CAPITOLO 3
Torino, 24 novembre 2013
Husam era seduto sul divano del salotto di casa sua con un quotidiano tra le mani. Rilesse per l’ennesima volta il titolo dell’articolo. «FLAVIO ROSSI ESCE DAL CARCERE.» Flavio Rossi, l’assassino della sua Amina. Si chinò verso il tavolino basso e afferrò una bottiglia di whisky quasi vuota. L’aveva aperta appena venti minuti prima. Si attaccò al collo della bottiglia e bevve una lunga sorsata. Ormai, il suo palato non distingueva più il sapore. Appallottolò il giornale e lo gettò lontano con un gesto di stizza. Aveva letto quell’articolo almeno dieci volte, con rabbia crescente. Diceva che al giovane Flavio Rossi, dopo neanche quattro mesi di carcere, erano stati concessi gli arresti domiciliari. Gli era stata improvvisamente diagnosticata una rara malattia che necessitava cure e attrezzature particolari. L’articolo proseguiva dicendo che era stata allestita a casa del giovane una piccola stanza ospedaliera, senza mai menzionare di quale malattia si trattasse.
Sicuramente il fatto che il ragazzo fosse il figlio del potente Ambrogio Rossi aveva sollevato qualche dubbio sulla veridicità di questa vicenda, tuttavia nessuno si era permesso di avanzare ipotesi. Per Husam non c’era alcun dubbio: quello spregevole individuo aveva fatto carte false per togliere il figlio di galera. Non aveva potuto evitare di farlo finire in prigione perché al momento dell’incidente c’erano troppi testimoni. Dopo l’arresto, le autorità avevano effettuato il test con l’etilometro e il suo tasso di alcol nel sangue superava di quattro volte il limite consentito.
Ora però era a casa e ci sarebbe rimasto fino alla fine della pena da scontare.
Si alzò di scatto e si avvicinò a uno specchio con passo malfermo. Rimase a osservare il volto che vi era riflesso. Pupille rosse, barba incolta, occhiaie. Improvvisamente colpì lo specchio con un pugno e il vetro andò in frantumi.
«Bastardo» urlò.
Poi, con la mano che gocciolava sangue, tornò al divano e vi si accasciò. Improvvisamente sentì addosso il peso di quegli ultimi mesi, che per lui erano stati massacranti. Si sentiva senza energie e dai suoi occhi cominciarono a sgorgare lacrime amare. Avevano ucciso Amina una seconda volta.
Quando quella sera era arrivata l’ambulanza, lui stava ancora stringendo tra le braccia la sua amata, ormai senza più vita. I paramedici avevano fatto fatica a togliergliela dalle mani. Non voleva lasciarla perché sapeva che non l’avrebbe mai più riabbracciata. Dopo vari tentativi, era stato convinto ad affidarla ai soccorritori. Dopo che era stata caricata sull’ambulanza, anche lui era salito sul mezzo di soccorso. Nel frattempo, le forze dell’ordine avevano portato via Flavio Rossi, ancora in preda agli effetti dell’alcol. Come prevedibile, il fatto che fosse coinvolto il figlio di Ambrogio Rossi aveva attirato uno sciame di giornalisti e la notizia aveva fatto subito il giro d’Italia.
Husam pensò al momento in cui era uscito dall’ospedale, trovando la folla urlante di giornalisti. Era come se qualcuno avesse gettato un pezzo di carne in una vasca di piranha affamati. Appena mise il piede fuori dall’edificio la folla di giornalisti lo circondò.
«Signor Ferreri, cosa ha da dichiarare?»
«Come è successo l’incidente?»
«Cosa si prova a perdere in questo modo un proprio caro?»
«Cosa vorrebbe dire a Flavio Rossi?»
Davanti alla sua faccia c’era un muro di microfoni mentre i flash delle macchine fotografiche lo abbagliavano. Non rispose a nessuna domanda. A fatica si fece largo tra la folla e arrivò fino al taxi più vicino. Entrò rapidamente e ordinò al tassista di partire immediatamente mentre fuori dall’auto i giornalisti continuavano a pressare nella vana speranza di risposte.
Husam osservò distrattamente il sangue che gocciolava dalla sua mano sul divano pensando al processo a Flavio Rossi.
All’udienza preliminare, che si era svolta dopo tre settimane, l’accusa aveva chiesto l’imputazione per omicidio colposo. Rossi era stato giudicato con rito abbreviato. La condanna era stata di quattro anni di carcere, ridotta per il rito abbreviato a trentadue mesi. Husam aveva accolto la sentenza con grande rabbia e amarezza perché sapeva che l’influente padre del ragazzo avrebbe trovato il modo di ridurre ulteriormente gli anni di carcere, secondo lui già troppo pochi. Dopo essere tornato al lavoro per un breve periodo, Husam si era congedato dall’Esercito con grande dispiacere dei suoi superiori e dei suoi commilitoni. Dopo la morte della moglie, niente aveva più senso. Aveva intenzione di vendere la casa che lui e Amina avevano comprato due anni prima. Voleva lasciare l’Italia e tornare in Marocco, il suo paese d’origine, ma non aveva ancora preso una decisione definitiva. Si alzò nuovamente dal divano e si diresse in camera da letto.
Aprì il cassetto del comodino e tirò fuori la sua pistola. Pazzo di dolore e in preda agli effetti dell’alcol, inserì il caricatore. A appoggiò la canna dell’arma alla tempia e rimase immobile, mentre lacrime amare gli rigavano il volto. Non si mosse da quella posizione per diversi minuti, mentre il sangue della mano ferita gocciolava sul tappeto della camera da letto. Voleva farla finita e raggiungere la sua Amina. Fu vicino a premere il grilletto diverse volte ma non ce la fece. Non poteva andarsene così, Amina non avrebbe approvato. Doveva uscire da quella casa o sarebbe impazzito. Allontanò l’arma e la appoggiò sul comodino. In bagno si sciacquò la mano insanguinata sotto l’acqua corrente, poi applicò una fasciatura sulla ferita. Tornò in soggiorno, si infilò un pesante giaccone, prese le chiavi di casa e fece per uscire ma si fermò sulla soglia. Senza sapere perché, tornò in camera, prese la pistola e la infilò in una tasca della giacca. Forse voleva averla semplicemente a portata di mano nel caso fosse stato tentato nuovamente di farla finita.
Uscì di casa verso le 23:30 e si incamminò per le strade di Torino in quella fredda notte di novembre.
Gallo stava seguendo il bersaglio a piedi mantenendosi piuttosto distante poiché, essendo quasi mezzanotte, in giro non c’era nessuno e lui non voleva correre il rischio di essere individuato. Camminava dal lato opposto della strada ed era sicuro che Jamal Al-Khaldi non l’avesse notato. Trovare il sospetto terrorista era stato fin troppo facile perché da Roma gli avevano fornito un indirizzo e una fotografia proveniente dal permesso di soggiorno dell’uomo. Sembrava un cittadino modello: lavorava in una fabbrica e pagava le tasse. O non aveva niente da nascondere o voleva nascondere qualcosa sotto una veste di assoluta normalità.
L’ex ranger era arrivato sabato sera e aveva raggiunto il luogo dove abitava il sospetto. Dopo aver velocemente scassinato il portone di casa, era salito per le scale fino al piano dove abitava. Sul pianerottolo c’era una pianta e l’agente aveva posizionato dentro il vaso una piccola microcamera collegata al suo computer. Era riuscito a trovare un albergo a meno di cinquecento metri dall’abitazione, da utilizzare come base operativa per la sorveglianza. Il giorno dopo, la videocamera aveva registrato l’uscita di Jamal dall’appartamento. Era però tornato dopo appena dieci minuti con un quotidiano in mano. Durante il resto della giornata non si era più mosso e Gallo aveva passato tutto il resto della giornata in camera, tenendo sotto osservazione il monitor del computer.
La svolta era arrivata alle 23:40, quando il sospetto aveva improvvisamente lasciato il suo alloggio. Un’ora insolita per uscire dopo essere stato tutta la domenica a casa. Gallo aveva deciso di scendere in strada e pedinarlo discretamente. Uscendo dall’albergo era passato davanti all’assonnato portiere che non aveva battuto ciglio, probabilmente immaginando una visita notturna a qualche prostituta. Una volta in strada, aveva individuato il sospetto dopo pochi minuti.
Consultò l’orologio da polso, constatando che erano ormai più di venti minuti che seguiva il sospetto. Si chiese se quel tizio non avesse semplicemente voluto farsi una passeggiata prima di andare a dormire. Ad un tratto, Al-Khaldi imboccò una stradina che portava a un parcheggio scarsamente illuminato. L’agente continuò a seguirlo riparandosi dietro ad alcune auto posteggiate. Il sospetto si fermò vicino a un vecchia utilitaria grigia dove ad attenderlo c’era un altro uomo. Gallo li vide salutarsi dandosi tre baci sulle guance. Un puntino rosso comparve nella notte scura, segno che era stata accesa una sigaretta. Si trovava a una distanza di trenta metri dai due uomini, nascosto dietro un’automobile e protetto dall’oscurità. Estrasse il suo palmare, una versione speciale in dotazione agli agenti del D.I.S. Tra le varie funzioni, aveva un ottimo registratore vocale con microfono direzionale che riusciva a captare suoni anche a parecchi metri di distanza. Cominciò a riprendere l’incontro che si stava svolgendo poco più avanti. I cervelloni della Task Force Joa avrebbero avuto un po’ di lavoro per cercare di identificare il secondo uomo. Dopo alcuni istanti di registrazione si accorse che i due uomini stavano parlando a voce troppo bassa, motivo per cui non riusciva a distinguere nitidamente le parole. Occorreva ridurre la distanza. Un’utilitaria nera, a pochi metri dai soggetti, gli avrebbe fornito un eccellente riparo, ma per raggiungerla avrebbe dovuto percorrere allo scoperto una decina di metri. Anche se la zona era quasi completamente al buio, c’era il rischio di essere individuato. Gallo ricordò le parole di Caruso che gli raccomandavano di tenersi a distanza per non correre il rischio di bruciare l’unica pista a disposizione. D’altro canto, quella conversazione avrebbe potuto avere dei contenuti utili per aprire nuove piste. Aveva l’occasione di mettere un punto a segno alla sua prima missione in solitario. Valutò che il rischio era minimo, in confronto all’opportunità che si era presentata. Caruso, alla fine, sarebbe stato contento.
Avanzò lentamente, coperto da alcune auto parcheggiate e tenendo il palmare in mano per continuare a registrare. Arrivò al punto da percorrere senza copertura. Si mosse basso e lento, osservando con la coda dell’occhio i due uomini. Quasi un minuto dopo arrivò dietro l’utilitaria senza essere individuato. Riusciva a sentire le voci dei due uomini: parlavano in arabo. Al corso di addestramento aveva ricevuto qualche infarinatura sulla lingua, ma non riusciva ancora a comprenderla in modo sufficiente. Gli sembrava che stessero parlando di un carico di armi. Cercò di concentrarsi per comprendere meglio la conversazione e così facendo si estraniò dall’ambiente che lo circondava. Un gatto uscì improvvisamente da sotto l’automobile. Gallo istintivamente ebbe un breve sussulto che lo fece muovere un poco all’indietro. La sfortuna volle che urtasse una bottiglia di birra abbandonata. Il tintinnio del vetro sull’asfalto risuonò nell’aria. Il rumore non era stato eccessivamente forte, ma a pochi passi dai due uomini aveva lo stesso valore di un colpo di martello.
«Cosa è stato?» chiese Jamal Al-Khaldi in arabo.
«Non lo so!»
Gallo sentì i passi dei due che si avvicinavano alla sua posizione. Era in trappola! Non poteva fuggire senza essere notato. La sua mente ragionò alla velocità della luce arrivando a un’unica conclusione. Impugnò la pistola che portava all’interno della giacca e si alzò con un movimento fulmineo.
«Mani in alto» urlò puntando la pistola verso Jamal.
Entrambi i sospetti rimasero momentaneamente confusi a causa della sorpresa. Ci volle poco per riprendersi. Senza dire una parola si voltarono di scatto e fuggirono via prendendo due direzioni diverse.
«Merda!» imprecò Gallo.
Dopo un attimo di indecisione, optò per inseguire Jamal. Il fuggitivo attraversò la strada deserta inseguito a ruota da Gallo, che era a tre metri da lui. Jamal passò davanti a un bidone per la spazzatura dove era stata abbandonata una vecchia sedia. La urtò per creare un ostacolo al suo inseguitore ma Gallo, con ottimi riflessi, riuscì a evitarla con un balzo. La corsa proseguì attraversando un’altra strada. Jamal superò un muretto con un salto e si ritrovò in un parco pubblico. Gallo fece lo stesso. La sua ottima forma gli aveva permesso di raggiungere la sua preda. Fece un ultimo sforzo scattando in avanti e colpì la gamba destra del fuggitivo con un calcio. Jamal cadde a terra ruzzolando sull’erba fredda ma non si diede per vinto. Mise una mano nella tasca della giacca ed estrasse il suo coltello. Gallo se ne accorse e gli sferrò un potente calcio in faccia. Il suo avversario urlò di dolore e perse la presa sul coltello. In un attimo l’agente segreto gli fu addosso, premendogli il petto con un ginocchio e appoggiandogli la canna della pistola sulla fronte.
«Allora chi cazzo sei?» chiese raccogliendo il coltello da terra e gettandolo lontano.
«Mi chiamo Jamal. Sono solo un idraulico» rispose sputando un dente che si era staccato dopo il calcio in faccia.
«Perché stavi scappando?»
«Mi hai fatto paura. Ahi! Mi fai male» gemette.
«E che cosa ci fai con quel coltello? Devi aggiustare un lavandino?»
«È per difendermi quando esco la notte.»
Non credeva a una parola di quello che stava dicendo quel tizio, così gli tolse il ginocchio dal petto, sollevò l’uomo da terra e lo appoggiò a un albero. Gli sferrò un potente pugno al ventre e Jamal rimase senza fiato per il dolore.
«Parlami della cellula terroristica, brutto figlio puttana» sbraitò Gallo sputando goccioline di saliva.
«Non so di cosa parli» cercò di difendersi con un filo di voce.
Un altro pugno gli venne sferrato al ventre e Jamal si accasciò a terra dolorante. Gallo lo afferrò per i capelli facendolo alzare in piedi e gli puntò nuovamente la pistola alla tempia.
«Dimmi quello che sai o ti spedisco dal tuo Allah del cazzo.»
A sentire quelle parole l’espressione di Jamal cambiò improvvisamente. Socchiuse gli occhi accennando uno sguardo carico d’odio e sputò in faccia a Gallo un grumo di sangue.
«Con il favore di Allah, tutti gli infedeli come te verranno sterminati.»
Gallo gli sferrò un colpo sul viso con il calcio della pistola. Non aveva più dubbi che fosse un terrorista. Però non c’erano prove a suo carico. Doveva cercare di spaventarlo per ottenere qualcosa subito o Caruso gliela avrebbe fatta pagare.
«Te lo ripeto un’altra volta: parlami della cellula terroristica» chiese puntandogli di nuovo la pistola alla tempia.
Dopo aver vagato per le fredde strade di Torino, Husam era quasi tornato nei paraggi della propria abitazione. Dalla morte di sua moglie sentiva di non avere più uno scopo nella vita e la notizia della scarcerazione di Ambrogio Rossi l’aveva gettato ancora più nello sconforto.
Mentre camminava con aria stanca sentì delle voci provenire dal parco pubblico alla sua sinistra. Non si era ancora ripreso dalla pesante ubriacatura ma, incuriosito, entrò nel parco. Con la vista un po’annebbiata dall’alcol intravide le sagome di due persone sotto un albero. Avvicinandosi lentamente scoprì che una delle due persone era un uomo dai tratti nordafricani con il volto tumefatto e sanguinante. L’altro era un muscoloso uomo biondo che gli puntava una pistola alla tempia. Husam continuò ad avvicinarsi cercando di non fare rumore, mentre sentiva il biondo minacciare di morte l’altro uomo. «Ora ho esaurito la pazienza. Conto fino a cinque e ti ammazzo. Poi ti seppellisco da qualche parte e nessuno troverà mai più il tuo cadavere.»
Quella frase ricordò a Husam il corpo mai ritrovato di suo padre. Tirò fuori la pistola dal giaccone, come in uno stato di trance.
«Non puoi farlo» disse a denti stretti Jamal.
«Tra poco lo vedrai se non posso farlo. Uno!»
Jamal rimase in silenzio.
«Due.»
Husam era a una distanza di dieci metri.
«Non saprai niente da me.»
«Tre.»
Husam sollevò la pistola e la puntò alla nuca di Gallo.
«Sono pronto a morire per Allah.»
«Quattro.»
La detonazione ruppe il silenzio della notte.
Jamal riaprì gli occhi. Non riusciva a credere di essere ancora vivo. Quando si guardò intorno vide il corpo del suo assalitore steso a terra con un buco nella testa. A una decina di passi da lui un misterioso uomo che teneva in mano una pistola.
«Sia ringraziato Allah. Ma chi sei?»
Husam non riusciva a rispondere. Aveva appena cominciato a realizzare che aveva ucciso un uomo. Voleva evitare che quello sconosciuto facesse la fine di suo padre. Probabilmente sarebbe bastato intimare al biondo di gettare la pistola ma gli aveva sparato. Perché l’aveva fatto? Si portò lentamente la pistola alla tempia per farla finita. Ormai era diventato un assassino.
Jamal si avvicinò con cautela al suo salvatore.
«Ehi amico. Non farlo. Mi hai salvato la vita. Se non lo avessi fatto, lui avrebbe ucciso me.»
L’ex maresciallo continuava a rimanere immobile con la pistola puntata alla propria tempia. Jamal si avvicinò a lui e afferrò delicatamente la pistola togliendogliela dalle mani.
«Come ti chiami?»
«Husam» rispose con filo di voce.
«Io sono Jamal. Dobbiamo andare via ora. Vuoi seguirmi?»
«Ho ucciso un uomo» balbettò.
«È vero, ma mi hai salvato la vita. Ora però devi venire via con me. D’accordo?»
«Sì» rispose ancora confuso.
«Dove abiti?»
«Qui vicino.»
«Ok andiamo a casa tua per riordinare le idee. Fai strada.»
I due uomini si incamminarono nella notte in direzione di casa Ferreri.
Arrivarono a casa di Husam dopo cinque minuti. Entrarono nell’appartamento e si levarono le giacche. Il nuovo arrivato osservò il divano sporco di sangue ma non fece commenti. Il padrone di casa afferrò la bottiglia di whisky e ne diede subito una lunga sorsata.
«Ne vuoi un po’?» chiese al suo ospite.
«Mi spiace ma non mi è permesso bere alcolici e penso che neanche tu dovresti bere. Sarebbe meglio un bicchiere d’acqua.»
«Hai ragione.»
Andò in cucina, tornò con un due bicchieri d’acqua e ne porse uno a Jamal. Entrambi bevvero avidamente.
«Cosa voleva quel tizio da te?»
«Penso che fosse un poliziotto, o forse qualcuno dei servizi segreti.»
Husam trasalì portandosi una mano sulla bocca.
«Vuoi dire che ho ucciso un poliziotto?»
Jamal scrollò le spalle.
«Passerò il resto della vita in carcere. Era meglio se mi ammazzavo poco fa.»
«Io ti devo la vita e non permetterò che ti prendano.»
«Perché ti dava la caccia?»
«Criminale, assassino, terrorista, queste sono alcune definizioni che ci danno gli infedeli. Io preferisco definirmi un combattente per la libertà dei popoli oppressi.»
Husam rimase senza parole. Era confuso. Aveva appena ucciso un poliziotto e aiutato un terrorista che per quanto ne sapeva poteva aver ucciso degli innocenti. Nonostante ciò, si sentiva quasi affascinato da quell’uomo. Era cortese ed educato. Il volto aveva dei lineamenti gentili, quasi fanciulleschi. Non era proprio il tipo di terrorista che aveva sempre immaginato.
«Ma voi uccidete persone innocenti.»
«La morte di innocenti è necessaria per il raggiungimento della vittoria. Thomas Jefferson una volta disse che l’albero della libertà va ogni tanto innaffiato con il sangue di innocenti e tiranni. E aveva ragione. Gli stessi americani che ora sono il nostro nemico più grande, poco più di duecento anni fa erano considerati terroristi dagli inglesi. Eppure hanno raggiunto il loro scopo. Peccato che abbiano dimenticato presto cosa significa essere oppressi da qualcuno.»
Husam era sempre più confuso. Continuava a pensare al poliziotto ucciso. Cominciava a sentire di aver fatto la cosa giusta e questo lo spaventò.
«Ora che faremo?»
«Indubbiamente dobbiamo lasciare l’Italia. E la dovranno lasciare tutti i miei compagni. Se sono arrivati a me, potrebbero arrivare a loro. Ora faccio una chiamata per farci venire a prendere. Domani mattina prenderemo il primo treno che ci porterà in Francia e da lì prenderemo un aereo per Beirut.»
«E quando saremo lì cosa farò?»
«Sono in debito con te. Ti aiuterò ricominciare da capo la tua vita ovunque vorrai.»
I due uomini rimasero per un po’ in silenzio. Husam ne approfittò per riflettere sulle sue opzioni. Se fosse rimasto in Italia sicuramente sarebbe stato catturato e avrebbe passato parecchio tempo in carcere. Se invece avesse seguito il suo misterioso ospite avrebbe potuto rifarsi una vita lontano dall’Italia e lontano da tutti i brutti ricordi che aveva. Non c’era altra via d’uscita; doveva fidarsi di Jamal e seguirlo.
«Va bene, verrò con te» disse alla fine.
«Ok, faccio subito quella chiamata.»
Un’ora prima Husam Ferreri stava quasi per spararsi un colpo in testa e ora aveva l’opportunità di una nuova vita. Tutto questo per aver ucciso un poliziotto e aver aiutato un terrorista. Scosse la testa ancora incredulo e andò in cucina per versarsi un altro bicchiere d’acqua, mentre l’uomo a cui aveva salvato la vita prese in mano un telefono cellulare.