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2061 Words
1 Ritrovarsi Di luoghi inquietanti, Alice ne aveva visti molti. Nella sua personale classifica, in terza posizione si piazzava uno degli orfanotrofi nei quali aveva vissuto per un paio d’anni, poco prima della sua adozione da parte dei Cooper: un palazzo grigio e semi-fatiscente in periferia, circondato da una rete metallica alta due metri. Somigliava paurosamente a una struttura detentiva e, in effetti, lei e gli altri piccoli ospiti erano stati spesso trattati alla stregua di criminali, pur essendo in realtà soltanto anime tristi e abbandonate. Al primo posto c’era, naturalmente, la famigerata camera da letto in cui Aureliano aveva abusato di lei: quattro mura tra le quali aveva creduto di morire, fino a quando la voce di Tom non era filtrata attraverso il terrore paralizzante, in risposta al suo disperato grido di aiuto. Al secondo, però, si collocava a sorpresa quella lussuosa clinica privata in cui erano appena entrati. In realtà, a prima vista, non c’era nulla di sospetto o di allarmante. Al contrario, l’ambiente era ospitale, i muri dipinti di tenui colori pastello, il personale che incrociavano sorridente ed educato. Persino il fine e liscio pavimento in vinile sotto le sue suole era il migliore sul mercato: per essere così simile al vero marmo, doveva costare una fortuna. Nonostante questo, Alice si sentiva irrequieta. Profondamente a disagio. Tanto che, non appena incrociarono una coppia di anziani che si apprestava a lasciare la clinica in lacrime, fu colta da un’ondata di nausea. Si fermò di colpo, cercando di non pensare al fastidio allo stomaco. Stava sudando freddo, tanto che dovette cercare il sostegno del muro più vicino. Chiuse gli occhi e fece alcuni profondi respiri. La tensione, la stanchezza e la paura si erano accumulate, gravando anche sulla sua salute fisica, e adesso le sembrava di non riuscire a recuperare le energie necessarie per contrastarle. In effetti, non ricordava neppure con precisione l’ultima volta che avesse dormito o fatto un pasto decente. L’immagine di Ben che moriva sotto i suoi occhi, fatto a pezzi da Amulio, tornò a fare capolino tra i suoi pensieri. Era successo solo pochi giorni prima, non aveva ancora avuto modo di elaborarlo, ma sapeva per esperienza che più rimandava quel momento, più difficile sarebbe stato tornare alla normalità. In un angolo della sua coscienza, la presenza di Tom, così rassicurante e dolce, tornò a manifestarsi. In pochi istanti, se lei glielo avesse concesso, avrebbe spento quel suo tumulto interiore, aiutandola a reprimere ogni emozione negativa, ogni terribile ricordo con la potenza incontrastata del loro amore. Ma Alice non poteva permetterglielo. Preferiva affrontare quei problemi con le proprie forze, non soltanto perché la terapia psicologica seguita tempo addietro le aveva fornito gli strumenti necessari per gestire le crisi, ma anche perché suo marito aveva millenni di tragedie sulle spalle. Di certo non gliene servivano altre. “Restane fuori” lo pregò, senza voltarsi. “Come vuoi” le rispose però Amulio, credendo si fosse rivolta a lui. “Non parlavo con te, traditore!” aggiunse astiosa. Colta dalla rabbia, la usò come leva per riscuotersi. Riprese a camminare ma, anziché dirigersi verso l’ascensore, raggiunse le scale. Non c’era più alcuna esitazione nei suoi passi. Anzi, il lesto ticchettio dei suoi tacchi diventò sempre più ritmato, man mano che i tre salivano al quarto piano e si avvicinavano alla stanza numero quarantuno. Anche nel vano scale la clinica era avvolta in un silenzio infausto. Nonostante l’ululare del vento e la pioggia scrosciante che stava allagando New York, era possibile udire distintamente persino i propri pensieri. Tenendo stretta al fianco la sua borsa e aggrappandosi ai due corti manici come se volesse strozzare qualcuno – il che, a dirla tutta, non era neanche un’ipotesi tanto irrealistica – Alice procedeva con lo sguardo dritto davanti a sé. Si stava dando assai da fare per ignorare Amulio, ma di tanto in tanto le sfuggiva qualche imprecazione poco signorile, oppure si fermava all’improvviso, lo fulminava con un’occhiataccia come se volesse staccargli la testa, quindi ripartiva di gran lena, borbottando. La sua ira l’aveva resa inavvicinabile. Amulio, invece, camminava a testa bassa, le mani nelle tasche dei jeans e i capelli, lunghi e fradici, che gocciolavano sulla giacca di pelle da moto. Sapeva di averla combinata grossa, ma mai avrebbe immaginato che quel suo errore di valutazione, commesso in buona fede, avrebbe potuto incrinare la profonda amicizia con Alice. Non che non avesse previsto, in qualche maniera, di farla incazzare, ma vederla trattenersi e tenere il broncio per ore era una novità poco rassicurante. Non era da lei, non lo era mai stato. Avrebbe preferito che gli lanciasse addosso qualcosa o che lo insultasse. In fondo, se lo sarebbe meritato. Dietro di loro, camminava lento Tom. Per strano che fosse, era stato proprio l’apparentemente algido centurione il più loquace, sia durante il viaggio da Chicago a New York sia nei vari trasferimenti verso il Campo prima, verso la clinica privata dopo. Con la sua solita franchezza, aveva tentato di smorzare l’astio tra i due e fare da paciere. Infatti, a Chicago, quando avevano discusso arrivando quasi al punto di saltarsi addosso, si era fisicamente frapposto tra loro, nel momento in cui aveva percepito l’ira di sua moglie tracimare. Quasi fosse un’entità a sé stante, il tatuaggio di Alice aveva comunicato con il suo, trasmettendogli il desiderio di spostarsi dalla schiena alla gola, sporgersi tridimensionalmente in avanti a mo’ di testa di serpente e pinzare con i suoi denti velenosi Amulio. In quel caso, Tom non avrebbe esitato un attimo a proteggere l’amico, ben consapevole del fatto che, trovando in lui una corrispondenza perfetta, il tatuaggio non lo avrebbe neppure ferito. Tuttavia, le probabilità che Alice si lasciasse sopraffare da quell’intento poco amichevole erano state davvero esigue. Malgrado si sentisse tradita dalle azioni di Amulio, non lo avrebbe mai aggredito. La vita coniugale, però, aveva insegnato a Tom a non dare mai niente per scontato, specialmente se si trattava di lei. Della sua impulsiva, altruista, dolcissima moglie. “Stronzo. Sei proprio un… un figlio di cagna!” borbottò Alice a denti stretti, quand’era ormai a pochi metri dalla stanza di Amber. Ci risiamo pensò Amulio, ma ebbe il buon senso di tacere, per non provocarla di più. Qualsiasi scusa avesse addotto per giustificarsi, non sarebbe servita a niente, se non a inasprire la sua collera. Ci aveva anche provato, ma lei non aveva voluto ascoltare. “Alice…” la avvertì Tom, sperando si rendesse conto di non aver tenuto la voce bassa come aveva creduto. Gli infermieri di turno si erano accorti di loro e presto si sarebbero domandati chi li avesse fatti entrare, visto che non era orario di visita. In seguito, se fosse stato necessario, li avrebbero condizionati affinché dimenticassero di averli visti. Al momento, però, la priorità di Alice era un’altra. Trentasette, trentanove… Quarantuno. La stanza di Amber era quella. Alice si fermò e trattenne il respiro. La sensazione che Tom sperimentò, attraverso il loro legame, fu simile a quella di un salto nel vuoto, eseguito da un’altura immensa. Non come in quello sport umano chiamato bungee jumping, quanto piuttosto simile alla caduta in un burrone senza fondo e senza alcun tipo di paracadute. La collera e ogni sentimento negativo nei confronti di Amulio in quel momento persero energia, evaporando sotto la spinta di uno sconforto profondo e lacerante, tinto di disperazione, da cui sua moglie fu inghiottita. Nonostante gli occhi ricolmi di lacrime, Alice fissò la porta bianca a lungo, osservando quei numeri scritti a lettere dorate, odiandone la forma, il colore, lo spessore. Odiando, soprattutto, ciò che si trovava dietro quella porta. Partecipe delle sue paure, Amulio le accarezzò appena il polso, senza trattenerglielo. “Non è così brutto da vedere. Anzi, Amber ha un aspetto molto sereno e…” “Taci o giuro che ti spacco la faccia!” sibilò lei, liberandosi di quel contatto indesiderato. Il vampiro si ritirò subito in disparte, sconsolato. Se avesse assunto l’aspetto del lupo, avrebbe senz’altro avuto la coda tra le gambe. Tom si portò alle spalle di Alice e l’abbracciò: a lui non avrebbe mai fatto del male. Parve infastidita, infatti, ma cedette non appena le sue labbra le sfiorarono l’orecchio. “Non essere così dura con lui. Ha sbagliato, lo sa. Lo sappiamo tutti e tutti abbiamo avuto la tua stessa reazione iniziale ma… Amore mio, non sei venuta qui per litigare. Fa’ ciò che devi, prima che sia troppo tardi.” Alice sbuffò. Subito dopo, però, altre lacrime calde solcarono le sue guance, scivolando fin sotto il mento. “Un marito normale mi consolerebbe. Tu mi sbatti in faccia la verità con una durezza disumana.” La sua voce tremava di commozione al punto che Amulio, nell’udirla, si addossò al muro e trattenne il groppo che aveva in gola. Tom, invece, trovò la forza di sorridere. “Ho smesso di dirti bugie già alcuni anni fa, dopo una certa graffiante carezza…” sussurrò e Alice, nel ricordare in quale modo avesse reagito alla notizia del loro matrimonio, sorrise di rimando. Poi la tristezza tornò a sopraffarla, serrandole in una morsa dolorosa corpo e anima. “Ho sbagliato, non è vero?” gli chiese. “A fare cosa?” “Ad abbandonarla. A lasciare lei e Clara indietro. A vivere come se loro non contassero o non fossero mai esistite.” Tom la strinse più forte, cercò il suo viso e baciò via una lacrima dalla guancia. “Non perderti dietro queste riflessioni proprio adesso, perché non ti condurranno da nessuna parte. Entra. Noi ti aspetteremo qui.” Comprendeva il senso di colpa che Alice si portava dentro per essersi ricostruita una vita lontano dalle sue amiche. Al tempo stesso, sapeva anche che le sue responsabilità erano limitate, perché all’epoca dei fatti aveva agito nella maniera più ragionevole. In realtà, era stato lui ad avvicinarla. Lui a portarla via da quella festa, in quel lontano giorno di settembre di alcuni anni prima. Lui a costringerla ad abbandonare amici, lavoro e abitudini, per entrare nella Legio X. Alice, però, non era, né si sentiva una vittima. Non appena quei pensieri così mesti migrarono da Tom a lei, gli accarezzò la nuca, si voltò e gli diede un bacio sulle labbra. Irruente, caldo, bruciante. Come ogni singolo momento d’intimità tra loro. “Entro” bisbigliò. Le gambe non erano proprio saldissime, ma strinse i denti e trasse un lungo respiro. Poi abbassò la maniglia, aprì la porta e fece qualche passo in avanti. La stanza era molto più luminosa di quanto avesse immaginato. Il merito era, come ebbe modo di scoprire, sia della grande finestra di fronte sia dei due abat-jour accesi, sistemati ai lati del letto sul quale Amber, la sua cara amica, sembrava riposare, proprio come aveva detto Amulio. Nondimeno, le bastò osservare le sue guance scavate dalla malattia per avvertire di nuovo il dolore addensarsi e ottenebrarle l’anima. Volse subito lo sguardo altrove, al cielo nero, alle tende, ovunque, pur di guadagnare qualche altro istante nella lotta contro una realtà ormai incontrovertibile. Si sforzò di respirare, di accettare l’inevitabile e puntò la propria attenzione sul mobilio. L’intera stanza pareva essere stata arredata da un designer innamorato dello stile provenzale: un delicato scrittoio occupava lo spazio sotto la finestra, adornata da tende dalla delicata sfumatura color glicine, la stessa dello scendiletto poco distante. Un armadio di legno bianco, decorato con piccoli fiori lilla, occupava un’altra parete. Un paio di poltrone dalla delicata stoffa fiorata erano state posizionate poco distanti dal letto. Una delle due aveva una gamba che tratteneva il copriletto trapuntato, color lilla anche quello, sul quale erano ricamate delle grandi foglie bianche. Senza esitare, Alice si chinò a sistemarlo e solo allora, sfiorando il materasso, si decise a guardare davvero la sua amica. Dormiva proprio come un angelo. Una macchina l’assisteva nella respirazione, somministrandole ossigeno e monitorando il battito cardiaco. Era così deperita che, nonostante il cerotto che lo teneva fermo, s’intravedeva il piccolo catetere di tipo Port qualche centimetro sotto la clavicola. Le lenzuola le erano state rimboccate con cura, ma non riuscivano di certo a mascherare quanto il corpo di Amber fosse fragile. Una bandana color arcobaleno le copriva il capo. La chemioterapia doveva averle fatto perdere i capelli, che un tempo erano stati di un bel biondo caldo, vivace come quello evocato dal suo nome. A trent’anni, Amber non avrebbe dovuto avere quell’aspetto infelice.
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