Capitolo 3

1605 Words
Capitolo 3 Mi giro di fronte allo specchio e continuo a ripetermi le parole di Presley. Sei uno schianto, quel vestito sembra fatto apposta per te. L’abito giallo brillante, un minuscolo tubino con una sola spallina, aderisce alle mie curve e i capelli sciolti cadono in bionde onde naturali. Il contouring e il colorito bronzeo che Presley ha regalato al mio viso sono tipici di chi trascorre ore e ore a giocare con i trucchi, perché ha alle spalle un fondo fiduciario. Mi sento bella. Mi sono agghindata, depilata, arricciata e mi sono presa cura di me come non facevo da molto tempo, ed è una bella sensazione. Mi ero dimenticata come ci si sente a coccolarsi in questo modo. «Prova queste» mi ordina Presley, lanciandomi un paio di scarpe con il tacco turchesi. Notando la mia espressione perplessa mi zittisce con un movimento del capo. «Non discutere, sono io la stilista qui. Mettitele.» Non ho idea se staranno bene ma sono troppo nervosa per oppormi. «Ti ha mandato il messaggio sul luogo dell’incontro?» «Sì.» Sono in bilico su un piede, impegnata a infilarmi la seconda scarpa. «Mi ha mandato solo l’indirizzo e il nome del ristorante, nient’altro. Niente “sono felice che ci rivedremo” o roba del genere.» Sbuffo e mi raddrizzo, senza darmi la pena di specchiarmi: l’espressione soddisfatta di Presley mi dice che indosserò quelle scarpe, che mi piaccia o no. «Secondo te è sicuro?» le chiedo. «Lo abbiamo conosciuto oggi, qualche ora fa per essere esatti. In un negozio di alimentari. Tutto quello che sappiamo è che è un gran figo, anche Google non ci dice niente se non che esiste.» La realtà mi colpisce come uno schiaffo. «Oh mio Dio, morirò stasera...» «Piantala. Stai facendo la drammatica.» «Non sto facendo la drammatica: questo è spirito di autoconservazione.» «È un appuntamento» mi fa notare ridendo. Poi mi mette una mano sulla spalla. «Posso solo dirti che hai quel luccichio negli occhi che vedevo quando stavamo per uscire il venerdì sera per andare a ballare finché non avevamo una fila di ragazzi pronti a riaccompagnarci a casa.» «È il bronzer.» «No, non è quello, stupida.» Ride di nuovo e mi dà un colpetto sui fianchi con i suoi. «È una bella sensazione, vero?» «Sì. È così tanto tempo che non mi preparavo per uscire che... sì, è una bella sensazione, Pres. Mi sento di nuovo me stessa.» «Lo so, e questo mi rende felice.» Appoggio la testa sulla sua spalla e restiamo in piedi in mezzo al bagno per un bel po’. Fissiamo il nostro riflesso nello specchio, le luci del tavolo da trucco che ci colpiscono come riflettori. «Quando è stata l’ultima volta che sei uscita con un ragazzo?» mi chiede. Alzo la testa e mi stringo nelle spalle. «Sono uscita un paio di volte dopo Grant, non ricordo neanche con chi. Oh! Uno era quel medico, Connor qualcosa. Vive a Phoenix, non so neanche perché ho accettato di uscire con lui.» «Hai accettato perché sapevi che sarebbe finita in nulla» sbuffa. «Non c’era modo che potesse nascere una relazione vera.» «Hai ragione, come sempre.» «E va bene anche quello, ma penso che ora tu abbia bisogno di aprirti alla prospettiva. Non sto dicendo che dovresti buttarti come una sprovveduta,» si affretta a dire prima che io possa contraddirla, «ma almeno iniziare a considerarlo nel caso appaia l’uomo giusto all’orizzonte.» «Può darsi» rispondo mentre cerco la borsa. «Ma sono rimasta scottata da Grant. Lui era letteralmente l’uomo dei miei sogni, almeno finché non ha smesso di esserlo.» Mi volto in modo da guardarla in faccia. «Il punto è che non capisco che cosa gli sia successo. Quando è tornato a casa era scontroso e diceva di aver bisogno di un po’ di tempo per stare da solo. E non sarebbe stato un problema. Persino quando Brady mi ha detto di staccarmi da lui, ero pronta a lasciargli spazio per risolvere qualsiasi cosa avesse da risolvere. Ma tradirmi, quando prima di partire parlava di matrimonio? Se ho sbagliato a fidarmi di lui, di chi mi posso fidare?» Torno a guardarmi allo specchio. Le scarpe stanno davvero bene con il vestito. «Non c’è dubbio che Grant avesse qualcosa che non andava. Forse si faceva di qualcosa.» «Credo che la Mandla, l’azienda che aveva sotto contratto sia lui che Brady, lo abbia sottoposto a tutti i test, quindi no, non è quello.» «Be’, pare che di errori ne facciano, per esempio non sanno riportare a casa chi lavora per loro. Non è così strano pensare che possano aver fatto qualche pasticcio anche nei suoi test antidroga.» «Anche questo è vero. Continuano a dire che non sanno niente di più di quello che hanno detto, ma mio padre crede che stiano mentendo. Pensa che abbiano pagato l’unità che era con Brady per tacere, lo chiama il prezzo del silenzio. Grant è passato dai miei genitori quando è tornato e, qualsiasi cosa si siano detti, papà ora è convinto che la Mandla abbia commesso un errore. È un vero casino.» «Dimmi che Grant non ha ripreso ad andare a trovarli.» «Lo ha fatto un paio di volte. I miei non sanno che l’ho beccato a farsi un’altra o papà probabilmente lo castrerebbe. Penso che vederlo aiuti mia madre perché Grant è stato parte delle nostre vite per così tanto tempo, ed era con Brady quando lo hanno preso, e credo che lei ogni tanto si aggrappi a quell’idea.» Presley emette un gemito e io capisco la sua reazione. Le poche volte che ho parlato con Grant da quando è tornato sono state un disastro. Le ha provate tutte: dal dirmi che mi rivuole alla promessa che ha delle informazioni da darmi, quando in realtà non è così, o che si è ricordato qualcosa che Brady ha detto. Ma è tutto forzato, e lui è ancora il nuovo Grant, così io mi attengo al consiglio di Brady di stargli alla larga. «Grant può andare a farsi fottere» dichiara Presley. Si piazza dietro di me e mi circonda le spalle. «Non da te, però. Perché stasera hai un appuntamento con qualcuno che è molto più figo e ha molta più classe di Grant Pezzo di Merda McDaniels.» «Hai ragione.» Sorrido e sento l’eccitazione scatenarmi mille farfalle nello stomaco. «Ma se non mi decido a uscire, arriverò in ritardo.» Prendo la pochette dal ripiano ed esamino un’ultima volta il mio riflesso nello specchio. L’abito enfatizza le mie curve e riesco anche a respirare, visto che ho rinunciato all’intimo modellante. «Dove andate a cena?» Presley chiede mentre mi giro per guardarmi di profilo. «Al Ruma.» Lei spalanca gli occhi. «Sei seria? Oh mio Dio, Brynne, è il ristorante del momento! Ci sono stata due weekend fa quando i miei genitori sono rientrati da Rio e c’era Chris Hemsworth, non sto scherzando.» «Lo so! Non è il mio tipo di locale, sono abbastanza terrorizzata.» Presley alza gli occhi al cielo. «Solo tu puoi essere spaventata da un invito come questo!» Fugge dalla stanza e torna una manciata di secondi dopo. «Ecco qua.» Mi infila un braccialetto al polso. «Questo ti dà quel tocco speciale in più.» «No, non posso metterlo. Varrà di sicuro più della mia auto!» «Probabile. Per questo prenderai la mia Mercedes.» «Pres...» «La mia migliore amica non si presenterà al Ruma nel suo macinino. Senza offesa.» «Non mi offendo.» Le sorrido. «Sei la migliore, lo sai vero?» «Certo che lo so.» Mi fa l’occhiolino e ci spostiamo in cucina, dove mi piazza le chiavi in mano. «Quando arrivi al ristorante ci sarà un parcheggiatore all’ingresso. Fermati, scendi e loro si occupano del resto.» «Sicura?» Presley ride. «Sicura. Ora muoviti.» Arrivata in garage apro la macchina e l’odore di nuovo mi invade subito le narici. Inserisco l’indirizzo del ristorante nel navigatore e faccio marcia indietro nel vialetto e fino in strada, quindi seguo le istruzioni robotiche della voce maschile con accento britannico. Presley insiste che sentirgliele recitare con accento straniero lo rende più sexy: io penso che siano solo più difficili da capire. Il cielo della sera è uno spettacolo brillante di rosa e arancio e il traffico è più scorrevole del solito. Cerco di concentrarmi su questi particolari per non pensare che sto per andare a cena con Fenton, un uomo che conosco appena, anzi che non conosco per nulla. L’immagine dell’uomo dagli zigomi marcati e dagli occhi intensi non farebbe che aumentare la mia ansia. Ascolto musica alla radio per tutta l’ora del tragitto, e riesco in qualche modo a tenere sotto controllo il panico fino all’ultima svolta che mi porterà al Ruma. Il sole sta tramontando dietro a una fila di palme quando entro nel parcheggio. Il cuore inizia a battere più veloce mentre imbocco piano la corsia del valet parking con la Mercedes di Presley. Ci sono altre auto davanti a me, che probabilmente valgono più di quanto io guadagnerò in tutta la mia vita. Nessuno apre la portiera da solo, nessuno indossa abiti che non siano strabilianti. È snervante. Un uomo in giacca e cravatta apre il mio sportello. Prendo la borsa dal sedile del passeggero e do un’ultima occhiata nello specchietto retrovisore prima di scendere nel modo più aggraziato possibile. Un altro uomo, anche lui vestito di tutto punto, mi viene incontro con un portablocco e mi sorride. «Ha una prenotazione, signora?» «Sì.» Aggancio una ciocca di capelli dietro all’orecchio. «Abbott.» L’uomo cerca di nascondere la sorpresa, ma mi percorre dalla testa ai piedi con lo sguardo. «Può essere più specifica?» «Fenton Abbott.» Sarei pronta a giurare che la sua postura si è raddrizzata. Fa un passo indietro. «Da questa parte, signora.»
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