I passi tornarono, ovattati per via del tappeto in corridoio.
Len prese il suo Babbo Natale per l’unico braccio che gli restava, scese dal letto, si distese per terra e poggiò l’orecchio sul pavimento, con il cuore che batteva tanto forte da rimbombargli nelle orecchie.
Lo sconosciuto si fermò. Era vicino alla sua stanza, ma non proprio di fronte. Doveva essere alla porta della camera di Bobby e Jenny.
3
Jenny batté distrattamente la mano sulla schiena di Bobby e cercò di capire se il grido che aveva sentito c’era stato davvero. Suo fratello, prima di ficcare la testa sotto il suo cuscino, aveva detto di sì e Jenny sarebbe andata a controllare, se avesse potuto. Peccato che fosse bloccata lì.
A lei e Bobby era vietato uscire dalla loro camera la notte, visto che la mamma girava tre volte la chiave prima di andare a letto. Lei e papà dicevano che era per proteggerli, perché non volevano che camminando al buio cadessero e si facessero male.
Jenny però sapeva che la colpa era tutta di Bobby.
Da quanto la mamma lo aveva scoperto a mangiare dolci di notte, aveva fatto installare nell’armadio a muro della loro stanzetta un gabinetto chimico e preso l’abitudine di chiuderli a chiave la sera. Jenny non aveva mai fatto nulla in quel finto bagno, non capiva dove portasse lo scarico e la puzza dello sciacquone – quando Bobby lo usava – le dava la nausea.
Anche in quel momento l’aveva ma non sapeva spiegarsi perché. Le era sembrato di sentire un grido poco prima che Bobby le saltasse sul letto, tremante, e forse il motivo stava proprio nel suo brutto risveglio.
Decise di avvicinarsi alla porta.
Era buio. Lei aveva paura del buio forse più di Bobby, anche se non lo avrebbe mai ammesso, però se avesse acceso una luce e la mamma si fosse accorta che era sveglia si sarebbe infuriata.
Saltò giù dal letto e, con gli occhi abituati all’oscurità, in un attimo fu con l’orecchio appoggiato al legno freddo della porta.
«Ho paura», piagnucolò Bobby, raggiungendola.
«Shh!»
Dei rumori. Qualcuno stava camminando in corridoio.
Jenny indietreggiò quando si accorse che i passi si erano fermati davanti alla loro camera.
«Forse è Babbo Natale», esclamò suo fratello.
Jenny resistette all’impulso di sbirciare dal buco della serratura e tornò a ritroso fino al letto. Sapeva che Babbo Natale non esisteva, ma la mamma le aveva proibito di dirlo a Bobby.
«Non credo», rispose.
Cosa potevano volere mamma o papà a quell’ora? Fingevano che ci fosse Babbo Natale perché avevano dimenticato di dare loro un regalo?
Stava per ordinare al fratello di tornarsene nel suo letto quando la chiave cigolò e girò nella toppa. Una volta.
«Chi è?» chiese Bobby.
Non ci fu risposta, se non il secondo schiocco della serratura.
Jenny sentì la mano umida e grassa di Bobby trovare e stringere la sua. «Avanti, smettila, saranno mamma o papà. O Babbo Natale.»
Scartò la possibilità che fosse Len perché la mamma sprangava anche la porta dell’indiano. E poi Len pesava quanto una bambola: i suoi passi non potevano essere così pesanti.
La chiave girò una terza volta e, mentre Bobby le stritolava le dita, la maniglia si abbassò. La luce fioca e intermittente delle luci natalizie tagliò la stanza, colpendo la libreria e la cesta dei giochi di Bobby.
«Babbo Natale?»
Jenny diede uno strattone alla spalla del fratello. «Stai zitto.»
«Perché?»
«Perché te lo dico io. Stai zitto.»
Intanto, chiunque ci fosse lì dietro, aveva smesso di avanzare.
Jenny spinse Bobby verso il letto e allungò il collo per sbirciare nella fessura. Sentì il naso pizzicare. Era odore di bruciato?
«Mamma? Papà?» Fece una risata nervosa. «Non è divertente. Bobby ha paura.»
La porta si mosse di nuovo, piano, come se a cercare di aprirla fosse un gattino ai primi esperimenti di spinte.
Rabbia e orgoglio aiutarono Jenny a squadrare le spalle, alzare il mento e allungare la mano fino alla maniglia.
«Mamma!» urlò, spalancando la porta.
Ciò che si trovò davanti fu una figura umana, ma non era sua madre né suo padre. Era un uomo alto e talmente magro da sembrare uno scheletro; uno scheletro dal volto nero e i vestiti bianchi e rossi appiccicati addosso. Dita incredibilmente lunghe lasciarono cadere due pacchi regalo a terra e Jenny riconobbe le confezioni in cui erano stati incartati la sua bambola e il pallone da football di Bobby. Alzò di nuovo lo sguardo. Quando vide ciò che lo sconosciuto stringeva nell’altra mano, iniziò a gridare.
4
La chiave girò nella toppa e la porta si aprì, illuminando la camera con i colori delle luci natalizie avvolte al corrimano delle scale.
Erano tornati gli uomini cattivi? Gli stessi che aveva visto nelle fiamme del sogno?
Non appena le pupille di Len si furono abituate alla luminosità, però, il bambino vide una figura magra e curva ferma sull’uscio. Le dita lunghe di una mano erano ancora poggiate sulla maniglia abbassata, quelle dell’altra spiccavano controluce sulla spalla, sulla quale reggevano un sacco.
«Permesso», chiese, roco.
Len scalciò per nascondersi più in fondo.
Gli era già successo, si era già trovato in una situazione simile, anche se lo aveva dimenticato, prima del sogno fatto quella notte. Delle voci lo avevano svegliato, voci agitate, voci cattive. Era sceso dal letto, aveva raggiunto la porta. Sapeva di non doverlo fare, papà gli aveva proibito di uscire, prima di rimboccargli le coperte. Però c’era qualcosa di strano. Si era bloccato dopo aver sfiorato il pomello, quando aveva sentito le urla della mamma. Era tornato indietro, si era infilato sotto il letto e più la mamma gridava, più lui si tappava le orecchie con forza. Era uscito a sbirciare fuori dalla finestra soltanto quando i rumori si erano allontanati. Gli uomini cattivi erano andati via senza notarlo.
Perché l’aveva dimenticato?
«Non ci sono bambini, qui? Babbo Natale va via.»
Era Babbo Natale? Era venuto a restituirgli la sua Famiglia di Legno?
Prese un respiro profondo, un altro, tirò su con il naso e ingoiò la paura. Con i gomiti si spinse fuori e guardò in alto. La figura sulla porta in effetti era vestita di rosso e, anche se Len aveva sempre immaginato Babbo Natale come un uomo con il pancione e la barba bianca, si tirò in piedi e avanzò piano.
Parlare gli costò grande fatica, però aveva aspettato un anno intero che arrivasse quel momento. «C-ci sono…» Mandò giù la saliva, il groppo alla gola si allentò. «… io!»
Babbo Natale si era voltato. La voce di Len lo fece tornare indietro. «Oh. Stavo per andarmene… senza dare i regali a un bravo bambino.» Mosse un passo strascicato e gli rivolse il sorriso. «Perché tu… tu sei stato un bravo bambino?»
Len annuì tre volte, con forza.
«Ho dei regali per te.»
Mentre Babbo Natale si avvicinava, Len, i cui occhi si erano abituati alla luce leggera delle lampadine natalizie, lo guardò meglio. Era proprio diverso dall’idea che aveva di lui e non somigliava nemmeno al pupazzo intagliato da suo padre. Di barba non c’era traccia, così come mancavano il nasone rosso e le guance paffute. Il sorriso invece c’era ed era molto più largo di quello delle immagini di Babbo Natale. Anche se era un sorriso senza labbra, simile a quello di uno squalo del documentario che la signora Brown aveva fatto vedere a lui, Jenny e Bobby.
Non soltanto era alto e magro, ma nemmeno i vestiti erano gonfi e morbidi, anzi sembravano incollati al corpo. A ogni movimento, a ogni passo, la stoffa si tendeva e allentava. Era secca e rugosa.
E puzzava.
Fino a quando Babbo Natale era rimasto sull’uscio, Len non aveva capito che odore emanasse, ma adesso lo riconobbe con la stessa certezza con cui avrebbe riconosciuto quello di un biscotto alla cannella: puzza di bruciato.
Len ebbe la tentazione di scappare, eppure non lo fece. Nemmeno quando Babbo Natale gli arrivò davanti, accompagnato da una sinfonia di scricchiolii di ossa e giunture. All’inizio Len aveva pensato che tenesse la testa bassa per guardarlo meglio; adesso si accorse che era costretto in quella posizione da una gobba stretta. E le mani… Len non sapeva ancora contare bene, ma fino a dieci era capace ed era sicuro che in ogni mano di Babbo Natale ci fossero sei dita. Le due centrali erano più lunghe delle altre e anche più schiacciate. Somigliavano alle forbici.
«S-sei davvero B-Babbo Natale?»
Lui annuì. «Pensavi che fossi un mostro?» Allargò la bocca senza labbra e snudò un sorriso fatto da denti scintillanti.
«I m-mostri n-non esistono», si sforzò di rispondere Len.
Il volto nero di Babbo Natale non cambiò espressione, eppure la voce si abbassò e a Len parve si stesse sforzando di parlare, proprio come capitava a lui quando la lingua gli si incollava al palato.
«Purtroppo esistono», riuscì a dire.
Si guardarono a lungo, occhi scuri in occhi scuri, fino a quando Babbo Natale non si chinò per posare a terra il sacco che teneva sulla spalla. Aprì la tela e tirò fuori delle scatole, tutte con un grosso fiocco colorato in cima. Le depose ai piedi del letto e li indicò. «I tuoi regali.»
Len non si mosse fino a quando Babbo Natale non si fu fatto indietro. Solo allora si chinò sui pacchi. Li contò sollevando le dita di una mano. Erano quattro doni, due confezioni grandi e due piccole.
Gli si inginocchiò di fronte e li fissò a lungo. Non potevano contenere la sua Famiglia di Legno, ma Babbo Natale esaudiva i desideri, giusto? Forse c’era una mappa per poterli raggiungere.
Quella speranza si scontrò con le immagini che aveva visto nel fuoco, con i ricordi che si erano risvegliati in lui.
Mamma e papà erano morti?
Len si fece coraggio, quello era stato solo un sogno, dopotutto.
Però il taglio sulla mano era rimasto. Se c’era quello, voleva dire che la sua Famiglia di Legno non c’era più?
Sollevò lo sguardo su Babbo Natale. Voleva piangere.
«Forza», disse lui, incitandolo con una delle mani mostruose.
Len deglutì e scelse la confezione più grande, chiusa da un fiocco rosso. Provò a sollevarla, ma era pesante e lui con una mano reggeva il pupazzo di legno. Per di più l’esterno era viscido. Decise allora di togliere il coperchio. Venne via facilmente, come se qualcosa all’interno del pacco lo tenesse sollevato. Nella penombra, però, Len non poteva vedere cosa ci fosse dentro, allora infilò le mani e tastò. Per prima cosa sentì un oggetto rigido. Lo prese e alla luce intermittente delle luci riconobbe il braccio spezzato del suo Babbo Natale.
Sorrise. Almeno adesso era di nuovo tutto insieme, anche se spezzato.
Sistemò l’arto di legno nell’incavo tra le proprie gambe incrociate e riprese a tastare nella scatola. Toccò qualcosa di morbido, sferico, tiepido.
Len afferrò una massa di peli, tirò e…
La testa mozzata della signora Brown gli rivolse occhi e bocca spalancati.
Rimasero a guardarsi, o meglio Len rimase a fissare Lisa Brown finché con un grido non la gettò via. Con mani e piedi scalciò fino al letto e iniziò a strisciarvi sotto.
Babbo Natale prese a ridere; una risata che a stento si distingueva dalla tosse. «Cosa c’è? I tuoi regali non ti piacciono?»
Usò le dita più lunghe per tagliare i nastri degli altri tre pacchi. Una a una, estrasse altrettante teste e le lanciò di fronte a Len.
Il signor Brown. Jenny. Bobby.
Con un’ultima risata, Babbo Natale uscì dalla stanza, lasciandosi dietro le luci che brillavano sui volti sfigurati della famiglia Brown.
Len rimase immobile fino al pomeriggio seguente, quando lo sceriffo e il suo assistente lo trovarono.
Le teste lo circondavano in un macabro raduno.