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2025 Words
2 Hic et nunc Non aveva neanche fatto in tempo a spingere il pulsante per risalire che due cose accaddero simultaneamente: il telefono trillò, segno che fosse appena arrivato un nuovo messaggio, e un terribile fracasso giunse dal parcheggio. Qualcuno doveva aver fatto un brutto incidente. D’istinto, Amulio corse a prestare soccorso, ma gli bastò una veloce occhiata per comprendere che non si era trattato di un banale scontro tra auto. L’unica ad essersi ferita era stata la sua moto che, a giudicare dalle ammaccature e dal volante storto, avrebbe richiesto una lunga e dispendiosa visita dal meccanico. Mentre si avvicinava, però, quattro energumeni, in apparenza poco inclini a un pacifico dialogo, scesero dai due pick-up con i quali avevano appena fracassato il suo gioiellino. Naturalmente, pur non conoscendoli di persona, comprese al volo chi fossero: vampiri. E non di quelli comuni ma simili a lui, quindi capaci di trasformarsi in lupi grazie al loro peculiare Dono. A svelarglielo erano stati tanto l’odore, acre e pungente, quanto i loro indumenti: t-shirt grigie, jeans scuri e scarponi da trekking, portati con arroganza come rappresentassero un’uniforme, specie in abbinamento all’espressione incazzata. “Vi ha dato di volta il cervello?” domandò, incurante del fatto di essere in inferiorità numerica. Uno dei quattro si fece subito avanti, lo sguardo torvo e poco amichevole. “Rispondi al telefono” gli intimò. Un istante dopo, il cellulare si mise a squillare. “Pronto?” rispose seccato, intuendo già chi fosse il chiamante. “La prossima volta, a cadere e farsi male sarà una persona che ti è cara” spiegò la voce femminile, dolce ma venata d’acciaio. I lineamenti del viso di Amulio si irrigidirono. “Kaya” mormorò a denti stretti. “Non sai proprio quando fermarti, vero?” “No. Sei tu che devi fermarti a riflettere, dannazione!” sbraitò la donna, dall’altro capo del telefono. “Per tua informazione, c’è stato un secondo agguato. Ieri mattina, prima dell’alba, abbiamo trovato Martin e Sue vicino a un fiume che attraversa la nostra zona. Qualcuno li ha… Vorrei dire ammazzati, ma significherebbe minimizzare. Sono stati barbaramente torturati e uccisi.” La notizia lo scosse così tanto da lasciarlo a bocca aperta, il cuore stretto da un sincero dispiacere. Adesso capiva perché Kaya fosse tanto alterata e continuasse a tempestarlo di chiamate e messaggi. Era la seconda coppia di capibranco che veniva eliminata in poche settimane. Inoltre, conosceva bene Martin. Era un uomo pacifico, tra i più progressisti all’interno della comunità dei lupi. Se qualcuno lo aveva tolto di mezzo, doveva essere proprio per le sue idee aperte, volte a una maggiore cooperazione con gli umani. “Mi dispiace, dico sul serio. Avete già idea di chi possa essere stato?” “Nessuno del branco, se è questo che insinui.” Amulio inarcò un sopracciglio e rivolse un’occhiata di disprezzo al resto della compagnia. Non erano belle facce, le loro. Sembravano ansiosi di menare le mani, per mettersi alla prova o forse per scatenarsi un po’, finché avevano la possibilità di trascorrere del tempo al di fuori della loro zona abituale. Se ne convinse di più quando una donna, dopo aver parcheggiato l’auto, passò loro davanti. La luce famelica che si accese negli occhi di quei quattro non dava adito a fraintendimenti. Se avessero potuto, l’avrebbero azzannata senza troppi complimenti. Erano nuove leve, cresciute quasi in isolamento e nutrite con l’idea distorta che gli umani fossero una specie debole. Pecore da macello o poco più. “Fossi in te, indagherei meglio” suggerì a Kaya, intimando poi a uno degli sgherri di non inseguire la passante, che ancora non era al sicuro nell’ascensore. “Le vostre politiche comunitarie lasciano molto a desiderare e non escluderei la possibilità che sia stato proprio qualcuno dei vostri.” La cosa buffa fu che sia il tipo che aveva bloccato sia Kaya ringhiarono all’unisono. La differenza sostanziale fu però che l’uno tornò al proprio posto, l’altra attaccò con una delle sue solite filippiche. “Non hai il diritto di lanciare certe accuse o di rispondermi in questo modo! Sto facendo tutto ciò che posso per trovare il colpevole e nel frattempo devo pensare a tranquillizzare il branco, impedire che si disgreghi e aumentare la sorveglianza! Se tu fossi qui con me…” Ci risiamo, pensò Amulio, sollevando gli occhi al cielo. In reazione, uno dei quattro si avvicinò con fare bellicoso, seguito a ruota dagli altri. “D’accordo, Kaya, lascia che te lo ripeta un’ultima volta, visto che le altre cento non sono servite a niente: ciò che succede in quella comunità di pazzi, che tu chiami branco e che io definirei setta di paranoici classisti, non mi riguarda. Mi dispiace che ci siano stati questi omicidi, stimavo molto Martin, ma non cambierebbe niente se io fossi là, e tu questo lo sai.” “Ma potresti aiutarmi! Se diventassi tu il capobranco…” Nell’udire un’altra volta quell’assurdo invito che, a più riprese, aveva già scartato, Amulio represse un brivido. “Rassegnati. Quello che pretendi da me non accadrà mai.” Detto questo, Kaya smise di gridargli contro. Il suo silenzio divenne carico di sottintesi, ma non per lui. E quando vide i quattro uomini prepararsi a saltargli addosso, seppe che la conversazione si era conclusa. Non riuscì nemmeno a spingere il tasto di chiusura della chiamata che un pugno molto ben assestato gli arrivò sullo stomaco, pur senza infliggergli troppo dolore. Dalla sinistra, un altro lo raggiunse sulla mandibola, che non si ruppe, né si dislocò. O si stavano trattenendo oppure, com’era più probabile, stavolta Kaya non si sarebbe accontentata di un rifiuto telefonico. “Ragazzi, andiamo! È questo il meglio che riuscite a fare? Cosa vi ha detto la vostra aspirante leader, che dovete incaprettarmi e rapirmi senza torcermi un capello?” La provocazione andò a segno. Il gruppo, ansioso di non deludere Kaya e di portare a casa un risultato positivo, si scagliò contro di lui e… Be’, agli occhi di un vampiro millenario com’era Amulio, quelli erano poppanti. Giocavano a fare i duri ma certamente non erano alla sua altezza. Concesse loro di mandare a segno alcuni colpi perché, proprio come cuccioli di un lupo vero, avevano bisogno di imparare e di ottenere qualche piccola vittoria per accrescere la loro autostima, ma alla fine dovette rimetterli in riga. Fu così che uno di loro finì con le gambe fratturate nel bagagliaio di un pick-up, un altro restò incosciente alla base del muro contro cui si era schiantato, il terzo si ritrovò con una spalla dislocata e gli occhi pesti, mentre il quarto, quello che sembrava il capo, non era ferito gravemente ma faticava comunque a parlare, trattenuto com’era alla gola dal bicipite nerboruto di Amulio. “Riferisci a Kaya che non tollererò altre aggressioni. Risolvete da soli i vostri problemi, perché non tornerò indietro. Non sarò mai uno dei vostri. E per quanto riguarda i metodi che usate, lasciami dire che sono vergognosi!” bisbigliò sprezzante al suo orecchio. Poi tirò fuori i canini e glielo morse, infliggendogli più vergogna che una vera e propria lesione. Gemendo, il tipo crollò in ginocchio, finalmente libero dalla sua stretta e, tenendosi una mano sull’orecchio sanguinante, raggiunse l’amico messo peggio. “Forse dovresti prendertela con qualcuno della tua taglia” asserì con ironia qualcuno poco distante. Amulio non dovette neanche voltarsi per comprendere a chi appartenesse quella voce profonda e pacata, ma sorrise tra sé. Estrasse dalla tasca un fazzoletto, con cui si ripulì la bocca e le mani sporche di sangue, quindi ammonì con lo sguardo il gruppo dei malcapitati e si volse ad abbracciare l’amico di vecchia data. “È sempre un piacere, Michael” esclamò, felice di rivederlo. “Anche per me, però avresti potuto almeno lasciarmene uno! È da un po’ che non partecipo a una zuffa! Inizio a sentirmi arrugginito…” Si sgranchì gambe e braccia, saltellando sul posto come avrebbe fatto un pugile appena salito sul ring, ma dalle sue tasche saltarono fuori le chiavi dell’auto, insieme a uno strano amuleto e a due caramelle mou, e Amulio scoppiò a ridere. “Lascia perdere, prima che ti smonti pezzo per pezzo! E poi diciamola tutta: questi piccoletti hanno ancora molto da imparare. Andiamocene, vecchio. Lasciamoli a leccarsi le ferite.” “Non sono vecchio” ribatté Michael, raccogliendo in fretta gli oggetti caduti e mostrando una fila doppia di candidi denti in un sorriso mozzafiato. “Ma hai ragione, questi qui non valgono granché. Cosa volevano?” “Niente d’importante. Stanno già per tornarsene a casa, quindi…” “La moto, invece, la lasci così?” “Manderò il mio meccanico a recuperarla. Ora usciamo, prima che il guardiano si accorga della confusione che abbiamo creato. Comunque, che ci fai qui? Credevo saresti andato direttamente in aeroporto.” Michael annuì e prese a seguirlo verso l’uscita del parcheggio interrato, sfregandosi le mani per riscaldarle. “Ci sto andando, infatti. Solo che, a metà strada, mi è venuta la necessità impellente di sapere come fosse andata con Alice. E tu sai che, quando l’istinto mi suggerisce qualcosa, è meglio dargli retta.” “Ficcanaso!” lo rimproverò. Poi sarcasmo e tristezza gli adombrarono il viso. “Come vuoi che sia andata? Male. Si rifiuta di parlarmi, ma sono fortunato ad avere ancora la testa attaccata al collo. Ti assicuro che non l’ho mai vista così offesa. Stasera poi, se possibile, temo che andrà anche peggio.” Pur non sapendo a cosa si riferisse, Michael accettò per buona quella previsione. Memore di esperienze precedenti e nel pieno rispetto dei sentimenti altrui, aveva deciso di non impelagarsi in quella situazione già problematica, soprattutto per non dare all’amico la sensazione di essere giudicato di continuo. Era però molto curioso di incontrare di persona la donna che, a parere di Tom, aveva fatto invaghire Amulio. Per averlo reso tanto imprudente da mettere a rischio l’amicizia con Alice, doveva essere davvero speciale. Magari, in futuro, ci sarebbe stata occasione di conoscerla. “Vieni con me a dare il benvenuto a Theo?” gli domandò per cambiare argomento. Amulio ci rifletté un secondo. Avrebbe potuto, se non altro per fare svagare la mente, ma sarebbe stato inutile. Al contrario, doveva rimanere focalizzato sui suoi guai e almeno abbozzare un piano d’azione. Eh sì, perché conoscendola poteva predire che Alice avesse in mente di spiattellare l’accaduto a Clara e, a quel punto, sarebbe stato obbligato a farsi avanti e raccontarle com’erano andate davvero le cose tra loro, anziché limitarsi a porgere delle banali scuse. “No, grazie, vado al Campo a rinfrescarmi.” “Non ti basta tutta questa pioggia?” scherzò Michael, stringendosi nel suo cappotto scuro e calcandosi di più il berretto di lana sulla testa. “Sono solo due gocce…” minimizzò. Per uno come lui, abituato a qualunque tipo di clima, le bizze meteorologiche non avevano molto valore, neanche quando era Tom a causarle per consentire loro una più agevole circolazione di giorno. “Mi raggiungete dopo?” “Suppongo sia questo il piano, anche se il ragazzo mi è sembrato piuttosto ansioso di parlarmi in privato.” “Lo è, e direi a buon diritto. Vuole scoprire di più su se stesso, su ciò che è in grado di fare, ma anche su suo nonno e su come trovarlo.” Scambiò con l’amico uno sguardo d’intesa e Michael si strofinò il mento, pensieroso. “Proprio ciò che pensavo. Mmh… La questione è delicata. Spero di fargli comprendere che iniziare una guerra contro un tale demonio può condurre a un destino persino più crudele della morte.” “Theo è un uomo sveglio, Michael, concedigli un po’ di credito. Una volta che si sarà schiarito le idee, si mostrerà meno bellicoso, ma cerca anche tu di andargli incontro. Al momento sta subendo pressioni incredibili da parte di Doc.” “Per via di Gina?” “Esatto. Le sta provando tutte per guarirla e vede in Theo uno strumento potentissimo, ma a volte si dimentica che il ragazzo è per metà un essere umano e che finora la sua esistenza è stata costellata da dolori e umiliazioni di ogni grado.”
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