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2006 Words
“Non entrate” si raccomandò con i suoi compagni, sussurrando appena. “Ti prego, lascia che resti” la supplicò Amulio, in un ultimo tentativo di spiegarle le sue ragioni e di offrirle il suo sostegno. Alice si voltò di scatto e come una furia lo spintonò oltre la porta, dove Tom era rimasto, consapevole del fatto che sua moglie meritasse un po’ di privacy. “Non osare tornare in questa stanza! E per tua informazione, Amber odia il lilla, in tutte le sue sfumature” sibilò, prima di chiudere loro la porta in faccia. Finalmente sola, si concesse un attimo per riportare alla normalità il proprio respiro, prima di avvicinarsi al letto e sedervisi sul bordo. Sfiorò sopra le coperte la mano di Amber e la strinse, sperando che quel breve contatto avesse il potere di comunicarle la sua presenza, rincuorarla e magari destarla. Così non fu, naturalmente. Dopo aver lottato contro un male impietoso, l’amica era ormai entrata nella fase finale della malattia. Era questione di poco, prima che… No. Non poteva ancora pensarci. Alice non riusciva a rassegnarsi, a credere che ciò che aveva sotto gli occhi fosse reale. Eppure aveva parlato con Amulio. Aveva ascoltato il parere di Tiberius, l’unico di cui si fidasse davvero, in quella maledetta circostanza. Aveva persino chiesto a Tom di forzare le sue visioni, nel tentativo di scoprire se ci fosse una cura, qualcosa che non avessero provato per salvarla. Purtroppo, tutti avevano espresso la stessa opinione negativa. Il cancro ovarico si era esteso fino al torace e Amber era oltre ogni possibilità di ricovero, tanto che, se Amulio non le avesse somministrato di propria iniziativa del sangue di vampiro per arginare l’ultima crisi, sarebbe già morta. Era stato, comunque, solo un palliativo. “Se il nostro sangue potesse curare le malattie umane, io stesso mi candiderei al Consiglio degli Anziani per favorirne una diffusione gratuita nel mondo, anche a costo di dover rivelare la nostra esistenza” le aveva assicurato Tiberius. Amber, quindi, era viva, ma per quanto? La prossima crisi era dietro l’angolo, ormai non c’erano più speranze. “Ciao Bambi” mormorò tra le lacrime, sorprendendosi di come quello sciocco vezzeggiativo le fosse tornato in mente proprio in quella circostanza. Si deterse il viso con una mano, mentre l’altra era sempre stretta a quella della sua amica di lunga data, con cui aveva vissuto gli anni più spensierati. Aveva conosciuto lei e Clara grazie a Gina, la grande assente, anche lei quasi sempre immobile in un letto, ma con una diagnosi assai differente. Nonostante l’enorme divario tra la raffinata, alla moda ma timidissima Amber e sua sorella Clara, che era piuttosto rude e in fatto di abbigliamento aveva gusti peggiori di quelli di un daltonico, Alice era da subito diventata amica di entrambe e le aveva adorate. Erano state le sue confidenti e, anche più di questo, la sua famiglia, in un periodo in cui non riusciva a trovare il proprio posto nel mondo. “Perdonami. Io… Avrei dovuto esserci. Avrei dovuto continuare a seguirti, a cercarti anche da lontano ma… La mia vita è complicata. Pazzesca, direi! Non potevo pensare a voi senza stare male, figuriamoci mettervi in pericolo. Solo che non credevo che ci saremmo riviste così…” Le sfuggì un singhiozzo, poi un altro e si ritrovò a piangere a dirotto, ritenendosi colpevole per non essere rimasta al passo con ciò che accadeva all’amica e non aver saputo prima della sua malattia. Presa in tempo, forse Tiberius avrebbe trovato il modo di aiutarla. Non trasformandola, quello mai più. L’errore fatto con Gina bruciava ancora troppo per indurla a ripeterlo. Però, magari, il geniale medico legionario avrebbe trovato una cura miracolosa. Un espediente per prolungare la sua vita senza che soffrisse… La porta si aprì e Alice, pensando fosse di nuovo Amulio, non si prese neanche la briga di guardare. “Ti ho detto vattene! Lasciami sola!” sbottò con astio. “Io? Vattene tu!” replicò una voce altrettanto sdegnata. Il suo cuore perse un battito. Non aveva previsto di incontrare Clara. Non di mattina, quando supponeva che lei si trovasse al lavoro. Perché Tom non l’aveva avvertita in tempo? Frugò di corsa nella sua borsa, afferrò gli occhiali da sole e li inforcò, per non farle notare il rossore causato non tanto dal pianto, quanto dai suoi poteri strani e instabili. Quindi, si voltò e, in quella donna infagottata in un bomber nero, jeans grigi, scarponi marroni con fibbie e un cappellino da baseball fradicio in testa, riconobbe all’istante l’amica che tanto amava. “Sc-scusa” balbettò, tirando su con il naso. “Non era riferito a te.” “Meglio così. Chi diavolo sei?” le domandò Clara, avvicinandosi con foga alla sorella. “Perché piangi? Cos’è successo? Lei non è… Non è…” “No, no. Tranquilla. Io son… Ero una grande amica di Amber. Sono in visita in città, ho saputo di lei e ho pensato di venire a salutarla.” “Oh” rispose, ma poi tacque serrando le labbra. Fu grazie a questo dettaglio che Alice, all’improvviso, si ricordò di cosa l’amica fosse in grado di fare. Clara, infatti, possedeva una capacità assai particolare: quella di intuire subito se qualcuno mentiva. Anche mentre si sfilava il bomber e cercava una salvietta asciutta nel grazioso bagno annesso alla stanza, non smise di tenerle gli occhi addosso. Analizzò tutto di lei: il tubino aderente, sobrio e griffato, le décolleté nere, che si incrociavano sul dorso del piede e avevano un tacco vertiginoso, e ogni gioiello che indossava, incluso lo smeraldo che scintillava al suo anulare sinistro, insieme alla fede nuziale. Scannerizzò persino il contenuto della borsa, quando Alice tirò fuori l’impossibile, pur di trovare un altro pacco di fazzoletti. “Prendi” le disse, offrendogliene uno intonso dalla tasca dei jeans. Riconoscente, Alice lo accettò. Le loro dita si sfiorarono e, per un secondo, fu colta dal forte desiderio di saltarle addosso e stringerla in un abbraccio disperato. Clara, però, non avrebbe capito. Come poteva? Lei e Amber erano state azzerate quando aveva conosciuto Tom e, da allora, le loro strade erano rimaste separate. Comunque, non se la passava bene. Era magrissima, aveva un preoccupante pallore e, chissà come, le era spuntato fuori un ciuffo bianco di capelli, che indusse Alice a riflettere sul fatto che fossero ormai trascorsi quattro lunghi anni. Un’eternità, in fin dei conti. Adesso, lei e Gina ne avevano quasi ventisette – il suo compleanno sarebbe stato a breve – mentre Amber e Clara erano vicine ai trenta. Non vecchie, certamente, ma ben lontane da quel futuro roseo e spensierato che ognuna di loro aveva immaginato per sé e per le altre. “Tempo da lupi, eh?” commentò Clara lanciando un’occhiata alla finestra, tanto per riaccendere la conversazione. “Non sai quanto…” le rispose, pensando al bestione che, insieme a suo marito, probabilmente se ne stava fuori ad aspettare e ad ascoltare ogni singola parola. Poi, vedendola assumere di nuovo la sua classica posa da Non dirmi cazzate, le spiegò che veniva da Chicago e che là il tempo era anche meno clemente. “Quindi… Come fai a conoscere mia sorella?” domandò subito l’amica, inarcando un sopracciglio. Già, come? Nella realtà, era stata Gina a presentarle a una festa, una di quelle con fiumi di alcol, coppie che amoreggiavano senza pudore su ogni mobile e il classico terrazzino sul quale si era rifugiato chi, come loro, non sopportava più la confusione. “Una festa. All’università” spiegò, ricordandosi all’ultimo momento di tutte quelle alle quali Clara non aveva partecipato, preferendo starsene a casa, davanti alla tv o leggendo un buon libro. Era una pigrona tanto quanto lo era stata lei, all’epoca. “E ti chiami?” “Oh, già, che sbadata. Alice Cooper. Fabius. Cioè, Fabius è il cognome di mio marito. Io… Chiamami solo Alice, ti va?” Clara scrollò le spalle, indifferente, ed Alice ne fu turbata. Quell’estrema arrendevolezza era un tratto caratteriale che l’amica non aveva mai mostrato. Quindi, Clara si tolse il cappellino e andò a poggiarlo su un termosifone. Si sfilò l’elastico dai capelli castani e iniziò a strofinarli con vigore con quell’asciugamano lilla preso dal bagno. “Comunque, non ho capito. Se sei di Chicago, come mai andavi alle stesse feste della confraternita di Amber?” Immaginando stesse già facendo il conteggio delle poche amicizie della sorella, Alice trattenne un vero sorriso, il primo da quando aveva appreso dello stato in cui versava l’amica. “In realtà, vivevo a New York fino a poco tempo fa. Mi sono trasferita per questioni di lavoro ma, appena potrò, rientrerò in città. Mi manca molto.” “Mah…” rispose Clara. Non le credeva affatto, era palese. Si sfilò gli scarponi e si accucciò sul letto, di fianco ad Amber, cui dedicò il primo, vero sguardo di tenerezza. Alice, che poco prima si era seduta quasi nella stessa posizione, preferì restare in piedi. Di punto in bianco, si sentiva un’estranea. Non sapeva più niente delle loro vite e non le veniva in mente neanche un argomento di cui discutere. Eppure, un tempo, le sarebbe bastato un pretesto qualunque per scatenare la risata argentina dell’amica. Sorrise di nuovo al ricordo ormai sfumato di quel suono a lei così familiare. In quel momento, Clara si voltò verso di lei e la fulminò come se stesse profanando un luogo sacro. Alice abbassò il capo e riprese a piangere in silenzio. Non aveva più il diritto di stare in quella stanza. Non poteva fare nulla per cambiare il destino di Amber, né per lenire il dolore di Clara. Si girò mesta per raggiungere la porta, quando quest’ultima la trattenne con una delle sue solite, garbate esternazioni. “Che colore di merda, vero?” disse sprezzante, indicando con il mento le tende e quel lilla che, a più riprese, era stato utilizzato per dipingere le pareti. “In teoria, dovrebbe rilassare. A me fa venire i brividi e sono sicura che Amber protesterebbe con la direzione, esigendo nome, cognome, indirizzo e numero di previdenza sociale di chiunque abbia arredato questo posto. Poi gli scriverebbe una lunga, ma cortese lettera di protesta per dirgli dove infilarsi rispettosamente tutto questo lilla.” Un istante dopo, Clara scoppiò in una fragorosa risata e il cuore di Alice ne trasse grande conforto. Quando l’amica le fece cenno di sedersi, trascinò una delle poltrone accanto al letto e vi sprofondò. “Cazzo, se hai ragione! I miei parlavano di lei come di una gentildonna dell’ottocento e di me come della figlia sboccata del guardiano dei porci. Su di me avevano ragione ma lei, nonostante il carattere introverso, spesso mi surclassava.” “Me lo ricordo” rispose Alice, accorgendosi troppo tardi della gaffe. “Cioè, tua sorella me lo raccontava. A proposito, ho saputo dei tuoi. Mi è dispiaciuto moltissimo. Sarei venuta volentieri al funerale, se ne fossi stata informata. Purtroppo ho perso un po’ i contatti che avevo e… Be’, vorrei poter dire che così va la vita, ma la verità è che…” “Oh, lascia perdere. Fosse dipeso da me, non avrei neanche messo l’annuncio sui giornali. Hanno pensato a tutto le pompe funebri. E Amber, naturalmente.” Triste, pensò Alice, ma i loro genitori erano sempre stati schivi e avevano vissuto in modo molto riservato, come se farsi degli amici costasse loro tanta fatica. Anche per le figlie era stato così, in effetti. Sebbene con altre modalità, le due gemelle diverse avevano avuto notevoli difficoltà sociali. Forse per quel motivo erano andate subito d’accordo con lei e con Gina: erano un po’ tutte delle disadattate e si erano riconosciute come anime affini sin dal primo incontro. D’improvviso, Clara si mise a sniffare l’aria. “La fiuti anche tu questa puzza di cane bagnato o è autosuggestione?” domandò, girando la testa a destra e a sinistra, nel tentativo di individuarne la fonte. “Sì” ammise Alice, ripensando ad Amulio. “Una bestiaccia fetente è passata per il corridoio poco fa.”
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