L’EXCEPTOR
1
Una voce gracchiò attraverso la griglia metallica del citofono. «Prego?»
La luce rossa della telecamera si accese e l’obiettivo lo centrò in volto.
«Sono Michelangelo Bonomi, l’Exceptor. Ho un appuntamento con…»
Il cancello venne aperto prima che terminasse la frase. Meglio così, fiato risparmiato.
Spostò la valigetta scura dalla mano destra alla sinistra ed entrò nella tenuta di Mister Mayer.
Pochi passi fuori dall’automobile e già dovette stringersi nel cappotto. L’aria fredda e umida non era salubre, soprattutto per un italiano poco abituato al dicembre irlandese. Il sole era soltanto un alone oltre le nuvole gonfie di neve, come una macchia di limonata su una camicia grigia. Il vento peggiorava il tutto, avvicinando Michelangelo a un importuno raffreddore che lo avrebbe accompagnato per settimane. Doveva riconoscere, però, che il parco della villa era splendido, ben curato e, cosa che lo sorprese, elegante. Il vialetto di ciottoli tagliava un prato di trifogli, abbellito da cespugli e aiuole geometriche. In lontananza svettavano boschetti di sempreverdi, disposti attorno a panchine e sculture di gusto neoclassico.
Michelangelo stava guardando quello che sembrava l’ingresso a un enorme – e certamente costoso – labirinto vegetale quando una macchina elettrica da golf lo raggiunse. L’uomo al volante, in completo blu con tanto di papillon e capelli laccati indietro, gli frenò accanto, scese e si piazzò di fianco al sedile del passeggero. Peccato che la golf cart non disponesse di portiere, altrimenti quel gesto avrebbe potuto persino avere un senso.
Gli indicò il mezzo con un breve inchino. «Signor Bonomi, prego», disse in un perfetto inglese.
«Grazie», rispose Michelangelo prima di salire.
Il viaggio fu breve, il veicolo correva sui ciottoli lasciando il segno delle ruote. Michelangelo era sicuro che presto qualcuno sarebbe passato a risistemare le pietre. Una a una, se fosse stato necessario. Di certo non era una spesa impensabile, visto il lusso dell’edificio davanti al quale arrivarono.
La casa, così come le costruzioni che c’erano attorno, era in stile palladiano, a imitazione delle ville venete del Cinquecento. Almeno in origine. Probabilmente era a causa del restauro moderno, notò Michelangelo, se le ali laterali erano state integrate all’edificio centrale e se i due piani e mansarda di quest’ultimo erano stati uniformati, in modo da rendere ancora più immenso e lussuoso il fabbricato. Ai lati, però, si intravedeva ancora la barchessa.
Michelangelo stava facendo a occhio e croce il conto delle camere – più di trenta – quando la golf cart si fermò e lui poté avviarsi verso i gradini del portico. La struttura da sola valeva una fortuna, con le sue colonne restaurate, lo stucco impreziosito da richiami dorati e il portone a doppia anta. Stavolta il prezzo per i suoi servigi sarebbe stato alto, decise Michelangelo mentre la porta si apriva dinnanzi a lui.
La prima cosa che apparve fu un naso aquilino sotto al quale spuntavano dei baffi arricciati, bianchissimi come il pizzetto sul mento un po’ sporgente.
L’uomo alla porta, un tipetto basso e con un accenno di gobba, gli tese la mano. «David Mayer. La aspettavo.»
Michelangelo gli strinse le dita contratte dall’artrite. «Sono…»
«So chi è.»
Per la seconda volta era stato interrotto mentre si presentava. Storse le labbra. David Mayer poteva anche essere un miliardario, ma lui non era lì per riparargli le tubature.
Ritirò la mano e rimase impettito sulla soglia.
«Mi segua, per piacere.»
Mayer attese che Michelangelo entrasse prima di chiudergli la porta alle spalle e fare strada.
La luce che filtrava dalle finestre accanto all’ingresso, una grande sopra e due piccole ai lati, inondava l’ingresso. Il colore scuro delle pareti, però, sembrava ingurgitare la luminosità già scarsa della giornata, tanto che il lampadario di cristallo era acceso.
Michelangelo andò dietro a Mayer lungo una navata chiusa da due file di pilastri decorativi, quattro per lato e abbelliti da elementi naturali stilizzati. In fondo alla sala, due rampe di scale dal corrimano dorato salivano fino a un pianerottolo, oltre il quale si riunivano al piano superiore.
Proprio una villa da poveracci.
Mayer si avventurò sui gradini, in una scalata che Michelangelo trovò di una lentezza estenuante. Una volta giunti di sopra, entrarono nella camera di fronte a loro, un salottino. Un quadro di famiglia – marito in piedi, moglie seduta e bambini impettiti accanto a lei – troneggiava sul camino. Michelangelo non impiegò molto a riconoscere nell’uomo le fattezze svecchiate del padrone di casa.
«Ho avuto anch’io trent’anni, sa?» disse Mister Mayer.
Michelangelo distolse l’attenzione dal quadro e si accomodò su una poltrona di capitonné. «Siamo stati tutti giovani e secondo alcuni lo resteremo per l’eternità», commentò.
Il padrone di casa lo soppesò per un lungo momento e, quando prese a parlare, il suo sopracciglio era ancora sollevato in un incerto arco acuto. «Il suo inglese è ottimo, Mister Bonomi.»
«La ringrazio, ho vissuto in Inghilterra per alcuni anni.»
«Gradisce qualcosa da bere?»
Michelangelo declinò sollevando una mano.
Il sorriso cortese di Mayer si affievolì mentre sedeva, fino a che le labbra non divennero una linea pallida. Intrecciò le dita sul ginocchio accavallato. «L’aspettavo con impazienza. Questa situazione non può più andare avanti e vorrei sapere come intende risolvere il mio problema. Sappia, però, che anche se sembro vecchio non sono né uno stupido né un credulone. Niente riti religiosi, sedute spiritiche o marchingegni pseudo scientifici.»
«Mister Mayer, vorrei essere chiaro fin dal principio: il mio compito non è di cancellare, scacciare o eliminare quelli che lei chiama fastidi.»
Prima di accettare il lavoro, Michelangelo si era documentato sul miliardario. Le sue origini erano scozzesi e purtroppo il rapporto tra gli scozzesi e il sovrannaturale non era mai stato idilliaco. Si sospettava di una kelpie sul fondo del lago? Il tipico scozzese avrebbe prosciugato il lago in questione pur di catturare lo spirito d’acqua ed eliminarlo.
«Mi comprenda, non sono esperto dell’argomento», diceva intanto Mayer. «Solo film e romanzi, tutt’al più qualche storia di un amico un po’ fuori di testa.»
«Dimentichi film e romanzi, e anche le storie che circolano: sono per lo più frutto di fantasie infantili.» Michelangelo poggiò le mani sui braccioli e appoggiò la schiena. «Quasi ogni uomo o donna nella vita crede di aver visto, sentito o addirittura interagito con fantasmi, ombre o demoni. Ma mi creda: nella stragrande maggioranza questi contatti sono solo il frutto di un momento di stress o di semplice suggestione.»
«Sono d’accordo», convenne Mayer. «Altro che spiriti. Un paio di sedute dallo psichiatra e passa tutto.»
«Stavolta mi permetto di dissentire. Personalmente credo che la psicoanalisi sia una scienza non troppo lontana dalla rabdomanzia. Ho detto quasi ogni uomo e donna. Alcune storie, Mister Mayer, sono vere, e alla base hanno un contrasto tra…» Si interruppe per far roteare l’indice. «Ma sto parlando troppo. Prima di annoiarla con i miei discorsi, la prego di spiegarmi il problema.»
«Le dispiace se mi verso un drink?»
Michelangelo scosse la testa. Mayer abbassò il volto come se si vergognasse. Si mosse verso una cristalliera olandese color noce. Aprì la vetrina e prese una bottiglia di Macallan e due bicchieri di cristallo.
Whisky a quell’ora della mattina?
«Ne vuole? Invecchiato trent’anni.»
Per la seconda volta Michelangelo sollevò la mano destra per rifiutare e Mayer versò due dita di liquore in un solo bicchiere.
Bevve d’un sorso e riprese con la voce roca dell’alcol. «Da dove cominciare? Sì, ecco. Tutto è iniziato quando ho deciso di ristrutturare la villa. L’ho comprata circa cinque anni fa, un vero affare, ma non credo che le interessino i particolari economici.» Si interruppe per versare altre due dita di whisky. «Come dicevo, la villa era bella anche allora, ma trascurata. L’ultimo erede e proprietario vive in Australia da quarant’anni e a tornare in Irlanda non ci pensava proprio. Così, all’epoca, decisi di investire un po’ di soldi per restituire alla tenuta la magnificenza di un tempo.» Bevve, poi sollevò il bicchiere e lo mosse attorno a sé. «La guardi, non è splendida? Trentotto camere, due cucine, cinque soggiorni, due piscine, una interna, l’altra esterna. Ho tirato anche su delle stalle e rimesso in funzione i vecchi pollai. Posseggo mucche, capre e galline. Un piccolo sostentamento personale. Sa, con le notizie allarmanti che si sentono oggi sugli allevamenti, voglio sempre sapere cosa metto nello stomaco.» Appoggiò la schiena alla poltrona, squadrò le spalle e rizzò il collo. «Questa villa è un regalo che mi sono fatto per la pensione. Mi creda, vale ogni soldo speso. E ogni goccia del mio sudore.»
Visto il lusso, considerò Michelangelo, dalla fronte doveva aver sudato tutto il Mediterraneo. «Il problema?»
Mayer sospirò. «L’ho fatta chiamare per dei fatti che sono iniziati circa quattro mesi fa. Qualcosa disturba il mio quieto vivere e voglio che smetta.»
«Potrebbe essere più specifico riguardo a questo qualcosa? Esistono tanti tipi di qualcosa nel mio mestiere. Molti più di quelli che può immaginare.»
Mayer scosse il capo e tornò a sedere sulla poltrona. Rimase impettito, eppure a Michelangelo sembrò che stesse trattenendosi dall’abbassare il volto sulle mani e rimanere lì, in posizione fetale.
«Mi sento uno stupido, Mister Bonomi, a parlare di cose simili. Insomma, ho due lauree in economia a Oxford e nemmeno da bambino ho mai creduto a simili sciocchezze.»
«Le lauree e lo scetticismo non sono armi efficaci contro l’ignoto.»
«Già, ha ragione. E del resto lei è venuto dall’Italia per risolvere la situazione.»
«Chiamata d’urgenza, con un jet privato», specificò Michelangelo.
«Jet privato il cui biglietto verrà rimborsato dalla mia società, non si preoccupi.»
Non c’erano dubbi che un uomo come Mayer conoscesse l’importanza del denaro. Ottimo. Nella vita c’erano due tipi di persone con cui Michelangelo si trovava bene a intavolare un discorso: gli amanti delle materie umanistiche e i seguaci del Dio Denaro.
Sorrise e accennò un inchino con il capo. «Andiamo avanti, allora. Mi dica di queste stranezze.»
«All’inizio sono state solo porte e finestre che sbattevano senza che ci fosse un filo di vento. Sciocchezze, nessuno vi ha prestato attenzione. Poi le cameriere hanno iniziato a trovare oggetti rotti. Piccole porcellane, ninnoli dal valore più affettivo che reale. Spesso nei bagni del piano terra i rubinetti si aprivano da soli.»
«I rubinetti sono a monocomando?»
«Sì. Si aprono e si chiudono alzando e abbassando la leva. Come fa a saperlo?»
«Vada avanti, l’ascolto.»
«Dicevo, avrei pensato alle marachelle di qualche ragazzino, se non fosse che i miei figli sono grandi, i miei nipoti vivono in America, e ai bambini del personale è vietato entrare in casa. I miei dipendenti abitano in un complesso apposito poco distante.»
Come se in questa specie di castello non ci fosse abbastanza spazio.
«Ho pensato fossero sciocchezze ma più ignoravo queste…»
«Chiamiamole Contrazioni», gli venne incontro Michelangelo.
«Contrazioni?» Mayer aggrottò le sopracciglia. «E sia, Contrazioni. Più le ignoravo più diventavano violente. I camini si accendevano da soli, in cucina coltelli e stoviglie cadevano a terra dai loro scaffali. Se vuole ho delle fotografie e persino dei video.»
Fece per alzarsi, ma Michelangelo lo fermò. «Non è necessario, continui.»
Mayer rimase per un lungo momento sospeso sulla poltrona, retto dalle braccia. Poi tornò a sedere con un lungo sospiro. «E a volte mi è capitato di entrare in alcune stanze e… non riconoscerle.»
Michelangelo appoggiò i gomiti sui braccioli e intrecciò le dita. «In che senso?»
«Come posso spiegarglielo?» Mayer aprì la bocca e la richiuse. Prese a massaggiarsi le tempie. «È tutto così folle.»
«Ci provi con parole sue. Non sono qui per giudicarla, ma per aiutarla.»
La mano di Mayer, scesa ad asciugare un occhio tremulo, tornò a intrecciarsi con l’altra. «Al primo piano ho una bella sala da pranzo con tanto di lampadario vittoriano.» Abbassò lo sguardo. «Un giorno sono entrato nella stanza per organizzare i posti per una cena imminente e la camera era vuota, buia, con oggetti non miei.» Fece una pausa. «Le posso dire che non sono il solo ad averla vista, con me c’era un inserviente che è andato via il giorno stesso.» Mayer adesso tremava visibilmente. «Riesce a credermi?»
«Certo. Vada pure avanti.»
«Mister Bonomi, sono sicuro che avrà capito cosa è successo dopo tutti questi eventi. I domestici si sono convinti che la villa fosse maledetta. Alcuni si sono persino licenziati. Che potevo fare? A quelli che sono rimasti ho ordinato di non parlare più di simili sciocchezze e ho sperato che bastasse. Purtroppo, invece di migliorare, la situazione è peggiorata. Sono iniziati i rumori.»
«Rumori o voci?»
«Sussurri. O urla furiose. Sa, dopo la morte di mia moglie pensavo di aver perso la fede. In queste ultime settimane l’ho ritrovata.»
«E questi bisbigli e queste grida dicevano qualcosa di comprensibile? Oppure erano soltanto suoni?»
«Anche se fossero stati solo suoni, sarebbero stati sufficienti. Purtroppo no. Bestie… Odio le bestie. Sporchi animali nella mia terra. Ecco cosa dice la voce.»
Michelangelo cambiò posizione, accavallando la gamba sinistra sulla destra. Il quadro era sempre più chiaro. «Si sarà rivolto ad altri prima di me, suppongo.»
Era sempre così: quando uno scettico entrava in contatto con una Contrazione dello Strato, se non era capace di ignorarla o distruggerla con le proprie forze iniziava a sprecare soldi con ciarlatani.
E infatti Mayer annuì. «Un rabbino. È venuto, ha recitato delle preghiere e mi ha assicurato che tutto era risolto, che il male era scacciato. Invece le cose sono peggiorate: due domestici sono caduti dalle scale per le quali siamo saliti poco fa e sono finiti in ospedale con una gamba rotta e una spalla lussata.» Si sporse verso Michelangelo. «Hanno giurato di essere stati spinti e si sono rifiutati di tornare in questa casa, nemmeno dopo la mia offerta di rimpinguare la loro busta paga. Ed è un peccato: avevano delle credenziali ottime. Sa, io non offro denaro a chi non…»