Capitolo 4
CALEB
L’ultima cosa che avrei voluto fare, alla fine della mia giornata di merda, era andare a un cocktail di ringraziamento, soprattutto con la faccia che mi ritrovavo dopo essere stato picchiato dal tacco dodici, Valentino, di Janice. Per tutto il giorno, avevo evitato le domande preoccupate di quelli che non erano teste di cazzo, e mi ero sorbito le battute e le rotture di palle di quelli che invece lo erano. Pochi si erano bevuti la mia balla dello scivolone nel box doccia, ma quello che non sapevano era che non me ne poteva fregare di meno di ciò che pensavano di me e della mia vita privata. Mi stava bene, a condizione che mi rispettassero negli affari. Io riuscivo a far soldi praticamente con ogni cosa, perciò non erano cazzi loro se ero pessimo nelle relazioni e con le donne. Era solo che non provavo niente per nessuna di loro, come invece avrei dovuto se non fosse stato solo sesso. Non avevo mai sentito nulla, al di là dell’ammirazione per la loro bellezza e il desiderio di condividere un po’ di piacere, se a loro andava bene. Non ero neanche avaro in questo senso, anzi, prima di finire, facevo sì che fossero ampiamente soddisfatte. Conoscevo solo quel modo e, finché non avessi capito che cazzo di problema avevo, era meglio stare lontano del tutto dalle donne. Aveva senso.
L’unico motivo per cui stavo mettendo piede a quel ricevimento era perché era stato organizzato dallo studio legale di mio padre. C’era una parte di me che voleva ancora renderlo orgoglioso, anche se avevo fatto carriera autonomamente. Ora che se n’era andato, avevo preso in mano anche la sua compagnia, e sapevo che i suoi coetanei mi osservavano con attenzione per vedere come mi sarei comportato. I miei fratelli avevano avuto la loro parte e i soldi, oltre a una compartecipazione nel pacchetto azionario di mio padre, ma non erano coinvolti nella gestione quotidiana come lo ero io. Lucas viveva come un eremita sull’isola a disegnare videogames, e Wyatt era a New York a fare le sue cose, nessuno sapeva bene di preciso quali fossero. Essendo il figlio maggiore, seguito da due fratelli gemelli identici monozigoti e poi, cinque anni dopo, da un’altra coppia di gemelli, questa volta femmine e dizigoti, ero l’unico spaiato. Willow era fidanzata con un professore di un prestigioso ateneo, e Winter era all’università. Perciò, tutti erano focalizzati sui propri obiettivi, come era giusto che fosse.
Mia madre era molto orgogliosa di aver dato cinque figli a mio padre, e di aver dovuto patire solo tre gravidanze. Aveva sempre fatto in modo che capissimo bene la sofferenza immane che aveva dovuto subire per dare alla luce ognuno di noi. Forse era per quello che ce l’aveva tanto con me. Tutto quello sforzo e quel dolore avevano avuto come risultato un unico bambino.
La relazione con mia madre era solo l’origine dei miei problemi con le donne. Avevo avuto una conversazione poco piacevole con lei, durante la mattinata. Janice, come da copione, era subito corsa tra le sue braccia, a piangere e inventare tristi storie di disprezzo e promesse mancate da parte mia. Avevo sorvolato sul fatto che cinque minuti dopo che se n’era andata, aveva già in bocca il cazzo di James Blakney. Pensando che mia madre non avesse bisogno di deliziarsi con quella visione, non avevo detto molto se non che Janice non era la ragazza che credevamo che fosse, e che di certo non sarebbe stata nulla più che un’amica di famiglia, da quel momento in poi. Mia madre aveva quindi colto l’occasione per rinfacciarmi che avevo complicato molto le cose riguardo alla sua amicizia con la madre di Janice. Le avevo suggerito di fare una cospicua donazione alla loro organizzazione no-profit, per appianare i dissapori. Il mio suggerimento non le era andato a genio, o almeno così credevo, perché mi aveva chiuso il telefono in faccia.
A ogni modo, avrei concesso a quest’incontro un paio di drink, prima di sparire.
Annuendo e dicendo le cose giuste, stringevo le mani di colleghi che avevano conosciuto mio padre, e accettavo le condoglianze da altri. Mi appuntai mentalmente chi si era preso la briga di menzionare il suo nome, e lo avrei poi annotato con data ed evento, una volta a casa.
Sbrigai la faccenda come mi aveva insegnato mio padre, che era il migliore di tutti a lavorarsi una stanza piena di potenziali affari; e, quando raggiunsi l’obiettivo che mi ero prefissato, decisi che era ora di togliere le tende. Appoggiai il bicchiere mezzo pieno su un tavolo vuoto e feci per andarmene quando... la vidi.
Così, d’improvviso, lei apparve e non riuscii a staccarle gli occhi di dosso.
La bellissima ragazza che avevo visto quella stessa mattina da Starbucks, in Hereford Street.
Sapevo che era lei, perché non avrei mai potuto dimenticare quegli stivali così sexy. I suoi capelli biondi, però, non erano sciolti come la mattina, se li era legati in una coda bassa... ma, cosa ci faceva qui, a servire? L’avevo vista entrare in uno studio di design. Probabilmente aveva due lavori. Laboriosa... bella... sexy.
Tornai in fretta al tavolo dove avevo lasciato il bicchiere e lo ripresi in mano. All’improvviso mi venne voglia di uno stuzzichino.
Lei vide che mi stavo avvicinando e fece un passo verso di me, col vassoio in mano.
«Cosa sono questi?» le chiesi senza neanche guardare il cibo. Pessima mossa, ma ero troppo occupato ad ammirare i suoi meravigliosi occhi ambrati, i capelli d’oro, e tutto ciò che ora potevo vedere da vicino. Una pelle perfetta, ciglia folte e curvate che incorniciavano quegli occhi spettacolari, e una cicatrice che partiva dall’attaccatura dei capelli e scendeva lungo il lato destro del suo volto. Qualcosa l’aveva ferita, a un certo punto della sua vita, e la cosa assurda era che questo mi turbava molto.
Lei strinse e appiattì le labbra rosa, come a reprimere una risata. «Be’... mi hanno detto che sono polpette. Una creazione culinaria originale, e mai vista prima. Dovresti provarne una, dicono che siano deliziose.»
La sua voce... cazzo che voce!
«Okay.» Presi una polpetta e me la infilai in bocca. Non sentii nessun sapore. Per quel che mi riguardava, avrei potuto avere in bocca gli scarti putridi di un mattatoio e non avrebbe fatto alcuna differenza. Il mio cervello aveva cancellato tutto... tutto, tranne quella splendida voce.
«O mi stai prendendo in giro, o quel cazzotto deve essere stato devastante per il tuo cervello, perché scommetto che non è la prima volta che mangi una polpetta.»
«Esatto.»
Il sorriso sparì dal suo volto. «Mi stai prendendo in giro?»
«No, no. Il cazzotto è stato devastante... anzi, sono devastato.» Ma che diavolo stavo blaterando? Sembravo Rain Man senza il suo QI. Dovevo piantarla di dire cazzate.
«Mi spiace. Pare doloroso.»
«No, adesso non mi fa più male.». Probabilmente avevo sorriso e scosso la testa, ma non ne ero sicuro. Chiamatemi pure lo scemo del villaggio, perché mi stavo comportando da tale, lo sapevo, ma ero completamente ammaliato dal suono della sua voce.
«Vuoi un’altra rara e prelibata polpetta?» mi chiese, osservandomi con attenzione. Doveva essere inorridita dal mio aspetto e dal mio comportamento, però, non lo dava a vedere.
«Sì, grazie.» Presi un’altra polpetta, ma non la mangiai. «Sei inglese.»
«Sei americano» mi disse facendomi l’occhiolino, prima di voltarsi e servire altri ospiti.
La guardai allontanarsi e il cuore iniziò a battermi forte, rimbombando in tutto il corpo.
Qualcosa era appena successo, dentro di me.
Non sapevo bene cosa, ancora, ma il motivo scatenante era chiaro come l’acqua.
Lei.
***
Non me ne andai, come avevo pianificato.
Rimasi a quel ridicolo cocktail per poter spiare una ragazza che non conoscevo.
In quel preciso istante io, Caleb Blackstone, ero diventato uno stalker, e non me ne pentivo minimamente.
L’ora successiva, la passai a fingere di essere socievole, attaccando bottone con gente che a malapena ascoltavo, solo per poterla guardare muoversi per la sala a servire polpette con indosso quella gonna stretta e quegli stivali da sesso. Me la immaginai perfino nuda, con solo quelli addosso. I miei pensieri erano così perversi, che a un tratto il mio uccello decise di entrare in azione.
E di brutto!
Cristo, il mio cazzo si stava indurendo a guardare una bella ragazza che serviva del cibo, in una stanza piena di soci in affari.
Sì.
Mi accorsi anche di non essere l’unico a guardarla: quegli stivali di certo non la rendevano anonima in un evento del genere, fatto perlopiù di soli uomini che pensavano al sesso ogni pochi secondi. Osservandola, però, non si poteva pensare ad altro.
«Passerei la vita intera a palpare ben bene quel bel culetto... con quegli stivali da porca addosso.»
Kevin Aldrich era un banchiere, con una stempiatura evidente, un girovita in espansione e un enorme fondo fiduciario ereditato dal suo danaroso nonno. Aveva anche una moglie, due o tre figli adolescenti, un problema con l’alcol ed era un coglione di prima categoria. La cosa triste era che uno come quello di sicuro trovava donne belle come quella ragazza disposte a scoparselo, perché i soldi aiutavano a dimenticare il fatto che fosse un viscido stronzo patentato.
Non dissi nulla, ma in quell’istante compresi perfettamente il significato dell’espressione “ribollire il sangue”, perché il mio stava detonando.
Aldrich alzò il bicchiere per chiamarla e iniziò a sbavare nella sua direzione. Lei lo notò e si avvicinò con un vassoio di cocktail di scampi. Questa volta, guardai bene cosa stava servendo; non volevo commettere lo stesso errore di prima e rifare la figura dell’idiota.
«Signori, che ne dite di un delizioso cocktail di scampi?» chiese, gentile.
«Io preferirei un delizioso cocktail di te, Stivali Sexy» disse Aldrich, con un’evidente occhiata ambigua e lasciva. Cristo santo, era più viscido e disgustoso di un’anguilla. Un’emerita testa di cazzo, con le attitudini sociali di uno scarafaggio.
«Molto originale. La stessa battuta, l’ho sentita solo quattordici volte nel corso dell’ultima ora e mezzo» gli rispose con dolcezza. «Posso offrirle un cocktail di scampi?» chiese di nuovo, decisamente poco divertita, come mostravano i suoi occhi d’oro.
Purtroppo, Aldrich era troppo ubriaco, o forse troppo stupido, per cogliere il messaggio. «Che ne dici di darmi il tuo numero, invece? Ti porto in un posto dove potremo mangiare tutti gli scampi che vuoi» replicò facendo guizzare la lingua umida fuori da quella fogna di bocca. Persi completamente il controllo. Il sangue bollente di prima era nulla in confronto all’istinto omicida che si era impossessato di me. Lo volevo uccidere, il bastardo.
«Ma che cazzo fai, Aldrich, come ti permetti?»
Lui fece altre due cose molto stupide, in contemporanea. Primo, allungò il braccio per trascinarla contro il suo lurido corpo e, secondo, mi disse: «Ehi, Caleb, lasciaci in pace, a me e Stivali Sexy, stiamo facendo conoscenza e pare proprio che abbia bisogno di una bella cavalcata con quegli stiv...»
Aldrich non finì la frase, però, perché un’abile e veloce gomitata lo colpì in pieno naso. Il braccio di lei. Il naso di lui. Cazzi suoi per averci provato e per essersi spinto così oltre!
Il retro della sua testa grassoccia mi colpì in pieno mento, a causa del contraccolpo; mentre cadevamo entrambi a terra, una pioggia di bicchierini di scampi e salsa rosa schizzò in aria, centrando chiunque nel raggio di tre metri.
Si fece silenzio intorno, tutti smisero di parlare e puntarono gli occhi su di noi.
«Brutta puttana schifosa! Mi hai spaccato il naso» sbraitò Aldrich da dietro la mano cercando di tamponare il sangue, che gli zampillava copioso da quel brutto muso molliccio.
«Mi hai messo le mani addosso. Chi osa farlo, non la fa franca. Non più» gli disse lei con voce gelida, prima di girare i tacchi e andarsene verso la cucina.
«Levati di dosso, Aldrich!» Lo scaraventai via da me e mi rimisi in piedi. «Ma che cazzo ti è venuto in mente, pezzo di idiota? Hai fatto un’enorme cazzata» gli dissi togliendomi un singolo scampo attaccato alla giacca, per la coda.
«Ma mi ha assalito. L’hai visto, Blackstone, no?» gridò. «Farò causa per danni a quella puttana. Maledetta troia!»
Lo presi per il bavero della giacca e lo sollevai fino davanti alla mia faccia. «Invece, non farai proprio un cazzo o te ne pentirai. Vai a casa da tua moglie e i tuoi figli, sempre che ti vogliano, ridotto in questo stato pietoso.»
«Vaffanculo, Blackstone!» Ma in realtà suonò più come un “Vffnkl Blascton”, per via del naso rotto, perciò perse un po’ di efficacia. Brutto bastardo arrogante.
«E vedi di prendere un taxi» aggiunsi. «Non stai in piedi da quanto sei ubriaco, sei un pericolo alla guida.» Poi mollai la presa e lo guardai ricadere col culo sullo schifo che c’era sul pavimento, impiastricciato di gamberi, salsa rosa e del suo stesso sangue.
Mi allontanai e trovai la ragazza che stava discutendo col suo capo in cucina; mi misi a origliare l’intera conversazione.
«Perché cazzo l’hai colpito, Cristo!»
«Le molestie sessuali sono un reato, pezzo di idiota. Ma perché mi hai messa in questa situazione del cazzo, Martin, per poi abbandonarmi in pasto ai lupi? Hai idea di cosa ho dovuto subire, stasera?»
Ahia! Speravo che non mi mettesse nella stessa categoria di quel resto di cani là fuori.
Mise una mano nella tasca davanti del grembiule e tirò fuori una manciata di biglietti da visita lanciandoglieli in faccia. «Questi sono solo alcuni di quei porci che vogliono conoscermi meglio e mostrarmi cosa sia una vera scopata! Wow, che eccitazione! Non dovrei preoccuparmi di queste cose mentre faccio il mio lavoro.»
Cristo, ha ragione!
«Ma dai, Brooke, cosa cazzo sarà mai successo? Hai decisamente esagerato.»
No, non è vero.
«Mi ha toccato il culo mentre tirava fuori la lingua come per leccarmi. Credi davvero che abbia esagerato?»
Lui non ebbe neanche la decenza di tacere di fronte alle sue parole. «Adesso esci fuori, prendi i nomi e i numeri, ti scusi e pulisci quella merda, chiaro? Dovremo coprire le spese della lavanderia, come minimo. Fallo, se vuoi tenerti il lavoro!»
Non hai capito un cazzo. Lei ha chiuso con te, stronzo!
Lei rimase senza parole, scioccata, poi abbassò le mani e iniziò a slacciarsi il grembiule. Le ci vollero alcuni secondi per riuscire a sciogliere il nodo, e ogni secondo sembrava accrescere la sua rabbia. Quel coglione del capo rimase lì impalato, ad aspettare che lei si togliesse quel cazzo di grembiule.
E lo fece: lo lasciò cadere sul pavimento dove giacevano i biglietti da visita di quegli stronzi là fuori.
Brava!
«No, grazie, Martin. Lascio questo lavoro di merda, e non provare mai più a chiamarmi.»
In gamba!
«Brooke?» le urlò dietro mentre lei si allontanava. «Chi cazzo pagherà per tutti i danni?»
Credo toccherà a te, Martin.
Brooke aveva già raccolto le sue cose ed era alla porta, quando si girò un’ultima volta, con la lunga coda bionda che le sferzò il collo. Era infuriata, ma la sua compostezza era qualcosa di magnifico, e le parole pronunciate con quel suo accento, maestose. Non avrei mai potuto distogliere lo sguardo da lei, nascosto dietro quell’angolo.
«Prendili dalla mia ultima paga, poi puoi andare a farti fottere.»
In questo momento ho il cazzo durissimo, per questa donna.
Poi, Brooke se ne andò e io mi feci avanti, uscendo da dietro la porta.
«Coprirò io i danni alla sala, anche se non credo che ce ne saranno. Il tizio che l’ha importunata ha davvero esagerato. Ero lì e ho visto tutto. Coprirò anche le spese per la lavanderia» dissi con disprezzo e diedi a quell’idiota il mio biglietto da visita, lasciandolo lì impalato in cucina, con la bocca spalancata come un pesce rosso agonizzante.
Raggiunsi Brooke in strada, dove stava di sicuro aspettando un taxi. Mi guardò, quando le passai accanto, ma non aprì bocca.
«Ehi, sai difenderti molto bene» le dissi.
«Mi spiace che tu ti sia trovato nel mezzo.» Indicò con il capo il mio completo rovinato dalla salsa rosa.
Alzai le spalle. «Si pulirà. Tu, piuttosto, stai bene?»
«Starò bene non appena sarò a casa.» La sua voce non suonava più così severa e forte come prima, e sentivo che la sua adrenalina stava scemando. Era sconvolta, ma era ovvio.
«Posso darti un passaggio? La mia auto sarà qui in cinque minuti e sarò felice di accompagnarti dove vuoi.»
Scosse il capo. «Non credo sia possibile, a meno che la tua macchina non vada sull’acqua.» Diede un’occhiata all’orologio. «Oltretutto, non ti conosco, e non accetterei mai un passaggio da un uomo sconosciuto.»
«Be’, ci sta» replicai. Anche se mi scocciava un po’ che avesse rifiutato la mia offerta, la sua logica non faceva una piega. Nessuna ragazza come lei avrebbe dovuto accettare un passaggio da uno sconosciuto. Sarebbe stato pericoloso e, per qualche oscuro motivo, d’un tratto odiai l’idea di lei in pericolo. «Mi dispiace davvero che tu abbia dovuto sopportare quella gentaglia, stasera. Spero di non aver fatto nulla per offenderti...»
«Ho visto che hai preso le mie difese, e ti ringrazio. E comunque, no, non mi hai offesa in alcun modo con la tua ignoranza riguardo alle polpette. Anzi sono ben felice di esserti stata di aiuto. Ora, sei un cultore informato di quella rara prelibatezza culinaria. E questo, solo grazie a me» ribatté con un accenno di sorriso.
Era fantastica. Cercava di scherzare quando si vedeva benissimo che era ancora sconvolta per il casino colossale che era appena avvenuto al cocktail party. Era bellissima, ma molto... triste. Ecco, se avessi dovuto scegliere una parola per descrivere la sua espressione, sarebbe stata questa. E non sapevo perché, ma mi dava un gran fastidio.
«Grazie per il tutorial sulle polpette. Mi è piaciuto un sacco. Io sono Caleb. Caleb Black...»
Fui interrotto dallo squillo del suo telefono. L’inconfondibile Shake Your Bon Bon di Ricky Martin. Scelta interessante, pensai, mentre lei si voltava e prendeva cellulare.
«Cazzo, fortuna che mi hai richiamata» disse.
La parola cazzo, con quell’accento... mmm!
«Faccio ancora in tempo a prendere il traghetto delle otto e trenta, perciò vado a casa. Non mi fermo da te.»
Ah, okay. Spiegato il suo “non credo sia possibile, a meno che la tua macchina non vada sull’acqua.”
«Una storiaccia lunga. Ti dico solo che cerco un altro secondo lavoro.»
Le serve un secondo lavoro?
«Ci vediamo domani.»
Allo studio in Hereford Street.
«Anch’io ti voglio bene.»
Ragazzo o amico?
Le mie abilità di spionaggio stavano decisamente migliorando, se ero in grado di ascoltare un’intera conversazione telefonica e decifrarla. Avevo colto ogni sua parola.
Un taxi si fermò accanto a lei e la sentii dire chiaramente al tassista: «Blackstone Island Ferry Company.»
Poi rimasi a guardare il taxi infilarsi nel traffico e sfrecciare via, finché lo persi di vista.
Non si era voltata neanche una volta per salutarmi. Non mi aveva detto il suo nome, ma sapevo che si chiamava Brooke. Brooke che viveva a Blackstone Island e lavorava nello studio di design in Hereford Street, di fianco a Starbucks. Era bellissima, arguta e grintosa. Ero rimasto più che colpito dal suo approccio diretto e schietto con il suo capo e gli ospiti. Brooke non era una donnetta, in più aveva la voce più straordinaria e sensuale che avessi mai sentito.
Questo era tutto quello che ero riuscito a sapere di lei, ma era abbastanza per ritrovarla se lo avessi voluto. Anzi, non se ma quando.
E questo era più che sufficiente.