BABBO NATALE-1

2063 Words
BABBO NATALE 1 «Quel piccolo selvaggio è intrattabile», disse Ryan mentre si dibatteva per infilare la manica del pigiama. «È qua da due set­timane e non l’ho visto una sola volta aprire la bocca. Per par­lare, intendo. Per mangiare, mangia eccome. E poi che fa? Se ne sta seduto davanti al camino per tutto il tempo. Mi fa venire i brividi, Lisa, davvero.» La voce di sua moglie lo raggiunse ovattata dalla porta del bagno. «Mi dispiace per oggi, non so proprio cosa gli sia preso. E pensare che mi aveva anche ringraziato per il biscotto.» «Lo so io che gli è preso», esclamò Ryan. Poi, tra sé, aggiun­se: «ha il cervello in fumo, è matto da legare. Dovrebbero rin­chiuderlo, altro che metterlo nelle case civili.» A Lisa non piaceva come lui parlava dei pazzi. Per lei erano menti malate da recuperare e inserire nella società. Ryan però li considerava casi disperati, gente che andava allontanata dalle persone normali perché in mezzo a loro non facevano altro che dare fastidio e creare situazioni imbarazzanti, se non pericolo­se. Più di una volta si era chiesto perché il Governo non avesse imposto di rinchiudere la gente fuori di testa. A che diavolo servivano, che contributo davano alla comunità? Costavano mi­gliaia di dollari all’anno, tra medicinali e dipendenti, e per cosa, poi? Nei migliori dei casi si cagavano addosso, nel peg­giore se ne andavano in giro a spaventare i bambini o a fare danni alle proprietà delle persone per bene. Già. Len, quel maledetto moccioso indiano senza famiglia, era come tutti gli altri: pazzo dalla nascita, punto e basta. E di sicuro lo era già, quella sera. Senza dubbio. Ryan non c’entrava niente né con il fatto che non aprisse bocca né con la sua malat­tia mentale. Dovevano essere stati i suoi genitori, era colpa loro se era venuto al mondo con qualche rotella in meno. Già, lui aveva il cuore in pace, aveva soltanto aiutato la legge. E poi… Il vento soffiò tanto forte che il suo urlo attraversò persino le doppie finestre. Ryan drizzò la testa in tempo per vedere quel dannato ramo dell’albero in giardino strisciare sul vetro. Quante volte si era ripromesso di tagliarlo? Rimase a fissarlo finché non si accorse di trattenere il respiro. Si lasciò cadere sul letto e il mondo tornò ai suoi colori, ai suoi odori. La sveglia di Lisa ricominciò a ticchettare, la voce di sua moglie che canticchiava un motivo natalizio giunse ovat­tata dal bagno. Ryan si passò una mano sul viso. Con gli occhi ancora chiusi grattò la barba sulla guancia sinistra fino a che non fu sicuro di avere smesso di tremare. Tirò un respiro, risucchiò in dentro la pancia, con l’età sempre più prominente, e strinse in vita il legaccio del pigiama. Lo fece con troppa forza, però, e dovette slegarlo e ricominciare da capo. Incrociò le braccia dietro la nuca e contemplò a lungo la porta bianca del bagno. Attraverso il vetro smerigliato, in controluce, vedeva la si­lhouette di sua moglie muoversi dalla vasca al lavabo. Persino da lì poteva sentire l’aroma del bagnoschiuma alla rosa. Il mi­gliore in vendita all’emporio. «Lisa, per quanto ancora dobbiamo tenerci quell’indiano a casa?» La vide sollevare le mani e sciogliersi i capelli, le cui ombre morbide le ricaddero sulle spalle. «Caro, ne abbiamo discusso tante volte. Se riesco a farlo par­lare, il professor Coleman mi darà una promozione. E se lo faccio staccare da quello schifoso pupazzo di legno è ancora meglio. Te l’ho spiegato, ci vuole tempo per queste cose. La psiche di un bambino come Len è turbata.» «Non sono laureato in psicostronzate, ma penso che quel ra­gazzino non si può curare. L’hai guardato negli occhi, oggi? Sembrava posseduto dal diavolo, parola mia! E poi dove ha trovato tutta quella forza per spingere un albero alto tre volte lui?» Mentre parlava, Ryan cacciò di nuovo i piedi fuori dal letto, si alzò e fece i suoi soliti, sempre più faticosi, dieci piegamenti sulle gambe. Maledetto indiano, a momenti li dimenticava. Lisa era bella, intelligente e soprattutto più giovane di sette anni. Per lei i quaranta erano ancora da raggiungere mentre Ryan se li sentiva addosso uno per uno, appiccicosi come una cascata di melassa. Da giovane non sapeva nemmeno cosa fosse il grasso mentre adesso frequentava una palestra per eli­minare la pancia. E tenersi sua moglie. «Se vuoi sapere la mia, è talmente svitato», ansimò tra un esercizio e l’altro, «che spaventerebbe i pazzi nel manicomio del professor Coleman.» E me. Spaventa tantissimo me. Questo però lo tenne per sé. «Istituto di igiene mentale, Ryan, manicomio non si usa più. E non mi piace che chiami i malati a quel modo.» Ryan terminò i piegamenti e si gettò di nuovo sul letto. «Come ti pare, ma i pazzi sono sempre pazzi. E se è un india­no, è anche peggio.» «Non esagerare. Len è solo un bambino, forse un po’ più dif­ficile di altri, ma lo sai che tragedia ha vissuto, no? Io ancora ricordo il fumo. Tu no? Chiunque al suo posto verrebbe su, di­ciamo, chiuso. Va solo recuperato.» Ryan sbuffò. Chiuso. Chiuso era lui quando era bambino, di­cevano i suoi insegnanti. Chiuso era chi stava sulle sue. Quell’indiano era… diverso. «Lisa, quello non si recupera. Non penso che ti faccia bene continuare a perdere tempo con lui. E poi pensa ai nostri figli.» «È un caso molto interessante, caro, non posso lasciarlo. Anzi, sai che pensavo oggi? Che se ci riesco, se riesco a sbloc­carlo intendo, potrei scriverci su un bell’articolo di psicanalisi.» Ryan la sentì sospirare. «La promozione con il professor Coleman e una pubblicazione scientifica. Sarebbe un sogno.» Ryan aprì il cassetto del comodino, tirò fuori le forbicine e spuntò le unghie delle mani. Suo padre gli raccomandava sempre di essere a posto, quando serviva i clienti all’emporio: «Se dai via i tuoi soldi, ti piace che chi li riceve abbia il sorri­so stampato in faccia e le mani pulite.» Ryan sperava che ba­stasse fare del suo meglio con il secondo punto per tirare a campare, visto che per il sorriso ormai c’era poco da fare. Era da due settimane, da quando gli era quasi preso un infarto a vedere Lisa con quel maledetto indiano, che gli venivano fuori smorfie stentate. No, chi voleva prendere per il culo? Il suo umore aveva subito una brusca sterzata già l’inverno precedente. Una sterzata che lo aveva fatto precipitare in un burrone di depressione rabbiosa. Aveva provato di tutto per rilassarsi: caccia, pesca sul ghiac­cio, partite a flipper. Si era persino sforzato di ascoltare uno dei CD new age di Lisa. Risultato? Nei giorni successivi aveva avuto i nervi ancora più tesi. Gli era bastato dare un’occhiata all’indiano perché tutto quello che era successo la notte di un anno prima tornasse a crollargli in testa. Sorridere gli era diventato difficile, mangiare a tavola con quel piccolo bastardo era un continuo sforzo e per­sino dormire era un’impresa, vista la consapevolezza che lui era sotto il suo stesso tetto. Rimise a posto le forbici e passò le dita tra i capelli. Doveva toglierselo dalla testa, rimanere calmo. Era lì, in casa con loro, ma ci sarebbe rimasto soltanto fino a quando Lisa non fosse riuscita a farlo parlare. E ce l’avrebbe fatta, oh sì. A Ryan ba­stava stare al gioco e aspettare. Nel peggiore dei casi si sarebbe trattato di un’altra settimana. Di sicuro il nuovo anno l’indiano lo avrebbe passato all’orfanotrofio, lontano da lui e dai suoi nervi tesi. Scivolò sul lenzuolo e la sua nuca passò dal duro del legno della testata al morbido del cuscino. Chiuse gli occhi e li riaprì soltanto al cigolio della porta del bagno. Rimase a bocca aperta. Lisa indossava un completo intimo rosso, semitrasparente, di quelli che a Ryan piacevano tanto perché, inutile negarlo, le curve di sua moglie erano una benedizione del cielo. Anche dopo due figli, restava una delle donne più belle di tutta White Lake. Ed era sua. Avrebbe ucciso per lei, nessun’altra con cui era stato lo ecci­tava quanto Lisa. Di tradimenti nemmeno a parlarne, Ryan era sempre stato fedele come un dobermann ben addestrato. A parte quella volta. Ma era stata una cosa diversa, una pu­nizione e lui aveva soltanto… Sentì la passione afflosciarsi e si costrinse a scacciare quel ricordo, a buttarlo nel cesso e tirare lo sciacquone della co­scienza. Doveva pensare a sua moglie. La amava, tutto quello che aveva creato, tutta la sua vita, era per lei. Per loro. Si puntellò sul materasso e risollevò la schiena mentre Lisa, inclinata la testa su una spalla, gli sorrideva. «Questo è il tuo regalo di Natale», disse, poggiando mani e ginocchia sul materasso. Socchiuse le palpebre, si leccò le labbra e avanzò felina verso di lui, il seno traboccante da un balconcino che sembrava in procinto di esplodere. Nuovamente eccitato, Ryan l’afferrò per la vita e se la mise a cavalcioni. Con quel gesto liberò la visuale della finestra e l’ombra del ramo che si ostinava a non voler tagliare fece di nuovo capoli­no. Gentile e decisa, Lisa gli passò una mano sulla nuca, tanto da provocargli un nuovo pulsare di eccitamento. Gli fece avvi­cinare il volto al seno e con l’altra mano iniziò ad armeggiare con il laccio dei pantaloni di Ryan. Lui trovò con le labbra il nastro che le legava il corpetto, lo prese tra i denti e tirò indie­tro la testa per slacciarlo. Sollevò le dita per terminare il lavoro, ma Lisa gliele ricacciò indietro, si chinò scivolandogli sulle cosce e, con un’ultima occhiata, si accovacciò tra le sue gambe. Gli afferrò il sesso e dischiuse le labbra. Ryan vide ancora il ramo alla finestra, poi il calore della bocca di Lisa catturò la sua attenzione. La testa bionda fece su e giù una, due volte. Ryan socchiuse gli occhi. Tre, quattro, cinque, più veloce. Un brivido gli salì dalle cosce all’inguine e su alla schiena. C’era qualcosa… qualcosa… Ryan spalancò gli occhi. Il ramo dietro la finestra non poteva essere quello del pino in giardino. Erano stecchi sottili, rigidi e troppo netti per essere naturali. Il ramo nasceva da un fusto allungato, un braccio stretto e lungo agganciato a un busto ingobbito. Ryan assotti­gliò gli occhi, spinse in avanti il collo, il torace. E il membro gli si afflosciò. «Che è successo?» chiese la voce indispettita di sua moglie. Ma lui fissava la finestra. Aveva creduto fosse l’albero? Come poteva un albero avere la forma di un corpo, possedere un volto? E quello? Era un sorriso? Un ghigno che ricordava la luna crescente. Una luna che si dischiuse in due file di denti aguzzi. 2 Len si mise a sedere di soprassalto. Aveva sentito un grido? Spalancò gli occhi nel buio. Cercò la luna ghignante, il volto del vecchio, ma non trovò nessuno dei due. Tastò il materasso fino a che non sentì il suo Babbo Natale di legno. Solo quando lo strinse al petto capì di essere davvero sveglio. Era sudato, aveva le guance incandescenti e la testa gli ronzava come se una mosca gli fosse entrata in un orecchio. Passò la mano destra sulla fronte e un dolore improvviso al palmo lo fece gemere. Poggiò il pupazzo sulle gambe e con le dita toccò il punto che gli doleva, poco sotto l’anulare. Sembrava un taglio, scendeva in obliquo verso il pollice. Non percepì la sensazione umida del sangue, però la ferita era fresca, la crosta morbida. E l’urlo? L’aveva sentito davvero? Riprese il Babbo Natale e cercò di non muoversi, di bloccare anche il respiro. C’era silenzio e, quando il suo stomaco bron­tolò, Len decise che il grido doveva essere una parte del sogno. Suo padre gli diceva sempre che i sogni erano importanti, che bisognava tenerli a mente. Il vecchio, il fuoco e la luna. Sì, li ricordava. Poggiò la testa sul cuscino e se li ripeté: vecchio, fuoco, luna. Stava facendo il bravo. Papà e mamma potevano tornare a prenderlo, no? Aveva appena tirato le coperte fin sotto al naso quando uno strillo di donna lo fece drizzare. Non lo aveva immaginato, questa volta c’era stato davvero. Aprì la bocca e ingoiò due volte aria e saliva. Dal corridoio, in parte soffocata dal tappeto, sentiva provenire l’eco di passi che si allontanavano. Riconobbe il cigolio delle scale. Chi c’era? Stava andando via? Fece scivolare i piedi nudi fuori dalle co­perte e li lasciò penzoloni sul bordo del letto. Gli scricchiolii sulla scala ripresero, questa volta sempre più vicini. Bobby e Jenny? Forse anche loro avevano fatto un brutto sogno. No, decise un momento dopo. Loro corrono veloci o si muo­vono senza fare tutto quel rumore. I passi erano pesanti, come quelli del signor Brown. Ebbe la tentazione di chiamarlo, aprì persino la bocca, ma alla fine ingoiò il suono che gli formicolava in gola. Suo padre gli aveva insegnato a far attenzione ai rumori che una persona faceva. Diceva che ognuno aveva dei suoni propri: un respiro affannato, un’andatura pesante o trascinata. Ecco perché Len non si sforzò di gridare. Chi camminava per casa non era il signor Brown.
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