Capitolo 4
Entriamo nel ristorante da un ingresso laterale coperto da una pesante tenda da sole nera che ci ripara dalla vista. L’uomo in giacca e cravatta mi apre la porta e, per la prima volta, mi ritrovo all’interno del Ruma.
Le luci sono basse, colgo una prevalenza di legno scuro con tocchi di cannella, crema e azzurro ghiaccio negli arredi, un mix che in qualche modo risulta esotico e familiare allo stesso tempo.
L’intera parete posteriore è costituita da una vetrata che dà sull’Oceano Pacifico. Potrei sedermi su uno dei divanetti imbottiti accostati ai muri e starmene a guardare le onde infrangersi sulla costa... se Fenton non mi stesse aspettando.
Sono emozionata al pensiero di rivederlo. Passo in rassegna la stanza ma non lo vedo.
«Da questa parte, prego» mi informa il maître.
Lo seguo attraverso delle porte di legno intagliato in una stanza più piccola. Non vedo nessuno, solo alcuni mobili, un quadro e un costoso tappeto orientale.
Il cuore mi batte forte, quasi fuori controllo. Sono sopraffatta, mi sento come se stessi affondando nelle sabbie mobili. Non sono mai stata in una sala da pranzo privata, neanche con Presley. Ma entrarci per un primo appuntamento? Con Fenton?
Sento il panico montare e cerco di assorbire l’impatto dell’enormità del momento, mentre avanzo con passi esitanti.
Fenton è in piedi di fronte alla vetrata che delimita anche questo locale, una mano appoggiata sul vetro, con l’altra tiene il telefono all’orecchio. Sembra così sicuro, un uomo che ha il pieno controllo della situazione. Mi fa venire l’acquolina in bocca.
Con il completo grigio antracite che gli aderisce alle spalle larghe, le gambe leggermente divaricate, credo che sia la visione più seducente che io abbia mai visto.
Non oso pensare all’effetto che avrà su di me quando si volterà.
La porta si chiude piano alle mie spalle e, come al ralenti, Fenton si gira. Il sole calante è alle sue spalle, come se l’universo volesse mettere in mostra il suo splendore in caso ci fosse qualche dubbio sulla sua perfezione.
Fa scivolare una mano in tasca e sorride. «Ti chiamo più tardi.» E anche il suo telefono finisce in tasca.
Posso solo assorbire la visione, e lui sembra fare lo stesso, lo sguardo che mi accarezza dalla testa ai piedi. Anche a distanza lo sento sfiorarmi le curve, i lineamenti. Se esistesse un rapporto sessuale visivo, è esattamente quello che sta succedendo, e sono vicina ad avere un orgasmo.
Fenton è senza cravatta e ha il primo bottone della camicia aperto. Una cintura scura gli stringe la vita sottile, dandogli un look sofisticato. La mascella è adombrata dalla crescita della barba e mi chiedo che sensazione avrebbe sotto alle dita.
L’energia nella stanza crepita mentre si avvicina. Mi sembra di fare fatica a respirare, così inspiro a fondo prima che mi raggiunga. Penso a che cosa dire, a che cosa fare. Non sono mai stata brava in questo tipo di cose ma con questo Adone? Santo cielo. Non lo conosco abbastanza da sapere come iniziare. A pensarci bene, di lui so solo tre cose: il suo nome, che è un gran figo e che attualmente detiene tutto il potere. E che sarei già pronta a spogliarmi davanti a lui, quindi direi che possono essere quattro.
«Come stai, Brynne?» Sento le parole ma non posso fare a meno di pensare che siano i suoi occhi a parlare. È concentrato totalmente su di me. Potrebbe esserci un circo che si esibisce sul tappeto dall’altra parte della stanza e credo che non lo noterebbe. E nemmeno io.
«Hai avuto problemi a trovare il ristorante?»
«Nessun problema.» Esce come un sussurro perché sembro incapace di trovare la voce. Probabilmente sta svenendo da qualche parte, insieme al resto di me.
Lui sorride. «Stavo cominciando a preoccuparmi, ti avrei dato ancora dieci minuti e poi ti avrei chiamato.»
«Sono in ritardo?»
«Solo un po’.»
«Hai pensato che ti avrei dato buca?»
Una bassa risata gli rimbomba nel petto. «Ero più preoccupato che ti fosse successo qualcosa.»
Il pensiero mi fa arrossire. «Be’, sono qui, e sto bene.»
Mi osserva di nuovo dalla testa ai piedi e il sorriso si fa ancora più luminoso. «E sei bellissima.»
«Grazie.» Cerco di entrare nella parte della donna che dovrebbe essere qui con lui. Per completare il quadro, dovrebbe esserci una supermodella al suo fianco.
Fenton si dirige verso un tavolo che non avevo notato, accanto a una finestra a golfo che offre una vista mozzafiato sulla costa. Lo seguo e lui allontana una sedia in un invito a prendere posto.
Il tavolo è tondo e di legno scuro, con numerose candele di varie dimensioni posizionate al centro. È splendido, romantico e talmente elegante che mi verrebbe da darmi un pizzicotto per essere sicura che sia lì per me.
Si è appena seduto anche lui quando bussano alla porta. Pochi secondi dopo fanno la loro comparsa due camerieri in divisa impeccabile. Dopo un semplice cenno della testa appoggiano dei vassoi caldi di fronte a noi e ci riempiono i bicchieri con un vino di un rosso intenso. Io posso solo osservare ammirata la loro efficienza.
«Vi chiamo se ho bisogno di qualcos’altro» commenta Fenton quando stanno per andarsene.
La ragazza si volta a guardarlo. Sembra cercare di leggere la sua espressione, poi annuisce. «Certo, signore.» E spariscono.
Fenton solleva il coperchio che ha di fronte e io faccio altrettanto. Una piccola bistecca, una coda di aragosta e verdure al vapore sono disposte con arte sul piatto.
«Non ero sicuro di che cosa ti piacesse, così ho ordinato una varietà» spiega.
«Ha un aspetto delizioso.»
Lo guardo iniziare a tagliare la bistecca. I suoi movimenti mi affascinano, è così intento in tutto quello che fa. Quando alza gli occhi su di me, avverto lo stesso tipo di concentrazione. Non si limita a guardarti, ti vede, e tu lo sai, lo senti, è impossibile non rendersene conto.
Sono catturata dal momento e gli sono grata quando rompe il silenzio.
«La tua giornata è andata bene?»
«Sì» rispondo, ritrovando la parola. «Dopo essermi assicurata che tu non avessi manomesso qualcosa nel mio telefono.»
Fenton si blocca, poi capisce che sto scherzando. «Molto divertente.»
«Non stavo del tutto scherzando» specifico ridendo.
«Brynne, non farei mai niente che possa farti sentire a disagio. A meno che, ovviamente, non fossi tu a volerlo.»
Sussulto e spalanco la bocca per un secondo prima di riprendermi.
Fenton sorride, gli occhi gli brillano divertiti. «Era una battuta. Ammetto però di aver guardato alcune delle tue foto, in modo da poterti riconoscere. Be’, almeno all’inizio è stato così. Poi mi sono reso conto di quanto tu fossi bella.»
«Grazie.» Il suo è un fuoco a raffica di complimenti, allusioni, insinuazioni... è difficile stargli dietro. Ma anche nel caos sento un sorriso che mi tira le guance. «Suppongo di riuscire a farmene una ragione.»
«Hai cambiato la password, vero?»
Mi mordo il labbro.
«Per l’amor del cielo, cambiala. Oppure dammelo e te la cambio io.» Solleva un sopracciglio e io non riesco a trattenere una risata.
«Ti piacerebbe.»
Ride anche lui. «Non nego che non mi dispiacerebbe. Parlo sul serio però: fallo. Non puoi rischiare che una persona qualsiasi possa accedere alle tue informazioni.»
«Una persona qualsiasi... come te?»
«Io non sono una persona qualsiasi. Okay, posso essere uno qualsiasi in questa situazione» si corregge quando vede la mia espressione. «Ma sono un uomo responsabile e affidabile. Il mondo ti ha sorriso quando sono stato io a trovare il tuo telefono invece di un adolescente con scarso appetito sessuale.»
Sento le guance accaldate, così prendo un sorso di vino per cercare di guadagnare tempo. Fenton mi osserva mentre porto il bicchiere di cristallo alle labbra e poi lecco via l’umidità con la punta della lingua e lo riappoggio sul tavolo.
Ora mi sento un po’ più coraggiosa. «Quindi posso dedurre che tu non abbia uno scarso appetito sessuale?»
Le labbra di Fenton si incurvano come se stesse trattenendo un sorriso, se genuino o sarcastico impossibile dirlo. E io lotto con le mie per impedire loro di annullare la distanza tra noi per incollarsi sulle sue.
«In questo momento mi sento un po’... affamato, in effetti.»
«A nessuno piace un uomo affamato.»
«Davvero?»
Annuisco, mentre lui continua ad accarezzarmi con gli occhi.
«E che cosa piace alla gente?»
«Gente in senso biblico... o gente come me?»
Il cuore mi batte così forte che mi sento un po’ stordita. Di solito non sono così diretta, soprattutto a un primo appuntamento, ma Fenton lo rende così facile, così naturale, che mi adeguo al suo registro di conversazione senza neanche pensarci su.
La sua espressione è divertita, la testa appena inclinata di lato. «Parliamo di te.»
«Okay.» Sono io stessa sorpresa di quanto suoni sicura la mia voce. «Che cosa mi piace in un uomo... Credo di poter dire che ho un debole per i maschi alfa che sanno farmi ridere. E trovo sempre molto affascinanti gli uomini intelligenti e sicuri di sé.»
«Totalizzo quattro su quattro.»
Scoppio a ridere. «Sulla sicurezza posso darti subito ragione.»
La sua risata si mischia alla mia e mi piace come suonano insieme. Credo che lo noti anche lui, perché le lasciamo continuare più a lungo del necessario e, quando si spengono, sembra che entrambi ne sentiamo la mancanza.
Poi Fenton si appoggia meglio allo schienale e prende un altro sorso di vino. «Dunque, che cosa hai fatto oggi dopo esserti assicurata che io non avessi commesso atti illeciti?»
«Presley e io abbiamo dato un’occhiata ad alcune destinazioni. Vorremmo andare via per un weekend prima che io riprenda il college. Un posto dove poterci divertire e rilassare.»
«Sono i miei posti preferiti. Quando vado via, voglio chiudere con tutto e pensare ad altro.»
«Credo sia quello che vogliamo tutti» confermo con un sospiro. «Ed è esattamente quello di cui ho bisogno in questo momento: una parentesi divertente dal delirio che è la mia vita.»
«Viaggiare è uno dei piaceri più semplici della vita. Lo faccio ogni volta che posso. Ce l’ho nel sangue, ho un cuore nomade.»
Mi preoccupava molto la prospettiva di trovarmi da sola con lui, eppure ora sono sorpresa di quanto sia facile. Sembra accorgersene anche lui, perché le sue spalle non paiono più rigide come all’inizio. È una bella sensazione.
«Che cosa fai di lavoro?» chiedo. Do un’occhiata a quello che ho nel piatto, ma non sono ancora calma abbastanza per mangiare.
«Sono in affari.»
«È quello che dice Google.»
Fenton ride e scuote la testa. «Mi hai googlato?»
«Ovvio! Pensavi che mi sarei semplicemente presentata qui stasera?»
«Sì, a dire il vero» confessa, incredulo. «Googli tutti gli uomini con cui esci?»
«Se uscissi con molti uomini, lo farei.»
Il suo sguardo al di sopra del bordo del bicchiere mi dice che vorrebbe approfondire, ma gli lancio un’occhiata di avvertimento per fargli capire che l’argomento per ora è off limits e lascia perdere.
«Google non mi ha rivelato molto,» riprendo «a parte che sembra tu lavori spesso a Las Vegas. Giusto perché tu lo sappia.»
«Faccio molte cose diverse e parecchie da Las Vegas. Google ti ha detto il vero.» Manda giù un altro sorso di vino prima di continuare: «Quando i miei genitori sono venuti a mancare, ho rilevato le loro aziende e le ho riunite in un unico gruppo. Erano due persone molto diverse, quindi facciamo cose molto diverse.»
Evito di fargli le condoglianze per la morte dei genitori perché qualcosa mi dice che non è un argomento di cui vuole parlare. «Come fai a gestire tutto?» gli chiedo invece.
«Ho delle persone che gestiscono i diversi settori, che a loro volta hanno dei manager che sono responsabili di ogni singola marca, quindi non mi occupo delle questioni giornaliere. Mi limito a guardare i resoconti e ad assicurarmi che raggiungiamo i benchmark, che ci stiamo muovendo verso i nostri obiettivi finali, cose così.»
«Capisco. Sei il capo di tutti.»
Il suono della sua risata rinfocola il desiderio che sento crescere dentro di me. Il modo in cui si muove il suo pomo d’Adamo, il fascino e la vivacità del suo viso, il suono profondo della sua voce che danza tra noi fanno sì che il resto delle sue parole svanisca nell’aria. Non importa quanto ci provi, non riesco a concentrarmi. Posso solo cercare di non andare a fuoco nel bel mezzo della cena.