III
Alle 23.05 di quell’afoso 13 luglio 2017 il commissario arrivò sul luogo del delitto. Il condominio in cui era avvenuto il misfatto si trovava di fronte a un distributore di benzina e il suo portone d’ingresso confinava con la vetrina di un bartavola calda aperto 24 ore su 24.
Ottima circostanza per noi, pensò, ma non disse il poliziotto mentre si avvicinava ai colleghi in divisa che fermavano chiunque cercasse di superare quello sbarramento senza un valido motivo.
“Buonasera commissario”, lo accolse uno degli agenti.
“L’ispettore Quadrini c’è già?”.
“Sì, terzo piano”.
“Ok, grazie”.
I poliziotti si spostarono per permettere alla star della Mobile di raggiungere il set dell’omicidio.
Sergio ebbe la malaugurata idea di farsela a piedi e quando arrivò sul pianerottolo incriminato trovò ad accoglierlo la facile ironia del più fidato tra i suoi colleghi.
“Hai bisogno di un defibrillatore?”.
“Fottiti Marco, cos’è successo?”, domandò Crema per accelerare i tempi.
“Si tratta di un amministratore di condomìni. Gli hanno sparato, probabilmente, mentre era girato di spalle”.
“Da vigliacchi”, commentò il commissario.
“Evidentemente il suo nemico non lo spaventava, almeno in apparenza”, aggiunse l’ispettore.
“Con il lavoro che fa penso potrebbero esserci centinaia di potenziali killer sparsi per Torino. Ci sono già quelli della Scientifica?”.
“Sì, stanno già facendo i rilievi del cazzo, scusa, del caso”.
“Ma era il suo studio?”, domandò Crema indicando la targhetta in ottone posizionata alla destra della porta blindata.
“Sì, certo”.
“Quando pensi sia accaduto?”.
“Non abbiamo certezze, ma almeno un’ora fa. Il cadavere è stato scoperto dal ragazzo del bar. Ha portato su due caffè che Gabriele Balestri aveva ordinato qualche minuto prima”.
“Quindi sarà possibile circoscrivere, indipendentemente dai riscontri del medico legale, l’ora del delitto”.
“In che senso?”, domandò stupidamente Marco.
“L’amministratore deve essere stato ucciso nel periodo di tempo intercorso tra la telefonata e la consegna dei caffè. A meno che non sia stata la sua anima a chiamare il bar. Mi sembra lapalissiano”.
“Certo, certo. Non avevo capito”, replicò Quadrini mentre si dava del coglione per quella esitazione.
“Entriamo?”, domandò finalmente Crema.
“Ok”.
I due poliziotti indossarono guanti e calzari per non inquinare la scena del crimine ed entrarono nell’appartamento.
Si trattava di un bilocale con una piccola sala d’attesa e una stanza più ampia in cui si trovava, ai piedi di una scrivania, il corpo, in posizione prona, di Gabriele. Il commissario si tenne a debita distanza per non ostacolare il lavoro dei colleghi della Scientifica, ma ne approfittò per osservare la “fisionomia” di quella stanza. Poco distante dalla scrivania si erigeva un voluminoso armadietto semiaperto che lasciava intravedere numerosi dossier e un appendiabiti disabitato. Nella parte opposta della stanza c’era una seconda scrivania. A terra si trovava ancora il vassoio con i due caffè rovesciati. Il cameriere, ancora sotto choc, attendeva, nell’altro locale, l’arrivo del magistrato per essere interrogato.
Frammenti di una storia che stava prendendo forma nella mente del commissario.
Sergio stava per dirigersi proprio verso quella stanza quando il telefono della vittima squillò.
“È la moglie. Sarà la quarta volta che chiama”, disse uno degli uomini, vestito in total white, che circondava il cadavere dell’amministratore.
“Rispondo io”, intervenne Crema, pronto ad assumersi quella delicata responsabilità.
Dopo che l’agente lo recuperò dal piano in vetro della scrivania, il cellulare passò di mano in mano sino a raggiungere i paffuti polpastrelli del commissario che lo afferrò
“Pronto?”.
“Gabriele?”, domandò la voce esitando.
“Non sono Gabriele, signora”.
“Cosa ci fa lei con il cellulare di mio marito?”.
“Sta parlando con il commissario Crema, Sergio Crema, della squadra Mobile di Torino”.
“È successo qualcosa a mio marito?”, la donna manifestò, innalzando il tono di voce, tutta la sua preoccupazione.
“Dove si trova signora…”, Sergio si fermò perché non ricordava il cognome della vittima.
“Balestri”, gli suggerì, sottovoce, Quadrini, mentre mimava di imbracciare una balestra.
“...Balestri. Preferirei parlarle di persona”.
“Mi passi mio marito, prima!”, insistette la donna, non rendendosi conto di quale fosse la situazione. Era in atto un chiaro meccanismo di autodifesa.
“Non mi metta in difficoltà, signora. Sarò più chiaro dal vivo”.
“Ok, io sto rientrando a casa. Ho avuto un lieve incidente domestico e sono stata al Pronto Soccorso del Mauriziano. Volevo avvertire mio marito, ma lei mi sta facendo preoccupare”.
“Ci vediamo a casa sua, allora. Mi dica dove abita”.
“In corso Duca d’Aosta 6”.
“Arriviamo subito”.
Appena terminata la conversazione il commissario si rivolse al suo collega sottoponendogli il primo quesito che balenò nella sua mente:
“Ma dove cazzo è corso Duca d’Aosta a Torino?”.
“Boh...”, replicò Quadrini, allargando poi le braccia.
“Andiamo Marco, voglio parlare con la moglie di Balestri a cadavere ancora caldo”.
“Ok, e qui?”.
“Qui ci penserà la Bonamico. Senti Ansaldi e Marini e digli che appena arrivano devono interrogare i vicini della vittima. Dobbiamo muoverci su più fronti”.
L’ispettore non se la sentì di contraddire il suo superiore. Lo conosceva bene e sapeva che era appena entrato in uno stato di trance agonistica in cui considerava le sue parole Vangelo.
I due poliziotti scesero le scale a velocità doppia rispetto alla salita. Quando furono in strada il commissario si guardò intorno nella speranza di incrociare lo sguardo della dottoressa Bonamico, il suo punto debole. Comportamento inutile perché del magistrato non c’era alcuna traccia.
“Sei il solito coglione, Marco”, disse Crema mentre si avvicinavano alla vettura del suo sottoposto.
“Perché?”, domandò “innocentemente” l’ispettore pur sapendo a cosa si riferisse l’amico.
“Quando hai mimato l’atto di impugnare una balestra per farmi capire quale fosse il cognome della vittima per poco non scoppiavo a ridere in faccia alla moglie. Sarebbe stata una figura di merda colossale”.
Il commissario era abituato alle uscite spesso fuori luogo di Quadrini, ma in quell’occasione preferì non infierire. Stava pensando al modo con cui avrebbe dovuto spiegare alla signora Balestri quanto era accaduto. Anche se aveva ormai una lunga esperienza alle spalle, costituiva la parte più difficile del suo mestiere quella di riferire al parente stretto di un morto assassinato dettagli e circostanze di una notizia che avrebbe rivoluzionato l’esistenza di chi aveva di fronte.
Qualche secondo dopo la loro partenza da largo Tirreno arrivò la dottoressa Bonamico.
Le loro traiettorie si erano solo sfiorate. Un attimo prima lei o un attimo dopo lui e si sarebbero visti.
Niente di nuovo sotto il cielo di Torino…