«Che cosa stai...» Mi ero bloccata prima di ripetere la domanda. «No, non rispondere.»
Grant era rotolato via da lei ma non era venuto verso di me. Non aveva fatto alcuno sforzo per consolarmi, né aveva cercato scuse, non che avrebbe fatto alcuna differenza.
«Vai a fare in culo» avevo sibilato.
«È complicato» aveva detto Grant a quel punto, la stessa strana calma di prima nella voce.
«No, invece è semplice» avevo replicato. «Sei lo stronzo più patetico che io abbia mai incontrato.»
Avevo fatto dietrofront ed ero fuggita. Grant non mi aveva chiamato e io non mi ero voltata indietro.
Allora non lo sapevo, ma quel giorno aveva segnato l’inizio di una valanga di tristezza nella mia vita.
«Vuoi andare al mare dopo che abbiamo recuperato il telefono?» chiede Presley, strappandomi ai ricordi e captando in qualche modo la mia voglia di spiaggia. «Potremmo passare lì il pomeriggio, sarebbe divertente.»
Faccio spallucce invece di risponderle, e la spallina del top magenta scivola giù. Il sole mi scalda e mi ritrovo a sporgermi di più verso la sua luce. Qualcosa nel modo in cui il sole riesce a farmi stare meglio, come ha sempre fatto da quando ero bambina e mi stendevo sul poggio dietro casa a leggere riviste, mi porta a rendermi conto di una cosa: Presley ha ragione, non posso farmi risucchiare di nuovo nel vortice dell’autocommiserazione. È facile scivolare in quella trappola, poi però uscirne è come cercare di tornare dall’inferno.
Lancio un’occhiata alla mia amica e vedo che sta ballando sul sedile al ritmo di un brano alla radio. Voglio davvero riuscire di nuovo a catturare la sensazione di essere viva e felice di esserlo, ho solo bisogno che qualcosa funzioni da scintilla.
«Sì, andiamo in spiaggia dopo» dico allora. Le parole hanno un buon sapore in bocca, così buono che mi raddrizzo sul sedile. «Compriamo del vino da pochi soldi, qualche piatto messicano e vediamo in che pasticci riusciamo a cacciarci.»
«Affare fatto!» Presley è raggiante. «E che mi dici di Tybee Island? Ti va l’idea?»
«Questa settimana lavoro,» la informo con voce lamentosa «e non posso mancare. Non posso chiedere aiuto ai miei genitori per la retta universitaria quest’autunno, hanno speso così tanti soldi per trovare mio fratello che non posso proprio considerarlo.»
«Capisco.»
«Potrei avere qualche giorno libero la prossima settimana, però, se davvero vuoi propormi una mini-fuga.»
«Sì!» esclama, svoltando in una strada secondaria. «Lo prendo come un segno che la mia migliore amica è tornata.»
«Ci sto provando.»
Presley spegne la radio. «Sai, Brady non vorrebbe vederti avvilita. Vorrebbe che tu vivessi la tua vita e fossi felice.»
«Lo vuole» la correggo, cercando di non rabbrividire. «Lo vuole, perché è vivo.»
«Certo che è vivo.»
Non riesco a evitare la paura che mi assale al pensiero che potrebbe essere vero anche il contrario, che esiste anche quella possibilità.
Anche se Presley è diventata la mia migliore amica, Brady e io siamo sempre stati molto affiatati. Crescendo abbiamo cambiato scuola tre volte, eravamo sempre gli ultimi arrivati, così abbiamo finito con il passare un sacco di tempo insieme: giocavamo a scacchi e ai videogiochi, pescavamo, leggevamo libri. Il mio mondo non sarebbe lo stesso senza di lui, e le settimane da quando siamo stati informati che era stato preso da Nekuti, un’organizzazione terroristica africana, sono state le peggiori della mia vita. Vorrei solo che mi avesse ascoltato.
«Non andare» gli avevo detto guardandolo negli occhi, immagine speculare dei miei. «Brady, non puoi. Non vale il rischio.»
«Ma devo. Sento che è proprio quello che ho bisogno di fare.»
«Perché lo Zimbabwe? Perché fin laggiù? Con Grant, poi! Qualcuno da cui mi hai consigliato di stare alla larga!»
«È diverso.»
«Perché?» gli avevo chiesto, fissandolo al di sopra delle tazze di caffè fumante che avevamo in mano. «Mi hai detto di non riprendermelo. Sei stato tu a dirmi che c’era qualcosa di strano in lui e che troncare la nostra relazione era la soluzione migliore. Perché sei ancora suo amico allora? E soprattutto, se quello che dici è vero, perché stai per seguirlo all’altro capo del mondo? Per la prima volta nella tua vita, Brady Stewart Calloway, quello che dici non ha senso.»
«Grant non è una minaccia per me, Brynne. Sono suo amico da quasi dieci anni, e con me è lo stesso di sempre. Ma è vero, ha qualcosa che non va. Sei la mia sorellina ed eri la sua ragazza, tu sì che potevi farti male con lui.»
«Tipo come?»
«Tipo se ti avesse tradito, come ha fatto.» Gli occhi di Brady si erano fatti più scuri. «O se fosse rimasto coinvolto in qualcosa in cui non avrebbe dovuto essere coinvolto.»
Un brivido mi aveva attraversato il corpo. «A che cosa ti riferisci?»
Lui aveva alzato le spalle. «Non lo so. Potrebbe aver assistito a delle cose che lo hanno cambiato. Hai visto anche tu che non è più il ragazzo cordiale e alla mano che era un tempo. È sempre teso, calcolatore, introverso. Ti meriti di meglio, e lo dico pur essendo suo amico.»
«E pensi che sia una buona idea andare nel luogo che forse lo ha cambiato?»
«Io non vado come guardia privata: vado come medico. Il mio cuore mi dice di andare. È la mia vocazione, Brynne.»
Avevo cercato di capire. Avevo apertamente appoggiato la sua folle idea, anche se mi sembrava un terribile errore. Gli avevo dato una mano con le pratiche burocratiche, lo avevo persino aiutato a preparare l’attrezzatura prima della partenza. Avevo sentito l’eccitazione nella sua voce, e la scintilla che aveva nello sguardo quando parlava della differenza che avrebbe potuto fare per la gente dello Zimbabwe, nei sei mesi in cui sarebbe stato via, era innegabile.
Quando entriamo nel parcheggio dell’Angel's Market, non vedo nessuno che ci aspetta con un telefono in mano. Presley spegne il motore, scendiamo e ci dirigiamo verso l’ingresso principale.
«Che cosa sappiamo dell’uomo del mistero, a parte il fatto che ha una voce che sembra cashmere?» chiedo a Pres che si sta calando gli occhiali da sole sugli occhi.
«Si chiama Fenton e ci aspetta accanto alle banane.»
È in quel momento che, all’improvviso, la memoria mi si riaccende. «Le banane! Ecco dove l’ho appoggiato» esclamo. «Ora ricordo! L’ananas ha fatto un buco nel bicchiere del caffè e sono dovuta andare a buttarlo nel cestino! Sì, scommetto che è proprio lì.»
«Non c’è bisogno di scommettere» commenta Presley mentre le porte si aprono per farci entrare. «Lui ha detto che era lì.»
«Sono così...»
Un piccolo sussulto sostituisce il resto della frase.
Capisco subito che è lui perché, comunque sia una voce come cashmere, quell’uomo ha l’aspetto di uno che ce l’ha. È alto, almeno un metro e novanta, con capelli corvini e pelle di un caldo colore olivastro. Indossa dei pantaloni neri e una T-shirt dello stesso colore che aderisce alle braccia muscolose e al petto ampio. È in piedi accanto alle banane e sta digitando su un cellulare bianco, che per fortuna non è il mio.
«Dio mio» borbotta Pres mentre ci avviciniamo.
Lui solleva lo sguardo, vede prima Presley, poi lo sposta e lo punta su di me.
Lo scontro tra i nostri sguardi mi manda quasi al tappeto, tanto che inciampo, i passi all’improvviso incerti sotto l’intensità di quegli occhi. All’inizio mi sembrano azzurri poi, osservando meglio, mi rendo conto che sono grigi, un colore acciaio che non è né caldo né freddo, solo intenso.
Non so che cosa pensare di lui, non riesco a decifrarlo perché è troppo bello, troppo maschio, troppo intossicante quando ci avviciniamo abbastanza da avvertire il costoso profumo di muschio della sua colonia.
Poi sorride, le labbra piene si allargano verso le guance coperte da un velo di barba, e sono sicura che mi si piegheranno le ginocchia e finirò per terra in un imbarazzante mucchio di sostanza gelatinosa.
Presley, sempre sul pezzo, si getta indietro i capelli prima di tendergli la mano. «Sei l’uomo che sto cercando.»
Se fossi in grado di reagire alzerei gli occhi al cielo al suo doppio senso, invece mi limito a fissarlo come il personaggio di un cartone animato. Probabilmente ci sono dei piccoli cuoricini che mi escono dalle pupille ed esplodono proprio sopra la mia testa.
«Potrebbe essere» risponde lui, guardandola.
«Vuoi il mio nome o qualcosa del genere come conferma?»
«Be’, mi hai detto che il telefono era della tua amica.» La voce è morbida e ricca proprio come l’ha descritta Presley. «Se è così, è il suo nome che dovrei farmi dire.»
La sorpresa di Presley è pari alla mia. Si voltano entrambi a guardarmi.
«Se me lo mostri, posso dirti se è il mio» borbotto.
Il suo sorriso si fa ancora più luminoso. «Sono certo che sia il tuo. Ci sono le tue foto.»
«Hai guardato le mie foto?» esclamo, avvertendo un calore sulle guance. «Non avevi il diritto di farlo!»
«Come altro avrei potuto essere sicuro che venisse a riprenderselo la persona giusta?»
Non ha tutti i torti, ma non sono comunque d’accordo. Non voglio litigare, però, non finché non ho recuperato il telefono. Si è trattato di un’invasione della mia privacy e dovrei essere offesa, o almeno far finta di esserlo, ma non lo sono. Neanche quando provo a scavare alla ricerca di quella reazione.
«Grazie per averlo trovato e per avermi rintracciato. Posso riaverlo ora?» gli chiedo.
Lui infila una mano in tasca, troppo vicino all’area dei genitali per i miei gusti, e lo recupera.
«Grazie» sussurro. Nel prenderlo gli sfioro il palmo con la punta delle dita e il contatto mi manda dei brividi lungo la schiena.
«È stato un piacere.»
«Vorremmo sdebitarci» interviene Presley, battendo le ciglia davanti a lui. «C’è qualcosa che possiamo fare?»
Lui le rivolge uno sguardo prima di riportare l’attenzione su di me. «Primo, cambia la password. È stato davvero troppo facile accedere alle tue informazioni, non penso sia necessario che ti spieghi quali avrebbero potute essere le conseguenze se fosse caduto nelle mani di qualcun altro.» Inarca le sopracciglia. «Scegli una sequenza casuale.»
Arrossisco alla sua raccomandazione.
«Secondo, mi piacerebbe portarti fuori a cena stasera.»
Capisco che Presley sussulta per la sorpresa, ma né io né lo sconosciuto dall’aspetto esotico la degniamo di uno sguardo. Siamo in mezzo a un negozio affollato ma potremmo anche essere soli.
«Non è necessario» sussurro.
«A che ora posso passare a prenderti?»
«Oh, io, ehm...»
Sorride come se avesse appena ottenuto una piccola vittoria. Ogni pensiero coerente svanisce dalla mia mente, sostituito da visioni lussuriose del suo corpo slanciato nudo. Vista la sua espressione compiaciuta, mi chiedo se possieda qualche forma di telepatia e sia in grado di leggere nel pensiero. Presley mi si avvicina e mi dà un colpetto con il gomito.
«Le sei possono andare bene per te?» insiste intanto lui.
Non mi funziona più la bocca, le parole non ne vogliono sapere di uscire.
Non è che non voglia andare, perché voglio. Ma... è sicuro? Abbiamo appena incontrato questo tizio, non so neanche il suo nome.
Comincia da lì.
«Come ti chiami?» gli chiedo.
«Fenton Abbott.»
«Sarà pronta alle sei, Fenton» conferma Presley, parlando al posto mio. «E grazie ancora per aver trovato il suo telefono.»
«Puoi inviarmi un messaggio con il tuo indirizzo?»
Opto per un compromesso. «Incontriamoci da qualche parte.»
«Mi piacerebbe passarti a prendere.»
«Trovarci in un luogo pubblico è più sicuro che essere alla tua mercé.»
Il suo sorrisetto è delizioso, talmente delizioso che mi viene quasi da dire “fanculo” e concedermi alla sua mercé nel bel mezzo del reparto frutta e verdura. Ma resisto.
«Scelta intelligente, sono colpito. Ti invio l’indirizzo del ristorante.»
«Non hai il mio...» inizio a dire, poi mi rendo conto che deve aver già preso il mio numero.
Di nuovo quel sorrisetto. «Signore, devo finire di fare la spesa. Brynne, ti invio il messaggio appena rientro a casa.»
«Okay.» La parola mi scivola fuori dalle labbra prima che possa davvero rifletterci.
Dopo un ultimo sguardo, si gira e si avvia lungo la corsia delle zuppe in scatola. Presley e io ammiriamo quelle lunghe gambe e il culo sodo finché non scompare dalla nostra vista. Poi sbattiamo una contro l’altra e traiamo il primo respiro dopo quella che sembra un’eternità.
«Signore mio!» esclama Presley. «Hai visto quell’uomo?» Infila il braccio nel mio e mi trascina fuori dal negozio. «Per la miseria!»
«Visto, dici? Ma l’hai annusato? L’hai sentito?»
«Cashmere» ribadisce, infilandosi di nuovo gli occhiali da sole. «Il mio Sexy Radar funziona alla grande. Dovrei addebitare una tariffa per il servizio. Il tipo mi chiama, mi faccio pagare cento dollari, poi ti dico se è carino oppure no.»
«Impressionante, Pres. Davvero impressionante.»
«Vero? E hai un appuntamento, amica mia!»
«Oh mio Dio.» Me ne rendo davvero conto solo ora, ed è un pugno nello stomaco. Non ho idea di che cosa mettermi, devo depilarmi, pensare ai capelli e...
«Niente panico: ci sono io. Farò in modo che tu sia pronta.»
La guardo sorridere e sono sicura di non aver mai apprezzato di avere Presley Bradshaw come amica più che in questo momento.