IV
Durante il tragitto i due compagni di viaggio ebbero modo di scoprire, grazie all’onnisciente Google, che corso Duca d’Aosta si trovava all’interno dell’area pedonale, per soli ricchi, situata di fronte al Politecnico di Torino. Un intreccio di viali ordinati separava l’una dall’altra diverse villette a più piani, spesso nascoste alla vista da alberi ad alto fusto e da piante rampicanti che ornavano le mura di cinta difensive.
Sulle placchette dei citofoni anziché i cognomi dei proprietari spiccavano codici alfanumerici che solo amici e conoscenti dei facoltosi residenti potevano identificare.
Chi abitava in quella specie di lussuosa isola preferiva non farlo sapere in giro.
Meglio evitare l’invidia degli altri, di coloro che vivevano accatastati in alti edifici dalle rissose assemblee condominiali.
“Questi hanno i soldi, non c’è dubbio”, sentenziò Quadrini appena si trovò al cospetto della villa, in mattoni rossi, in cui risiedeva il fu amministratore.
“Evidentemente la sua professione era piuttosto redditizia”, sintetizzò il commissario.
“Quello è sicuro. Sono dei farabutti quei tipi lì”.
Quando Sergio si fermò le sue orecchie trasferirono la frase appena ascoltata al cervello.
“Cerchiamo di non fare figure di merda, Marco. Mi raccomando. Se hai avuto problemi in passato con gli amministratori di condominio non è il caso di tirarlo fuori proprio adesso”.
“Ok, messaggio ricevuto”.
Dopo aver ottenuto quella rassicurazione il commissario suonò il citofono di casa Balestri, facilitato dal fatto che ci fossero le iniziali di un solo inquilino sulla pulsantiera di ottone che si trovava sotto l’indicazione del numero civico di quel finto corso.
Erano solo loro i padroni del castello.
Qualche attimo di attesa e scattò l’apertura della porta. I due poliziotti si addentrarono nel giardino, dal fondo pietroso, confinante con l’ingresso della villetta a due piani.
Sofia Balestri li fece accomodare dopo aver provato a decifrare, con uno sguardo colmo di preoccupazione, le loro espressioni.
Alta, bionda, occhi azzurri e fisico scolpito nella roccia, la padrona di casa avrebbe rubato la scena a chiunque.
“Cosa succede, allora?”.
“Piacere, Sergio Crema”, disse il commissario protendendo una mano verso la potenziale modella che non l’afferrò.
Quadrini non spiccicò parola.
“Sono Sofia Balestri. Lei si era già presentato telefonicamente. Posso sapere adesso cosa è capitato?”.
Non era più il caso di temporeggiare. La verità stava reclamando il suo spazio. Sergio Crema lo sapeva.
“Si sieda prima”, disse il commissario mentre invitava la donna ad affondare il suo deretano in una sontuosa poltrona che si trovava nel salottino che confinava con il vano d’ingresso della villetta.
Lei non replicò e assecondò la richiesta del poliziotto.
“Allora?”.
“Suo marito è stato assassinato un paio d’ore fa. Gli hanno sparato nel suo studio. Per ora non posso dirle di più”.
Semplice e lineare. Una vita distrutta in una ventina di parole.
“Non è possibile”, fu l’unica cosa che riuscì a dire mentre con le mani si aggrappava ai suoi lunghi capelli biondi.
“Purtroppo è così. Ci spiace, signora”.
Sergio poggiò una mano sulla spalla della vedova Balestri che iniziò a singhiozzare in maniera sempre più concitata.
Le porse un fazzoletto di carta che si era preparato per l’occorrenza.
“Portami un bicchiere d’acqua, Marco”, ordinò poi al collega che si inoltrò nella cucina adiacente alla stanza destinata all’accoglienza degli ospiti. Di fronte alla porta d’ingresso c’era una scala in legno che conduceva alla zona notte della lussuosa villa.
Crema annotò mentalmente quei particolari in attesa del ritorno dell’ispettore Quadrini. Quella del bicchiere d’acqua era una consuetudine che il commissario metteva in atto abitualmente pur ritenendola una “cagata pazzesca”. Era come regalare un bastone da passeggio a uno che aveva entrambe le braccia amputate.
“Avete dei sospetti su chi possa essere stato?”, chiese lei, dopo aver buttato giù un sorso d’acqua.
“Siamo qui proprio per questo. Sa se suo marito aveva in programma qualche appuntamento in particolare? Immagino non sia un momento facile, ma ricostruire i fatti in breve tempo è fondamentale in queste situazioni”.
Sofia fissò per qualche secondo la superficie dell’acqua rimasta nel bicchiere. Stava provando, nonostante quel dolore al centro del petto, a fare mente locale sugli ultimi dialoghi con il suo compagno.
“Non mi pare mi avesse accennato a nulla in particolare. Ci siamo sentiti verso le diciotto e mi ha detto che sarebbe rientrato tardi. Non era poi così raro, anzi...”.
“E non vi siete più sentiti?”, Crema era passato in fretta dalla fase consolatoria a quella interrogatoria.
“No, l’ho chiamato dal Pronto Soccorso una prima volta verso le 21 e 50 per avvertirlo di cosa mi era accaduto, ma non mi ha risposto. Poi ho insistito più volte. Sino a quando non mi ha risposto lei, purtroppo”.
“Ma cosa le è accaduto?”, domandò il poliziotto.
“Nulla di grave, solo un taglio. Me la sono cavata con qualche punto”.
La padrona di casa sollevò la mano incerottata per mostrarla ai due poliziotti.
“Non è riuscita a fermare l’emorragia da sola?”, domandò stupidamente il commissario.
“Ci ho provato, ma poi ho preferito andare in ospedale. Non ho avvertito Gabriele per non farlo preoccupare. Magari se l’avessi fatto sarebbe andato via dal suo studio e...”.
Sofia non riuscì a proseguire e ricominciò a piangere.
“Purtroppo non si può tornare indietro nel tempo, signora Balestri. Lei non ha nessuna colpa”, fu ancora Crema a intervenire mentre Quadrini continuava a non dare segni di vita.
“Avete figli, Sofia?”.
Il commissario pose quella domanda già immaginando una risposta negativa da parte della donna.
Nelle diverse foto presenti in quella stanza, sopra i mobili o appese alle pareti, gli unici due soggetti immortalati erano Sofia e il marito.
“No, commissario. Siamo solo io e lui, anzi eravamo io e lui...”.
Il commissario porse un secondo fazzolettino alla donna.
“Secondo lei c’era qualcuno che poteva avercela con suo marito al punto di arrivare a tanto?”.
Mai domanda fu più scontata.
“Come posso risponderle così su due piedi? Gabriele, con la professione che svolgeva, era spesso al centro di polemiche e questioni legali. Non mi pare però che abbia subito minacce particolari, a parte quelle di routine”.
“Quelle di routine?”, la lingua di Marco finalmente uscì dalla paralisi, permettendogli di inserirsi in quella discussione.
“Amministrava diversi condomìni a Torino e aveva a che fare con inquilini morosi. Qualche volta nelle assemblee ha rischiato di venire alle mani con i più facinorosi”.
Mestiere di merda, pensò, ma non disse il commissario che preferì prodursi in un commento di altro tenore: “Non ci resta che metterci sulle tracce di questi condòmini scontenti se non salta fuori qualcosa di fresco nelle prossime ore”.
“Potreste parlare anche con la sua segretaria, Romina. Solitamente esce alle 18, ma era sempre piuttosto informata sugli appuntamenti di Gabriele”.
“Certo, era una domanda che le avrei fatto. Che lei sappia suo marito conservava in studio anche del denaro contante?”.
Il movente della rapina non poteva ancora essere escluso.
“Lui preferiva ricevere i soldi dai condòmini attraverso assegni o bonifici, ma da quanto ne so io alcuni anziani continuavano imperterriti a pagare le spese o il riscaldamento in contanti. Per maggiori informazioni dovrete chiedere alla segretaria. Io adesso vorrei solo poter vedere il prima possibile mio marito”.
Sofia si alzò di scatto. Aveva ancora gli occhi velati di lacrime, ma stava provando a reagire.
“Certo, i nostri colleghi la accompagneranno in obitorio per il riconoscimento. Dopodiché le consiglio di trascorrere la notte in compagnia di qualcuno...”.
Marco avrebbe voluto offrirsi come volontario per quel compito, ma per fortuna si morse la lingua prima di sfornare una delle sue battute fuori luogo.
“Sentirò Marta, una mia amica. Andrò a dormire da lei. Io e Gabriele non abbiamo praticamente nessuno qui a Torino”.
“Ok, le lascio il mio numero nel caso in cui le venisse in mente qualcosa di importante nelle prossime ore”.
“Va bene, grazie commissario”.
I due poliziotti trascorsero ancora un paio di minuti nel regno di Gabriele e Sofia Balestri. Provarono a consolare con frasi scontate quella donna che faticava ancora a metabolizzare ciò che era accaduto nelle ore precedenti.
Appena Crema e Quadrini furono al di là del muro di cinta della villetta fu il commissario il primo a parlare.
“Che ne pensi?”.
“Gran figa!”, rispose l’ispettore, dilatando le pupille.
“Dell’indagine intendevo, idiota”.
“Non so. Lei mi è parsa scossa e lucida allo stesso tempo. Non capisco se ha un grande autocontrollo o se non gliene fregava più di tanto del marito. Sicuramente era dispiaciuta, ma si è ripresa in fretta”.
“Lo penso anch’io. Hai notato qualcosa in cucina quando sei andato di là a prendere il bicchiere d’acqua?”.
Sergio sapeva che Marco non avrebbe tradito le sue aspettative.
“C’era un pezzo di arrosto da cui erano state tagliate alcune fette e un coltello elettrico con la lama chiazzata di sangue. Si sarà tagliata affettandolo”.
“Probabile. Si è ferita alla mano sinistra e lei è destra. Evidentemente teneva ferma con una mano la carne mentre maneggiava il coltello con l’altra”, aggiunse il commissario. Nei pochi minuti in cui erano rimasti in quella casa avevano raccolto il maggior numero di informazioni utili.
“Elementare Watson”, commentò Quadrini.
“Non le hai staccato nemmeno per un attimo gli occhi di dosso”, fu l’ultima cosa che disse Sergio prima di aprire la portiera e sedersi accanto all’amico.
Marco preferì non replicare.
La sua mente era impegnata a immaginare le diverse posizioni del kamasutra che avrebbe voluto condividere con Sofia Balestri.
Da slogarsi polsi e caviglie.
“Portami a casa, dai”, gli disse il commissario prima di mettere nero su bianco, utilizzando il suo fidato notes, le notizie più significative emerse nel colloquio precedente.
La sua mente aveva trovato finalmente un argomento per tenersi costantemente impegnata e mettere da parte le scorie di un passato che aveva faticato ad accantonare.
13 marzo 1999
Oggi è un giorno da ricordare.
Il tuo primo giorno in piedi per il mondo.
Non credevo ai miei occhi quando ti ho visto sollevarti da terra. Smettere di gattonare, aggrapparti alla gamba della sedia e tirarti su.
Poi, barcollando, sei partito.
Mi sei sembrato un gigante.
Quando ti sei reso conto di cosa avevi fatto, dopo aver compiuto i primi passi, hai sorriso, orgoglioso di te.
Appena hai acquistato un po’ di confidenza con la nuova dimensione ho afferrato subito la videocamera, l’avevo preparata da tempo, e ti ho filmato.
Ti sei gasato e hai detto qualcosa di incomprensibile, simile a un Evviva! O qualcosa del genere.
Raramente ho provato una sensazione simile.
Forse solo dopo il parto, quando per la prima volta la mia pelle ha toccato la tua.
Conserverò gelosamente la videocassetta con questi ricordi. Magari poi la rivedremo insieme.
La data di oggi non la scorderò mai.
Sarà uno dei nostri anniversari, insieme alla caduta del primo dentino o al primo giorno senza il pannolino.
Il 13 marzo...