II 18 aprile 1978 (mattina). Minestra di ceci
Un covo è stato trovato stamane in un appartamento di via Gradoli 94, una strada che si trova all’altezza del chilometro 10.500 della via Cassia. All’interno, secondo le prime notizie giunte, sarebbero stati trovati manoscritti, riferentisi al rapimento dell’onorevole Moro, e alcuni passamontagna […]
L’intervento di polizia e carabinieri in via Gradoli è stato chiesto dai vigili del fuoco, chiamati a loro volta per un intervento in un appartamento all’interno 7 dello stabile di via Gradoli. In questo appartamento, secondo quanto si è appreso fino a questo momento, era avvenuto un allagamento […]
La sala operativa della questura ha diramate le ricerche di una moto Honda rossa, sulla quale si troverebbe una donna bionda, vista allontanarsi da via Gradoli […]
Stiamo incollati alla radio. Dopo un mese dal rapimento di Moro, il Giornale Radio esordisce con questa grossa novità. Sembra che le forze dell’ordine siano state lì lì per ritrovarlo!
Prosegue il GR.
Fino alle 7.30 di questa mattina l’appartamento di via Gradoli trasformato in covo era sicuramente occupato da qualcuno: è questa la circostanza di maggior rilievo emersa dopo la testimonianza di una signora che abita nello stesso palazzo e che è stata intervistata da un redattore dell’ANSA. La signora è stata svegliata stamani dal rumore di passi frettolosi che provenivano dall’appartamento sovrastante e non ha dato peso eccessivo alla cosa. Qualche minuto dopo si è accorta che sul soffitto del bagno si allargava una macchia d’acqua. Allarmata la donna ha allora telefonato ai vigili del fuoco.
Questi ultimi, giunti sul posto, hanno sfondato la porta dell’appartamento numero 11 e si sono resi conto di trovarsi davanti a un covo dei brigatisti […]
[…] l’acqua usciva dall’impianto della doccia e aveva invaso tutto il bagno. La doccia, evidentemente, era stata lasciata aperta da qualcuno che si era allontanato in fretta […]
Prima dicono interno 7 e poi 11! Ma non verificano prima di dare le notizie?!Comunque: ennesimo nulla di fatto. Moro non c’era.
Finito il GR, si metteranno tutti a commentare il fatto. A me non va di parlare. Voci, congetture, distinguo, ipotesi… mi annoiano tremendamente.
Avevo deciso di andare ieri dalla prostituta che ho contattata venerdì, ma non l’ho fatto. Andrò oggi. C’è ancora una lezione, poi dalle tredici alle quindici sono libero. Mangio qualcosa al bar e vado, tanto è qui vicino.
Sono agitato. Ho preso mezza compressa di Valium in più così, forse, eviterò che la tensione mi esasperi al punto da farmi rinunciare.
Devo diventare uomo. Solo così avrò qualche possibilità di conquistare Valeria.
“Lo Savio, che è stato al casino?” sfotte il professor Di Sorbo.
Maledette le mani che sudano! E maledetta la faccia che si arrossa per ogni sciocchezza!
Non so se prendere un’altra mezza pasticca… Magari prima mangio e poi vedo come mi sento.
Vado al cesso per urinare e sentirmi il polso. È la terza volta in neanche mezz’ora: se se ne accorgesse Di Sorbo o qualcuno di quelle bestie non mi lascerebbero vivere.
105 pulsazioni. Ripeto il controllo respirando a fondo. Occhi puntati sulla lancetta dei secondi. Adesso: 102. Va beh, considerando che sto in piedi e sono agitato per quello che sto per fare non è tanto!
Pizza con la mortadella e succo di pera. Meglio star leggeri. La sala professori è deserta. A quest’ora sono tutti a mangiare o in giro a far due passi. La solitudine, quando sono io a deciderla, mi piace. Accendo la radio.
[…] Comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro mediante suicidio. Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa, altezza metri 1800 circa località Cartore, Rieti […]
Le Brigate Rosse hanno rilasciato un nuovo comunicato in cui annunciano di aver ammazzato Moro! Ma come!? La polizia ha appena trovato quel covo abbandonato in fretta… A questo punto è improbabile che Moro si trovasse a via Gradoli fino a stamattina. Come hanno fatto a portarlo in poche ore fino a Rieti, vivo o morto, e ad affondarlo nel lago?
Prosegue il notiziario.
Da un primo, superficiale esame del comunicato sembra molto probabile che la macchina per scrivere usata sia la stessa dei messaggi precedenti […] Non risulta che finora copie del presunto comunicato numero 7 delle Brigate Rosse siano state fatte recapitare a Torino, Genova e Milano come era avvenuto per gli altri comunicati […]
Ora cominceranno le ricerche là e, chissà, forse a Roma circoleremo più tranquilli. Da un mese controllano le macchine sulle strade che portano fuori città. Domenica mi hanno fermato a Torrevecchia e hanno ispezionato la mia auto da cima a fondo. Arrossisco per un nonnulla e i carabinieri in tenuta antisommossa mi guardavano con insistenza. Forse sembravo sospetto.
Via dei Frentani 4A. Devo uscire dall’università, attraversare la piazza e imboccare la via. Di solito, quando vengo a lavoro o quando torno a casa, percorro viale Gobetti. Via dei Frentani l’ho fatta poche volte. Il 4A è giù, verso viale di Porta Tiburtina, dove ci sono le mura romane.
Eccomi. Un portone come tanti di una palazzina come tante, costruite una quindicina di anni fa. Vado oltre sino alla fine del marciapiedi. Non c’è traffico. È ora di pranzo. Do un’occhiata alle mura antiche incrostate di storia e di smog. Avranno trovato il cadavere di Moro? All’università dicevano che potrebbe pure trattarsi di un depistaggio o di un falso comunicato scritto da un mitomane. Alzo gli occhi sulla palazzina. A che piano sarà? Ma che importa il piano! Torno sui miei passi. Suonare allo Studio A, ha detto la ragazza al telefono. Dalla posizione sul citofono deduco che lo Studio A dovrebbe trovarsi più o meno al terzo piano. Sto per suonare, invece alzo il braccio sinistro e guardo l’orologio: le 13 e 45. Nel mondo delle prostitute esiste qualcosa come la pausa pranzo? Anche loro mangiano… Ma non sono io a dovermene preoccupare. Quando riprendo possesso della decisione di suonare il citofono, le gambe mi hanno riportato una decina di metri più avanti, di nuovo in direzione delle mura antiche. Tanto vale continuare fino al ciglio della strada e dare un altro sguardo alle vestigia. Adesso però torno indietro e suono … senza appello! Mancano dieci minuti alle due. Se la ragazza doveva mangiare, avrà già fatto.
Mezza dozzina di passerotti si contendono rumorosamente invisibili molliche sul bordo del marciapiedi. Non farei mai del male a un passero. Sono così carini! Invece i pulcini mi istigano rabbia insana. E faccio sempre quel sogno. Ci ho riflettuto un sacco di volte e la conclusione è sempre la stessa: dei pulcini mi urta l’assoluta vulnerabilità. I passeri sono magari più piccoli, ma sono sicuri di loro stessi. Volano se c’è pericolo, si avventurano a terra se si sentono tranquilli. I pulcini no, invocano senza sosta l’ala protettiva della chioccia con quell’insopportabile pigolio che tocca il cuore ai benpensanti. Pio-pio-pio-pio… chiamano la stupida gallina, brava mamma con le budella piene di uova, mite ma pronta a difenderli a costo della vita. I libri di scuola son pieni di storie di contadini che difendono il pollaio dagli attacchi di volpi, faine, lupi. Io stavo sempre dalla parte della faina o del lupo così come vorrei tanto che Gatto Silvestro facesse scempio una volta per tutte dell’odioso Tweety che è un canarino ma ha la peggiore prosopopea degli inermi pulcini.
Sono nuovamente dinanzi al numero 4A. Volto le spalle al citofono, però, e aspetto che passi un uomo con una sigaretta in bocca. Lui neanche mi guarda. Lo seguo con lo sguardo: sputa per terra dopo un colpo di tosse, si rimette in bocca la sigaretta e sparisce, voltato l’angolo. Aspetterò le 14 precise e suonerò. Il viso mi brucia. Schiaccio più volte il pulsante che illumina le cifre del mio orologio, aspettando che compaia il 14. Adesso la strada è deserta. Mi avvicino al citofono e premo il campanello dello Studio A. Un tocco brevissimo. Nessuna risposta. Del resto è ora di pranzo. Vorrà dire che tornerò un’altra volta. Domani, magari… No: un leggero scrocchio…
“Sì?” fa una voce elettrica senza età.
C’è. Faccio un respiro monco. Mi accosto di più al citofono e chiedo piano se posso salire. Un ronzio elettrico e il portone si sblocca. Contemporaneamente la voce elettrica dice “quinto piano”. Mi infilo nell’androne. Dietro me i lamenti di metallo del portone che torna indietro lento e poi si serra con uno scatto.
Silenzio.
Non vedo ascensore. Le scale un po’ in penombra si arrampicano a chiocciola.
Non avevo mai sentito nominare il lago Duchessa. Appena torno a casa sentirò alla radio come è andata a finire.
Le tempie pulsano. Da qualche mese ho un orecchio un po’ otturato e adesso sembra che il cuore si trovi lì. Bussa con rimbombi subacquei.
Mi fermo a riprendere fiato dopo le prime tre rampe. Nella quiete del dopo pranzo, il telegiornale dietro una delle porte sul pianerottolo.
[…] La zona del lago della Duchessa è ormai da alcune ore perlustrata minuziosamente da elicotteri della polizia e dei carabinieri. A bordo di uno degli elicotteri si trovano i magistrati accorsi sul posto. La zona è ricoperta da uno spesso manto di neve che rende praticamente impossibile ai velivoli di atterrarvi, anche perché, dicono gli agenti di polizia e i carabinieri, sotto il manto di neve c’è fanghiglia […]
Ciò che si può per il momento evincere dalle frasi degli investigatori è che è praticamente impossibile per chiunque trasportare senza l’ausilio di elicotteri un corpo in questa zona del lago della Duchessa […]
E allora?
La scala sembra non aver fine. Una voce… Non capisco cosa dice. Mi sa che si rivolge a me. Alzo gli occhi sulla vertigine di rampe e vedo una donna anziana che si sporge. Sì, parla proprio a me. Mi gira la testa quando guardo verso l’alto. Chiede perché non ho preso l’ascensore. Non l’ho visto l’ascensore. Abbozzo un sorriso virile, come a dire preferisco le scale. Ma chi è questa vecchia? Ho suonato all’interno sbagliato? Che aspetti me non c’è dubbio: ci sono solo io. Non respiro. La raggiungo. Sul pianerottolo ci sono tre porte. Una è socchiusa. Mi invita a entrare. Devo essere rosso come un grande ustionato. Lei chiude la porta alle mie spalle e scansa una tenda a fiori nel piccolo ingresso. Dietro la tenda una sedia e un tavolino tondo di vimini sul cui ripiano ci sono alcune riviste pornografiche.
“Si accomodi qui. La signorina arriva subito,” dice la vecchia.
Prendo diligentemente posto sulla sedia. Non mi aspettavo di essere ricevuto da persona diversa dalla prostituta.
Ancora la vecchia chiede se desidero qualcosa, tipo un bicchiere d’acqua. Rifiuto. Non riuscirei a inghiottire un ditale di liquido. Richiude la tenda. Sono solo in questo sgabuzzino. Cosa devo fare? Quanto dovrò aspettare? Prendo una delle riviste. Devono essere qui per preparare i clienti in vista dell’incontro. A me in questo momento non fanno alcun effetto. Il mio corpo è così congestionato e teso che neanche sento di avere un pene. Quando sarò al cospetto della ragazza sarà diverso… avrò a mia disposizione una donna nuda, potrò eccitarmi al profumo della sua carne, all’idea del suo ventre caldo e accogliente… Spero… Questo stanzino è opprimente. Ma come ce l’hanno portato Moro fino a Rieti se tutte le strade che escono da Roma sono presidiate? E poi come ci sono arrivati al lago ghiacciato? Non credo che dovrei spogliarmi qui?! Sarebbe assurdo. E imbarazzante. Quanto ci mette la signorina? Un’altra occhiata alla rivista. Le foto sono esplicite. Se le vedessi a casa o all’università non resisterei cinque minuti e correrei in bagno a masturbarmi. Ho cominciato a masturbarmi a dodici anni. Nella norma. Il guaio è che ora ne ho quarantatré e non sono andato oltre. Ho le mani sudatissime. Che silenzio! E se fosse una… trappola? Ma no… Se fosse un tranello per derubare gli uomini mica avrebbero messo sul giornale il numero telefonico. Ieri ho chiamato il 12 e ho detto di avere un numero ma di non ricordare chi me lo avesse dato. Ho detto che era importante perché sono un medico. Non so se l’operatrice l’ha bevuta. È rimasta qualche istante in silenzio, dopodiché ho percepito una virgola di ironia nella sua voce. Forse quello del medico è il pretesto più sfruttato. Comunque la ragazza mi ha fornito il nominativo del titolare dell’utenza telefonica: un uomo, italiano.
La tenda a fiori si muove. È sempre la vecchia: la ragazza è pronta per incontrarmi. Finalmente! I tonfi subacquei del cuore nel cervello si fanno più forti. La vecchietta è minuscola. Quando sono in piedi, mi arriva al petto. E non è che io sia una pertica. Sono arrapato? No. Preoccupato? Sì. Agitato? Molto.
Il corridoio è breve, ma mi sembra un’autostrada. Entro nell’alcova. La vecchia se ne va chiudendo piano la porta. La stanza è piccola. C’è uno specchio alla destra del letto e un altro ai piedi. Dalla finestra dietro una spessa tenda filtra lattiginosa la primavera recalcitrante. Un porticina mena a un piccolo bagno.
“Ciao,” esordisce la ragazza.
È vicina alla finestra. L’avevo immaginata diversa. Non è alta e neppure giovanissima. Nella fantasia l’avevo disegnata come sintesi dei miei desideri: statuaria come quelle dei reportage sul carnevale di Rio, disponibile ma dominante, un po’ volgare come una prostituta deve essere per aizzare l’indole animale del maschio. Questa ha la pelle bruna, levigata, si vede, ma non è certo una sambista. Anche il didietro non è quello che speravo. E i tratti hanno più della filippina che della sudamericana. Indossa un reggiseno ridottissimo bordato di piumino sintetico e un tanga. Si avvicina. Decisamente bassa.
“Io mi chiamo Maria Estrella, e tu?”
“Paolo.” Non so perché, ma non voglio dirle il mio vero nome. Non so perché, le ho detto quello di mio padre.
Mi invita a mettermi comodo. A spogliarmi, insomma.
Solo adesso noto che ai lati delle minuscole mutandine nere fuoriescono i folti peli del pube. Eccola qua, la fica! Alla fine ce l’ho davanti a me.
“Io il mio regalino lo prendo subito…” dice lei, con un sorriso che mette in mostra denti bianchi e gengive violacee. “Ventimila.”
Avevo tolto la giacca e stavo cominciando a sbottonare la camicia. Interrompo ed estraggo il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni. Le porgo una banconota da ventimila.
“Grazie, tesoro.”Prende il denaro con avidità mascherata da nonchalance.
“Fai pure con calma…” aggiunge. Poi esce dalla stanza e chiude la porta. Finisco di togliere la camicia, ma non vado oltre. Oggi non ho messo la maglia della salute come vuole mamma. O meglio, l’ho messa poi all’università l’ho tolta e l’ho cacciata in borsa. Sento la voce della ragazza. Parla con la vecchia? La vecchia è la tenutaria e lei le passa i soldi? Oppure c’è qualcun altro?
Riecco Maria Estrella. Mi guarda e sorride con le gengive viola. Tolgo l’orologio e lo poso su un comò, insieme con gli occhiali: “Questi non servono,” faccio il simpatico.
La ragazza non cambia sorriso e si toglie il reggiseno. Ha un bel seno. Sfilo i pantaloni e lei si toglie il tanga. È nuda. Tra poco lo sarò anch’io. Sto per scopare! L’atmosfera erotica è questa? C’è una donna nuda dinanzi a me! L’ho appena pagata per fare sesso e lo faremo, si capisce. È il suo lavoro. Però io mi sento più in una medicheria che in una stanza a luci rosse. Sono nudo. Il membro, già normalmente di dimensioni appena accettabili, è totalmente ritirato nel prepuzio. Le guance in fiamme. Sono qui per fare sesso. Da anni, diciamo pure decenni, anelo questo momento. Io e una donna. Una femmina a mia disposizione. Mai son riuscito a conquistare una donna. O non sono sicuro di ciò che provano per me o mi accorgo troppo tardi che qualcuna è stata interessata. Ma questa qui non ho dovuto e non devo conquistarla. Non ci sono incognite: ho pagato e farò sesso. Uscirò da questa casa dopo aver fatto l’amore. Sono entrato vergine e andrò via uomo. Continuo a sentirmi come uno che sta per fare la gastroscopia.
Nel naso ho l’odore della minestra con i ceci che fa mia madre. Oggi è martedì: l’avrà già preparata. Forse una massaia in una delle tante cucine di questo stabile sta cuocendo la minestra di ceci. Stasera, ormai iniziato all’amore, mangerò la minestra con i ceci. Mi piace con tanto peperoncino. Qui c’è odore di deodorante per ambiente di quart’ordine.
Maria Estrella prende da un cassetto del comodino due profilattici ancora nella confezione. Si siede al bordo del letto. Guarda per un attimo il mio membro timido, senza insistere. Fa parte del suo mestiere mettere gli uomini a proprio agio. Sembra aspettare ch’io faccia qualcosa. Non so cosa fare… Mi tocco il pene. La pelle del prepuzio inspessita dall’ansia serra il glande e lo anestetizza. Mi manca pure la forza di vergognarmi. Penso solo che devo riuscire a eccitarmi.
“Vieni qui,” fa lei.
Mi avvicino col passo ineluttabile di uno che entra in sala operatoria. Può darsi che adesso mi sblocchi… con il contatto, con qualche manovra… Prende una salviettina profumata tipo quelle che distribuiscono in aereo e mi netta il pene sfregandolo con forza. La sensazione di freddo peggiora la situazione. Comunque mi affido a lei. Non posso fare altrimenti. Oltre la porta della stanza la vecchia o chicchessia ha acceso la radio: parlano delle ricerche di Moro, ma non riesco a udire che mozziconi di parole. Il prepuzio è così irrigidito che, nonostante il pipo le stia comodamente tutto fra tre dita, deve usare entrambe le mani per farlo scorrere e scoprire il glande. Un piccolo glande pallido, infantile di cui non ride solo perché sono un cliente. Uno che ha pagato e che potrebbe pure tornare se lei lavorerà bene.
Osserva il pene. Il tocco delle sue mani non sortisce effetti. Avvicina il viso. Sento una fitta quasi dolorosa al contatto con i denti. Nient’altro. È così contratto da aver perduta ogni sensibilità. Succhia delicatamente. Questo è il bocchino: il principe dei preliminari. Oddio, sembra il Carosello del Rosso Antico: il principe degli aperitivi. Il bocchino fa impazzire i maschi e li prepara al meglio alla penetrazione. Nelle riviste porno. Non me.
Fallito il tentativo orale. Si sdraia sul letto a gambe aperte. Si tocca. Le tocco il seno. Spero che sentire le sue mammelle nelle mani riesca a svegliare quell’istinto che dev’esserci da qualche parte nei miei cromosomi. Si tocca ancora. Sospira.
“Ecco. Sono tutta pronta per te!” dice. Occhi chiusi e bocca ammiccante.
Non oso avvicinarmi al suo sesso. Provo solo a sfregarci il mio organo rattrappito.
“Dentro solo col profilattico, amore…” avverte.
“Scusami,” sussulto. E mi ritiro subito.
Chino su di lei, prendo a baciarle e a succhiarle i seni. Mi piace, ma il gusto non si traduce nella necessaria erezione.
“Forse non sono una Sophia Loren, ma nemmeno così da buttar via!”
Comincia a spazientirsi. Non posso permettere che mi liquidi.
“Ma no… sei bellissima!”Mi affretto a rassicurarla.
“Allora forse sei agitato, sei uno pieno di complessi…” insiste.
Come si permette?! Ha ragione, si capisce, ma non mi aspetto certo di sentirmelo dire da una puttana. Reagisco mentendo, come faccio sempre quando sono in difficoltà e voglio chiudere un argomento:
“È la prima volta che mi accade!”
Non penso più alle ventimila lire.
Voglio andarmene.
Continuo a scusarmi con Maria Estrella assicurandole che la trovo bella e che in altri frangenti non ho fatto cilecca. Altri frangenti? Le chiedo persino scusa per il tempo che le sto facendo perdere. Dice che non devo preoccuparmi e, un po’ maldestra, assicura che non chiederà altri soldi.
“Vuoi provare a metterlo dentro? Mettiamo il preservativo…” propone.
Ma ormai ho la testa altrove. Come all’epilogo di un brutto sogno, quando la coscienza si stiracchia e sussurra all’inconscio angosciato che, tra poco, sarà tutto finito. Mi fa distendere supino. Mordicchia i miei capezzoli, mi bacia l’addome… ce la mette tutta, devo dire.
L’inserimento del condom è il colpo di grazia alla mia virilità. Non deve nemmeno srotolarlo: si limita a collocarlo come un tragico tortellino su quella specie di moncone che è il mio sesso. Poi ci si siede sopra, in una metafora di smorza candela che dovrebbe far ribollire il mio testosterone latitante. Ma neppure il vago calore della sua v****a esterna riesce a svegliarlo. Quel che stiamo facendo è neanche lontanamente un coito. Il pisello resta corrugato sull’uscio della sua femminilità senza varcarne la soglia.
Basta! Basta!
Capiamo tutti e due che è inutile tentare oltre.
“Sarà per la prossima…” Ancora ostento disinvoltura.
Maria Estrella annuisce. Mentre mi rivesto, si mette una vestaglietta e si allontana dalla stanza.
Solo con la mia sconfitta.
Parlano, dall’altra parte. E ancora non intendo se sia la vecchia o altra persona. Capisco, però, che la ragazza sta raccontando il mio fiasco.
Ho contattato una prostituta, ho deciso di andarci, ci sono andato. Un risultato, senza dubbio. Ma sono ancora vergine. Ho toccato una donna, ho visto la sua intimità… Ma non so cosa sia entrare nel suo corpo.
Maria Estrella mi congeda. Le gengive viola sorridono comprensive. Arriva pure la vecchia. Non ho coraggio di guardarla in faccia. Mi basta incrociare un istante i suoi occhi per intendere che già sa tutto. Pure lei fa l’indifferente… il cliente ha sempre ragione!
Quando riproverò ad andare con una puttana? Forse dovrei puntare su un rapporto sano. E non so se quanto accaduto mi aiuterà ad agire diversamente con le donne. Per adesso ho solo voglia di andare a casa.
All’angolo di via Liburni tre uomini discutono a voce alta. Non riesco a cogliere se stiano parlando di Moro.
Quando mamma se ne andrà a letto, stanotte, proverò a chiamare Valeria. Dopo cena.
È martedì, ci sarà la minestra di ceci.
Chiudo la portiera della 127 ma non infilo subito la chiave nel quadro. I rumori della strada arrivano diluiti. Inspiro a lungo per riempire i polmoni con l’aria predomestica impregnata di vilpelle. Rassicura il cuore ancora in tumulto per l’esperienza con Maria Estrella. Metto in moto.
Al primo semaforo estraggo dal portaoggetti la radiolina portatile. Accidenti, però: ero sicuro che oggi sarei riuscito a fare l’amore con una donna…
Ci sono novità sul covo di via Gradoli: un’inquilina dello stabile ha riferito che circa venti giorni fa agenti del commissariato Flaminio nuovo, competente per zona precisa la radio, hanno fatto una perquisizione nella palazzina dove c’è l’interno 11 di cui si parla da stamattina. La donna, però, non sa se furono perquisiti tutti gli appartamenti. Ma come le fanno ’ste indagini?
Non avrò il coraggio di tornare da Maria Estrella, però potrei andare da un’altra. Magari stavolta mi riuscirà…
Fa freddino per essere metà aprile.