordava che quegli occhi, senza colore... forse neri, azzurri, verdi, grigi... non riusciva a comprenderlo, a ricordarlo. Sapeva solo che erano occhi splendidi, meravigliosi, incantevoli. Per tutta la notte la lettera già cominciata per Isabel Waring fu lasciata a metà...

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