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2019 Words
Fermati, Alice! Le comunicò Tom ma, nel percepirlo arrivare, Alice lo chiuse fuori. Letteralmente. Andò alla porta e la chiuse a chiave, a doppia mandata. “Che fai?” mormorò Clara, iniziando ad agitarsi. “Niente. Non voglio che ci interrompano proprio adesso. Quello che sto cercando di dirti è che oggi sono venuta qui solo per vedere Amber e dirle addio. Onestamente, non mi aspettavo di incontrarti e ti posso assicurare che, dopo questa visita, non ce ne saranno altre. Tornerò a Chicago e…” “Col cazzo!” gridò Clara. “Non prima di avermi detto come avresti fatto a cancellare la memoria a me e a lei! Perché, mia cara spia, continuo a percepire bugie su bugie nella tua voce e ti assicuro che, se prima non mi dirai la verità, non andrai da nessuna parte.” Qualcuno bussò alla porta. Non forte ma con decisione, in modo che Clara si rendesse conto di aver perso la calma. “È mio marito” chiarì Alice, avvicinandosi. “D’accordo, è vero, non riesco ad essere sincera, ma non perché non voglia! Svelarti chi sono e cosa faccio significherebbe metterti in pericolo e, onestamente, credo che al momento tu abbia cose più importanti di cui occuparti.” Indicò Amber, che giaceva immobile, con il viso pallido e smunto su quel cuscino dall’orrendo colore violetto. “Vediamoci domani sera, va bene? Dimmi dove e a che ora, io ci sarò e ti dirò ciò che vuoi.” Clara la trafisse con i suoi grandi occhi verdi, quasi volesse strapparle una promessa e sigillarla con un patto di sangue. Solo un’altra volta Alice aveva avuto un’impressione simile: quando in Italia, durante il viaggio di nozze, Rosario l’aveva guardata nello stesso modo. In seguito, aveva appreso da Tom che il Dono del vampiro era quello di estorcere la verità a tutti, che lo volessero o no, proprio attraverso i suoi occhi penetranti. Clara, però, era umana. Le sue capacità di persuasione derivavano dal carattere di ferro che aveva sempre avuto, nonché dalla forza di volontà e dalla caparbietà, caratteristiche che spesso le avevano fatto collezionare figuracce oppure l’avevano messa in situazioni scomode. Un dubbio sottile, comunque, s’insinuò nella mente di Alice. Di recente, veniva spesso colta da strane sensazioni. Freddo repentino mentre osservava qualcosa, per esempio. Talvolta, nel toccare un oggetto, di colpo veniva subissata da immagini del passato, su epoche e proprietari precedenti. Non aveva mai avuto visioni sul futuro, come quelle delle quali era vittima, per così dire, Tom. Eppure, in quell’istante, fu più che sicura che, se avesse abbracciato Clara, avrebbe visto qualcosa. Un istante di sorprendente chiarezza su ciò che attendeva lei o loro due… Stava per farlo quando la porta, nonostante le doppie mandate, si spalancò. “Non l’avevi chiusa a chiave?” esclamò Clara, confusa. “Ci ho provato, ma niente e nessuno resiste a mio marito. Non è vero, Tom?” Il vampiro fece un passo oltre la soglia e là, per rispetto, si fermò. “Dobbiamo andare” annunciò, ignorando completamente Clara. La quale, per la verità, reagì proprio come aveva fatto la prima volta in cui lo aveva incontrato, anni addietro. Si mise sulla difensiva e lo scannerizzò con lunghe occhiate, volte a determinare non se fosse un pericolo, perché era chiaro che lo fosse, ma quanto grande fosse il danno che poteva infliggere. Dal canto suo, Alice avrebbe voluto rassicurarla, ma era troppo impegnata in un wrestling mentale con lui. Detestava essere stata interrotta così, ma non voleva irritarlo. Strinse i pugni e resistette alla tentazione di dirgliene quattro. Quindi, raccolse la borsa, si chiuse il cappotto che non aveva mai tolto e si rivolse di nuovo all’amica, sebbene il tono di sfida non fosse indirizzato a lei. “Dove e quando?” “Stasera, non domani. Conosci l’Hells Bells?” Alice si accigliò. Ricordava un bar con quel nome ma era lercio, angusto e frequentato da gente assai discutibile. Nello scorgere la sua espressione dubbiosa, Clara annuì appena. “Già, proprio quello. Apre alle otto, chiude alle tre di notte. Faccio il turno serale, quindi mi troverai là.” Alice spalancò gli occhi, ma se ne pentì nel cogliere la sua espressione mortificata. Poi, con un peso enorme sul cuore, si avvicinò ad Amber. Non sarebbe sopravvissuta a lungo. Il suo battito cardiaco era a malapena percettibile e il suo flusso sanguigno era strano. Come se le vene e le arterie si fossero trasformate in fiumi secchi, prosciugati da un sole maligno e impietoso… “Alice… Alice!” mormorò Tom, scuotendola. Era arrivato alle sue spalle senza che se ne accorgesse. Lui e Clara la osservavano allarmati. Doveva aver avuto uno dei suoi momenti di smarrimento e infatti, quando i suoi occhi incrociarono quelli agitati di Clara, vi scorse un certo sgomento. “Che ti è successo? Era una specie di trance, quella? Sei una sensitiva?” Dispiaciuta, Alice scosse il capo. Poteva intuire le domande che, in pochi istanti, si dovevano essere create nella sua mente, ma non poteva aiutarla. Non così, dandole false speranze. “Dove hai lasciato gli occhiali?” le domandò Tom, mettendole fretta. “In bagno, credo. Ci sono stata poco fa e li ho dimenticati.” Non appena si allontanò per andare a recuperarli, Clara le afferrò le braccia. “Dimmelo, dimmelo adesso. Hai visto qualcosa?” “Niente” ribadì Alice, seppur tremante per quell’eccesso d’ansia. “Sono davvero solo un’amica. Volevo rivedervi, ma non era mia intenzione creare scompiglio o darti pensieri. Ora vado, ma ti prometto che ne parleremo stasera. Anche fino alla nausea, se vorrai.” Ancora poco convinta, Clara seguì il movimento delle sue labbra e, dopo qualche istante, annuì. “Per la prima volta mi sei sembrata sincera. Ci vediamo stasera, allora.” Rimase a fissarla fino a quando lei e Tom non furono usciti, quindi chiuse la porta a chiave. Di Amulio non c’era traccia e Alice non chiese dove fosse finito. In quel frangente, non era più sicura di cosa pensare di lui e di ciò che aveva fatto per le sue amiche. “Clara sta trascinando una poltrona contro la porta” le rivelò Tom, mentre si allontanavano verso l’ascensore. “Puoi biasimarla? Non si fida di me e di sicuro nemmeno di te, dopo il tuo ingresso trionfale. Non potevi restare fuori?” “Stavi per dirle tutto” ribadì, come se Alice non lo sapesse già. “E lo farò, puoi starne certo.” “Sì, ma… C’era qualcosa di diverso in te. L’ho percepito anche io.” Alice si morse la lingua e non rispose. Aveva paura di ammettere che i loro timori erano fondati e non era pronta ad affrontare ciò che ne sarebbe derivato. “Non pensiamoci adesso. Non ho avuto visioni, non ho rovesciato gli occhi all’indietro e non sono diventata una statua come succede a te, perciò possiamo sorvolare.” “Fino a quando?” la incalzò Tom, azionando il pulsante dell’ascensore per raggiungere il parcheggio interrato. “Fino a quando non avverrà qualcosa di concreto. Hai idea del casino che ci pianterebbe Tiberius, se sapesse…” Abbassò la voce e si guardò intorno, circospetta. “… che sto ereditando i tuoi Doni uno alla volta?” bisbigliò. “Ne ho una vaga idea, sì” le concesse, increspando le labbra in un sorriso trattenuto. “Che hai da ridere?” “Sei buffa. Non sei in grado di mantenere un solo segreto. Ha ragione la tua amica, come spia saresti un disastro.” “Oh, ha parlato lui, il vampiro dai mille pseudonimi! Smettila e abbracciami, Bill, perché come sai gli ascensori non ci portano bene!” Tom obbedì con estremo piacere. Erano giorni che Alice si era resa inavvicinabile. Sin da quando Amulio l’aveva informata su Clara, su Amber e sulla malattia, si era chiusa in un mutismo insolito e preoccupante. Nemmeno il piccolo Buddy – Ray, come lo chiamavano adesso – era stato in grado di strapparle un sorriso con le sue spericolate acrobazie. La strinse a sé, accarezzandole la schiena e baciandole il capo. Alice era una guerriera e sapeva dimostrarsi sempre piena di risorse, ma a tutto c’era un limite. Anche alla sua forza innata. Infatti, non appena furono in auto, crollò sul sedile del passeggero come fosse un robot cui avessero tolto le pile. “Vuoi andare a mangiare qualcosa?” le propose. “No, ma mi andrebbe un bicchiere di vino. Più di uno, in realtà.” Si sfilò le scarpe e, con una smorfia di dolore, cominciò a massaggiarsi i piedi, che a Tom parvero anche gonfi. “Non ho capito perché oggi hai indossato quei trampoli assurdi. Non che mi lamenti… Le tue gambe e il tuo fondoschiena ne traggono un indecente giovamento, e ammetto che questo non mi dispiace, ma dev’essere stata una tortura tenerli ai piedi.” “Infatti” rispose Alice, con un filo di voce. “Ma ad Amber piaceva che li indossassi. Ce ne comprammo un paio ciascuno, identici, e quando li calzavamo noi… Noi…” Scoppiò in lacrime, in un pianto a dirotto che rivaleggiava con lo scroscio intenso della pioggia che, intanto, continuava a cadere. Tom non chiese più nulla. Si aspettava quello sfogo sin da quando avevano lasciato Chicago. Era il suo turno di farle da roccia. La sollevò con facilità, la poggiò sul proprio grembo e la strinse forte, baciandola, asciugando le sue lacrime, sussurrandole che avrebbero trovato una maniera per superare quel momento. Non sapeva ancora come, ma avrebbe lasciato che si facesse a modo suo. Alice ne aveva diritto, oltre che bisogno. Sue erano le amiche che aveva appena ritrovato e sue dovevano essere le regole d’ingaggio, per così dire. Alle conseguenze avrebbero pensato dopo, insieme, come sempre. Restarono così a lungo mentre, non visto, Amulio li osservava nascosto dietro un pilone di cemento del parcheggio. Era sua la responsabilità. Solo sua. Se avesse parlato subito, se avesse confessato immediatamente ad Alice perché e come si fosse ritrovato in quella situazione, ora nessuno dei due avrebbe avuto di che piangere. Turbato dal vederla così affranta, si allontanò e andò verso la sua moto, parcheggiata poco distante. Si strizzò i capelli e stava per indossare il casco quando, limpido come se si trovasse nella sua stessa stanza, udì un singulto di Clara. Il cuore gli andò in mille pezzi. Gli capitava sempre, ogni singola volta che la sentiva disperarsi per la sorella. In verità non accadeva spesso e, all’inizio, era rimasto stupito da come accusasse ogni colpo con la resilienza di una vera combattente. In seguito, però, aveva compreso quanto le costasse mantenere quella facciata di serenità e quale atroce sofferenza provasse, invece, dentro di sé. Ma cosa poteva fare? Andare da lei e dirle delle menzogne? Purtroppo, non avrebbe funzionato. Il sesto senso di quella donna era così sviluppato da scoprire anche le sue mezze verità. Indossò il casco, abbassò la visiera e salì sulla moto. Accese il motore, diede gas e poi… Di nuovo, il pianto sommesso della donna lo raggiunse dritto al petto, come un richiamo. Una voce insopprimibile, nonostante i suoi mille tentativi di ignorarla. Le dure parole di Alice gli risuonarono contemporaneamente nella testa. Gli dicevano di starle lontano, di lasciarla perdere e di dimenticarsi di Clara, prima che restasse troppo coinvolta nei loro casini e facesse la fine di Gina. Lo sapeva, lui, che doveva starle lontano. Non era un cretino, ma… Spense la moto. Scese, si sfilò il casco e si riavviò a passo di marcia verso l’ascensore. Anche senza che Clara lo notasse, doveva vederla. Doveva guardarla e, in qualche cosmica, assurda maniera, trasmetterle la sua vicinanza. Il suo… Amore? Era amore quello che lo agitava o solo un’infatuazione a senso unico? Così come stavano le cose, non lo avrebbe mai scoperto e, in fondo, era meglio per tutti. Nulla però gli vietava di sostare in quello stesso edificio, condividendo con lei gli spazi e gli attimi. Nessuno lo avrebbe saputo. Clara non si sarebbe accorta di lui. E lui avrebbe potuto rimandare un altro po’ il momento di dirle addio.
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