FUNERALE
«Alzatevi e preghiamo per i nostri fratelli.»
Nonostante il dolore alla schiena, lo sceriffo Ben Clark fu uno dei primi a mettersi in piedi. Si fece il segno della croce con la destra e chinò il capo. L’odore di incenso appestava la chiesa cattolica di White Lake peggio della puzza di un topo morto in un bidone dell’immondizia.
«Ascolta, o Signore, la voce dei tuoi figli. Ti preghiamo, invochiamo la Tua pietà per le anime di Ryan, Lisa, Jenny e Bobby, che Tu hai chiamato a te da questa Terra.»
Ben risollevò la testa con un piacevole scricchiolio del collo. I suoi occhi incontrarono quelli acquosi di Jack che, due file davanti a lui, non faceva altro che voltarsi. Una cosa che Ben ricordava di suo padre, oltre le botte che gli dava ogni volta che faceva qualcosa di cattivo, era una frase: «Ben, non fidarti mai degli uomini con gli occhi acquosi, sono i discendenti di Giuda.»
Distolse lo sguardo e tornò sul prete, che affumicava le bare con l’incenso dopo averle bagnate – loro e tutti quelli in prima fila – di acqua santa.
«Il Sangue Prezioso di Gesù Cristo, che io Ti offro in questo Santo Sacrificio, purifichi le anime dei Tuoi figli da ogni macchia. E per la Tua infinita misericordia degnali e concedigli refrigerio e pace, ammettile nel consorzio dei Santi, introducile nella beatitudine eterna, nello splendore della Divina Tua luce.» Il prete mandò in avanti un’ultima zaffata di incenso e si inerpicò di nuovo sull’altare. «L’eterno riposo dona loro, o Signore, e risplenda a essi la luce perpetua. Riposino in pace. Amen.»
«Amen», borbottò Ben, insieme a tutti gli altri.
«Adesso preghiamo in silenzio, fratelli. Porgiamo i nostri ultimi pensieri a queste povere anime in cerca di pace.»
Ti prenderò, brutto stronzo, fu la preghiera di Ben. Se la ripeté tre volte prima di alzare la testa e incontrare di nuovo la faccia pietosa di Jack. Guarda avanti, coglione.
Il prete interruppe il silenzio. «Grazie per i vostri pensieri, fratelli. Chi di voi volesse dare un ultimo saluto ai nostri concittadini, amici e fratelli», indicò le quattro bare di fronte a lui, ai piedi dell’altare, «può, con ordine, passare qui davanti.»
Una fila composta e silenziosa si creò spontanea. Ben si unì al fiume lento, ma prima aspettò che Jack prendesse posto. Non voleva che quell’idiota si avvicinasse a lui davanti a tutta quella gente.
I gesti al cospetto delle bare furono veloci: c’era chi calava la testa, chi si baciava le punte delle dita e sfiorava la cassa, chi donava un fiore che si andava a perdere tra quelli che soffocavano già le casse.
Quando toccò a Ben, i suoi occhi si fermarono sul legno di noce senza vederlo. Lui sapeva che lì dentro c’erano soltanto le teste dei Brown, attaccate a delle specie di manichini. Ci aveva pensato Kyle, gli ebrei erano bravi a conciare i morti come se stessero andando a un matrimonio e non al loro funerale.
Per quanto potessero essere bene agghindate, però, Ben sapeva che aspetto avevano davvero, visto che era stato lui a trovarle ai piedi del ragazzino indiano. Erano sfigurate, gli occhi gonfi e sgranati, le lingue penzolanti da bocche aperte, distorte e sporche di sangue.
Dopo il ritrovamento si era ubriacato a dovere, ma nemmeno in quel modo era riuscito a togliersi dalla mente la scena. Di quella notte ricordava soltanto la nausea e i due o tre ceffoni che aveva piantato a sua moglie. Era da tanto che non lo faceva e non sapeva nemmeno perché avesse deciso di ricominciare.
Guardò la bara di Ryan Brown fino a quando un uomo in fila dietro di lui non tossì. Solo allora Ben si accorse di avere gli occhi secchi. Batté le palpebre e poggiò una mano sul coperchio. «Lo becco lo stronzo, Ryan, stai tranquillo», disse tra i denti. «Lo becco e lo faccio a pezzi molto piccoli. Nemmeno Kyle saprà da dove iniziare per rimetterlo insieme.» Le dita si chiusero in un pugno. «Te lo prometto.»
Con un ultimo sguardo, rese omaggio a Lisa. Era una donna bellissima, maledizione a lei. Andavano al lago insieme, quando erano giovani, e non c’era giorno in cui, vedendola in costume, non gli passassero per la testa pensieri inequivocabili. A quei tempi se non avesse avuto una moglie attaccata al culo e se lei non fosse stata la sposina di Ryan, Ben avrebbe fatto valere la sua fama da playboy guadagnata al college. Ogni tanto, nelle rare occasioni in cui si incontravano, ci pensava: magari si era stancata di Ryan e prima o poi avrebbe avuto la sua chance con lei.
Ma ora era morta.
Lisa, o quel che ne rimaneva, era ridotta a una bambola di pezza per colpa di un bastardo psicopatico che aveva per di più seppellito il suo bel corpo chissà in quale buco di culo.
Camminò davanti alle piccole bare di Jenny e Bobby.
Li aveva visti crescere. Bobby gli diceva sempre che da grande avrebbe voluto fare il poliziotto, per sparare agli uomini cattivi. Non avrebbe mai realizzato il suo sogno.
E poi c’era Jenny. Con lei, quell’inverno, se n’era andato uno dei pochi raggi di sole di White Lake. Sarebbe diventata un gran pezzo di donna, come sua madre.
E invece…
Ben chinò la testa con un grugnito e si diresse verso l’uscita, chiuso in un silenzio irritato. L’odore di incenso gli aveva messo una nausea difficile da tenere a bada senza un goccetto di whisky. Già se lo sentiva scorrere in gola.
«Sceriffo.»
A Ben non servì voltarsi. Dall’intonazione pietosa capì che si trattava di un Jack diverso da quello che voleva.
«Che vuoi?»
Jack Elliot arrancò sulla neve fino a raggiungerlo con passi goffi. Rimasero lì, in piedi l’uno accanto all’altro a contare i respiri che si condensavano. Alla fine Jack sembrò decidersi a usare il fiato altrimenti. «Sceriffo, io… io ho paura.»
Ben lo guardò dall’alto come un insegnante osserva un alunno preoccupato della fame nel mondo. «E di cosa?»
Gli occhi scesero a leccargli le scarpe. «Lo sai.» Abbassò il tono. «Quella sera…»
Ben sollevò la mano, grossa quanto un guantone da baseball, e gliela piantò sulla spalla con tale pesantezza che il piede destro di Jack affossò nella neve. «Capisco la tua paura come cittadino di White Lake. Non è facile vivere come se nulla fosse, dopo un evento terribile come questo. Siamo tutti scossi.» Abbozzò un sorriso con poca simpatia e molta minaccia velata. «La polizia e lo sceriffo, qui davanti a te, stanno già seguendo molte piste. Quanto è vero che White Lake ha un lago, io lo trovo il pazzo che ha fatto questo macello. Ci siamo capiti?»
«Sì, sì, ma il suicidio di Sam, la morte di Ryan, di Lisa, dei bambini, e poi il corpo dell’indiano sparito nel nulla…»
La mano di Ben si chiuse con forza sulla spalla di Jack. Prese più stoffa che carne, ma fu sufficiente a bloccare quella tiritera. «Ho detto che lo troverò, devi stare tranquillo. Adesso ci siamo capiti?»
Jack annuì con una smorfia di dolore.
«Ora ascolta il mio consiglio: vattene a casa e prenditi uno o due giorni di vacanza dall’orfanotrofio. Ti infili nella tua bella cantina e ti dedichi a quel simpatico plastico della nostra linea ferroviaria.»
«Sì, ho capito, Ben. Va bene.» Jack gli diede le spalle e si allontanò.
Col cazzo che aveva capito. La camminata incerta e le spalle curve gridavano quanto si stesse cagando addosso.
Lo sceriffo scosse il capo e spinse indietro i capelli biondi prima di infilare il cappello.
Era davvero un casino. Un casino bello grosso. Il suicidio di Sam era stato un brutto colpo. White Lake non era un posto dove succedevano disgrazie del genere. L’incendio dell’anno prima a casa degli indiani era stato accettato come casualità, ma trovare una motivazione al perché il cervello del rispettabile Sam Jafferson fosse andato a spalmarsi sulle piastrelle della sua cucina non era stato affatto facile.
Perché spararsi un colpo di fucile in faccia? si erano chiesti gli abitanti di White Lake.
Depressione, aveva risposto Ben.
Per avallare la sua tesi, aveva raccontato che nell’ultimo periodo Sam parlava di strani sogni che non lo lasciavano dormire. Non era una menzogna: Sam aveva raccontato a molti di un vecchio indiano che lo perseguitava ogni volta che chiudeva gli occhi. Era sempre stato un debole, non c’era da stupirsi se alla fine la sua testa aveva ceduto.
In tutti i sensi.
E adesso a Ben toccava dare una spiegazione alla mattanza dei Brown. Be’, questa volta era facile: un fottuto psicopatico amico degli indiani. Ecco perché aveva risparmiato il piccolo muso rosso.
Strizzò gli occhi con le dita. Malgrado non fosse uno degli inverni più rigidi di White Lake, sentiva le ossa ghiacciate, come se il freddo non lo attaccasse da fuori, ma da dentro.
«Sceriffo, ho delle novità.»
Ben sollevò lo sguardo sul vice sceriffo Carson che gli veniva incontro con un braccio alzato. Con lui alle costole fece strada verso il pick-up d’ordinanza.
«Ti ascolto.»
Il vice rallentò per saltare una montagnola di neve e gli fu di nuovo vicino, abbastanza perché il suo sussurro gli arrivasse alle orecchie.
«Ci sono buone possibilità che questa notte la tomba sia stata profanata. Lo strato di neve è molto sottile. A naso direi che è stato un lavoro fatto prima della mattinata.»
«E la tomba della donna?»
«Intatta.»
«Hai controllato se il corpo è lì sotto?»
«No, non me la sono sentita di violare una bara senza un motivo ben preciso.»
Carson aveva arricciato il naso. Era un segno di disaccordo che Ben aveva imparato a conoscere. E a scardinare.
«Il motivo ben preciso è che dobbiamo essere sicuri delle mosse del pazzo», spiegò infatti.
Si fermò per accendersi una sigaretta. La tirò fuori dal pacchetto con un movimento del polso, prese il filtro tra le labbra e mentre aspirava coprì la fiamma con la mano. Tirò una boccata. La prima era sempre la migliore, soprattutto se di fronte c’era una persona che aveva smesso da poco. Guardò il suo vice e lo vide sforzarsi di sollevare lo sguardo dalle sue labbra agli occhi.
«Forse non hai capito: è un ordine dello sceriffo.»
«Sissignore», rispose meccanicamente Carson.
Avevano raggiunto il pick-up. Ben passò il dorso della chiave sulla maniglia per liberarla dalla neve. Un gesto automatico che faceva sempre: odiava bagnarsi i guanti. Carson gli era ancora dietro, come un cucciolo che aspetta il biscotto dopo averti portato le pantofole.
Ben si voltò a guardarlo. «Quindi da quello che sappiamo lo stronzo ha ammazzato i Brown, ha fatto sparire i loro corpi seppellendoli chissà dove, ci ha lasciato le teste e poi ha dissotterrato anche l’indiano?»
«Mi sembra un po’ troppo per un solo uomo. Penso che fossero almeno due, se non tre. Forse un’intera squadra di pazzi.»
Ben grugnì. «No. Li conosco quei bastardi musi rossi, fanno tutto da soli.»
Si vendicano da soli, pensò.
«Perché è convinto che sia stato un indiano?»
«Perché ha ammazzato l’intera famiglia Brown e lasciato in vita il moccioso.»
In realtà i motivi per cui Ben era certo che di mezzo ci fosse un indiano erano altri. Motivi che il vice sceriffo non avrebbe mai dovuto sapere.
Tuttavia la logica era innegabile e Carson annuì. «È senza dubbio una pista da seguire.»
«È l’unica che abbiamo per adesso», lo corresse Ben. «Ora mettiamoci a lavoro e cerchiamo di trovare sia il bastardo psicopatico che i corpi di quei poveracci. Con il nostro Charles Manson con le piume in testa ho una questione personale da risolvere. A quattrocchi.»
SECONDA PARTE