CAPITOLO 2

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CAPITOLO 2 Periferia di Milano, 23 novembre 2013 Il centro commerciale era fin troppo affollato anche per essere un freddo sabato pomeriggio di fine novembre. La corsa ai regali natalizi era ufficialmente cominciata. La giornata fuori era veramente fredda e come se non bastasse soffiava un vento gelido. Dentro, invece, centinaia di persone si affollavano lungo i corridoi dell’edificio e ogni negozio era straripante di visitatori, alcuni facevano acquisti e altri curiosavano solamente. C’era un fast food che serviva panini con hamburger a getto continuo, mentre numerosi bar preparavano litri di caffè e le code alle casse erano lunghissime. Nicholas Caruso immaginò che fosse un’ottima giornata per i commercianti, anche se trovava esagerato che tutti i negozi fossero già addobbati per Natale. Secondo lui era una cosa che rendeva la festa niente più che un affare commerciale. Ricordava che quando era bambino gli addobbi natalizi facevano la loro comparsa nei negozi a inizio dicembre e l’albero a casa si faceva rigorosamente non prima dell’otto dicembre. In quel momento si trovava al livello superiore del centro commerciale, appoggiato alla ringhiera e stava osservando il fiume di persone che si muoveva senza sosta sotto di lui. Nel frattempo stava fingendo di mandare un sms con il suo telefono. Dopo alcuni secondi ripose l’apparecchio in una tasca del pesante cappotto di montone che indossava tenendolo sbottonato a causa del caldo all’interno dell’edificio. Si voltò e si incamminò per raggiungere il piano terra; una donna, molto attraente, gli lanciò uno sguardo interessato. Sapeva di piacere alle donne: nonostante un’incipiente calvizie che nascondeva rasandosi la testa ogni due o tre giorni, era un trentacinquenne in ottima forma, alto e muscoloso. Utilizzò la scala mobile e poco dopo si trovò al piano terra. Un uomo gli tagliò la strada tenendo per mano un bambino piagnucolante. Un piccolo bar con una decina di tavoli si trovava a pochi metri da lui. Facendosi largo con calma tra la folla, vide l’uomo che stava seguendo da venti minuti. Era il suo contatto e, prima di avvicinarlo, aveva voluto sincerarsi che non fosse seguito. «Ehi che ci fai qui?» disse con un ampio sorriso. L’uomo finse stupore e si alzò in piedi allungando la mano verso il nuovo arrivato. «Ciao. Ma da quanto tempo non ci vediamo...» I due si strinsero la mano. «Io sono qui a perdere un po’ di tempo. E tu che fai?» «Io lo stesso.» Risero entrambi, poi l’uomo seduto al tavolino chiese «Perché non ti siedi un po’?» «Va bene! Così ordino un caffè.» La scenetta fu recitata nel caso che gli fosse sfuggito qualcuno intento a controllare il suo contatto. Nicholas Caruso faceva parte dei servizi segreti italiani, denominati Dipartimento Informazioni della Sicurezza (D.I.S.), che si occupano di coordinare l’intera attività di intelligence. In particolare, apparteneva a un nuovo gruppo chiamato Task Force Joa, creata dal direttore del D.I.S un anno prima, allo scopo di occuparsi esclusivamente di controllare quel gruppo di terroristi che stava diventando sempre più minaccioso. Si componeva di una cinquantina dei migliori agenti disponibili, tra cui proprio Caruso. Il direttore del D.I.S., Paolo Sartori, si occupava personalmente di gestire il gruppo. L’uomo ora seduto al tavolo con Caruso era un infiltrato in una cellula del Joa a Milano e si chiamava Bashir. Pochi giorni prima, in Liguria, c’era stato uno scontro a fuoco tra un uomo e degli agenti della Polizia Stradale in cui erano morte sette persone. Tutto lasciava supporre che il Joa c’entrasse qualcosa e Caruso voleva vederci chiaro in quella vicenda. Sperava che il suo contatto potesse dargli delle informazioni utili. Bashir aveva un passato da svaligiatore di appartamenti. Si era dimostrato molto abile a sfuggire per due volte all’arresto. Quando era stato finalmente catturato dalla polizia, i servizi segreti avevano deciso di reclutarlo per infiltrarlo in una cellula terroristica dormiente operante nel nord Italia. In cambio, avevano promesso la cancellazione della pena detentiva e un cospicuo compenso al termine del lavoro. Caruso era il suo unico contatto e da circa otto mesi si incontravano saltuariamente sempre in posti diversi per aggiornamenti sulla situazione, anche se fino a quel momento i progressi erano stati scarsi. «Che hai da dirmi della Liguria?» «C’è qualcosa di grosso che bolle in pentola. Quel furgone era carico di armi destinate a una cellula dormiente in Piemonte.» «Cazzo, un’altra cellula? Non ne sapevamo niente.» «Nemmeno io ma l’ho saputo dal mio comandante. Da quando è successo il fatto c’è molto nervosismo tra i miei compagni. Ieri c’e stata una riunione d’emergenza dove mi hanno dato informazioni che non conoscevo. Finalmente cominciano a fidarsi di me.» «Qualcosa si sta muovendo. Che cosa ti hanno detto?» «Primo: esistono due cellule in Italia. Quella nostra di Milano e quella di Torino. Tutta gente che vive in Italia da anni. Secondo: anche noi dovremmo ricevere nei prossimi giorni un carico di armi.» Caruso serrò i pugni reprimendo l’irritazione. «Questo potrebbe volere dire che stanno preparando un attentato a breve.» «Potrebbe essere ma io non ho ancora accesso a queste informazioni. Purtroppo non si fidano ancora abbastanza per dirmi che cosa sta succedendo. Però, mi hanno fatto il nome del comandante della cellula di Torino. Era lui che aspettava il carico d’armi.» Fece una pausa cambiando posizione sulla sedia e poi continuò: «Se dovessero compiere un attentato, voi dovete tirarmi fuori prima che sia troppo tardi. Io sono un ladro ma non uccido le persone.» «Stai tranquillo. Ne abbiamo già parlato. Quando avremo tutte le prove necessarie li sbatteremo dentro.» L’informatore parve rasserenarsi perché aveva ribadito un punto importante per lui. «Va bene. Volevo solo essere chiaro.» «Qual è il nome?» «Jamal Al-Khaldi. Dovrebbe vivere a Torino.» «Ok, ottimo lavoro» si congratulò Caruso. Arrivò una graziosa cameriera con il caffè per l’agente dei servizi segreti. Mentre versava una bustina di zucchero, Caruso decise di cambiare argomento per alleggerire la conversazione. «Come sta la tua famiglia?» Bashir aveva lasciato in Tunisia la moglie e un figlio di tre anni. Era emigrato in Italia quando c’era stata la rivolta contro il Presidente Ben Ali. Aveva promesso alla moglie che sarebbe tornato dopo aver racimolato abbastanza soldi per fare vivere bene la propria famiglia. Purtroppo per lui, le cose non erano andate come sperava ed era finito a svaligiare appartamenti con una banda di tunisini. Ora invece svolgeva il pericoloso lavoro di infiltrato e non era proprio quello che aveva sperato. Sempre che non l’avessero ammazzato prima, alla fine dell’incarico avrebbe però avuto abbastanza soldi per tornare a casa e vivere dignitosamente. «Stanno bene» rispose l’infiltrato. «Ho sentito mia moglie due giorni fa. La situazione in Tunisia si sta normalizzando. I posti di lavoro stanno aumentando e la gente comincia a stare meglio. Vuole che torni a casa.» Caruso bevve un sorso di caffè e cercò di rassicurare il suo interlocutore. «Stai tranquillo che tra poco ci torni, a casa. Ormai credo che siamo verso la fine di questa vicenda. Tieni duro un altro po’.» «Sì, se non mi fanno fuori prima.» «La tua copertura è perfetta. Fino ad ora sei stato eccezionale. A proposito, tua moglie continua a non sapere quello che fai, vero?» «No, lei pensa che lavori in una fabbrica.» «Ok, questa è una cosa importante» disse portandosi alle labbra la tazzina del caffè. Dopo qualche minuto, Caruso decise che era arrivato il momento di terminare l’incontro. «Adesso alzati e salutami. Io rimango a controllare la situazione.» «Va bene. Ciao.» «Ciao Bashir. Sii prudente, mi raccomando.» Si salutarono con una stretta di mano e un abbraccio, a beneficio di eventuali osservatori. Caruso rimase seduto al tavolino per un po’, seguendo con lo sguardo l’informatore mentre si allontanava e cercando di capire se c’era qualcuno che lo pedinava. Gli sembrò che anche quella volta tutto fosse a posto. Passati alcuni minuti, pagò il conto e si alzò incamminandosi tranquillamente verso l’uscita, fermandosi ogni tanto in un negozio. Entrò anche in una profumeria e acquistò un regalo per sua moglie. Magari qualcuno osservava lui, e dirigersi subito verso l’uscita poteva sembrare sospetto. Quando uscì dal centro commerciale, fu assalito da una folata di vento gelido. Si abbottonò il cappotto ed estrasse il suo telefono cellulare speciale impossibile da intercettare. Compose il numero del suo superiore. «Pronto?» «Sono Nicholas. Ho delle nuove informazioni. Devo vedere il direttore. Oggi è in ufficio?» «Sì, c’è. Quando arrivi?» «Tra mezz’ora prendo un treno ad alta velocità. Sarò da lui per le diciannove.» «Ok. Ciao.» «Ciao.» La comunicazione si interruppe. Sollevò il bavero della giacca e si mise le mani nelle tasche. Faceva davvero freddo. Si incamminò verso la vicina fermata della metropolitana che l’avrebbe portato alla stazione di Milano Centrale. ROMA, Sede del D.I.S Il direttore del D.I.S., Sartori, lo stava aspettando nel suo ufficio. Era un uomo dall’aria austera, con i capelli brizzolati tagliati corti e occhiali con una montatura molto fine. Indossava sempre eleganti completi scuri. «Salve Caruso. Siediti.» Nicholas scelse una delle due sedie davanti alla scrivania. L’invito a sedersi era il massimo della cortesia, il direttore non era famoso per la cordialità. Non era sposato e anche se era molto capace nel suo lavoro, aveva qualche difficoltà con i rapporti umani. «Mi pare di capire che hai delle informazioni sui fatti di Spotorno. Giusto?» «Esatto. Ho incontrato il mio informatore. Dice che quel furgone trasportava un carico d’armi per una cellula in Piemonte.» «Un’altra cellula?» «Sì. Ha aggiunto che anche la sua cellula deve ricevere un carico d’armi a breve.» «Stanno organizzando qualcosa. Significa che dobbiamo prendere sul serio l’ultima minaccia del Joa.» «Penso di sì. Bashir non è a conoscenza dei piani ma ha sentito il nome di una persona che vive a Torino. È il comandante della cellula in Piemonte.» «Ok manderò subito qualcuno a verificare.» «Posso andarci io.» «No, ho bisogno di te per un altro lavoro. Mando Gallo, che è già a Milano. Può raggiungerlo in un paio d’ore e cominciare a dare un’occhiata in giro.» «Signore, non penso che sia una buona idea. Credo che non sia ancora pronto per lavorare da solo.» «Gallo era un ranger dell’Esercito, non un poppante. Sa badare benissimo a se stesso. E poi sono a corto di uomini. Ci stanno facendo girare come trottole. Troppe piste da seguire e pochi uomini. Deve solo cominciare a preparare il terreno e lunedì lo faccio raggiungere da una squadra di sorveglianza al completo.» «So bene che sa badare a se stesso ma non è questo che mi preoccupa. Ha la tendenza a disobbedire agli ordini. Ricorda che l’hanno buttato fuori dai ranger proprio per questo? So che è un ottimo elemento ma ha ancora bisogno di qualcuno che lo tenga d’occhio.» «Diavolo, non sei mica sua madre!» affermò Sartori con un tono esasperato. «È arrivato il momento che inizi a camminare con le sue gambe. Deve solo trovare quell’uomo e cominciare a ottenere informazioni preliminari. Che casini vuoi che combini?» «Quel ragazzo ha troppa voglia di farsi notare. La mia paura è che possa compiere delle mosse avventate e...» «La questione è chiusa» replicò seccamente Sartori. «Come desidera» disse a denti stretti Caruso. «Però preferirei contattarlo personalmente.» Milano, appartamento di Alessio Gallo Il suono di un telefono lo riscosse dal sonno. Alessio Gallo aprì gli occhi e si guardò intorno per focalizzare la situazione. Si trovava nel letto della casa che aveva affittato a Milano e vicino a lui stava dormendo una splendida brunetta. Dormiva su un fianco coperta solo dal lenzuolo di seta, dal quale faceva capolino un prosperoso seno. Ora ricordava. L’aveva conosciuta la sera prima in una discoteca dove si ballava musica latinoamericana. Avevano ballato e bevuto fino alle quattro del mattino e dopo se l’era portata a casa. Avevano fatto sesso un paio di volte e si erano addormentati. Qualche ora di sonno, uno spuntino veloce e poi ancora sesso. Guardò l’orologio della radiosveglia. Cazzo! Erano le sette e venti di sera! Prese in mano il cellulare mentre la donna accanto a lui cominciò a mugugnare, disturbata dal suono del telefono. Si alzò in piedi e lo specchio dell’armadio gli rimandò l’immagine di un uomo completamente nudo con un fisico muscoloso, capelli biondi e occhi azzurri. Rispose finalmente al telefono. «Pronto?» La voce era impastata. «Che cos’è ’sta voce?» Gallo riconobbe immediatamente Caruso. «Niente. Sono solo raffreddato» rispose, cercando un paio di mutande nel cassetto della biancheria. «Cazzate. Ricorda che io ti ho addestrato e so cosa combini il fine settimana. Al momento sei solo?» «No, ma mi sposto in un’altra stanza. Adesso posso parlare.» «Ho un lavoro per te. Devi andare a Torino e trovare un certo Jamal Al-Khaldi. Potrebbe fare parte di una cellula terroristica piemontese. Per ora devi solo trovarlo e tenerlo d’occhio. Nessun contatto. Lunedì arriva una squadra per iniziare una sorveglianza più stretta. Capito?» «Sì, va bene, mi tengo a distanza. Come procedo se scopro qualcosa di sospetto?» «Ti ho detto che devi stare a distanza per il momento. Filma tutto quello che ti pare sospetto ma non intervenire assolutamente. Questo è l’unico nome che abbiamo. Non dobbiamo bruciarlo.» «Va bene, capo. Ti chiamo quando sarò sul posto.» «Ok. Fa’ attenzione, mi raccomando. Niente colpi di testa. Ciao.» «Stai tranquillo. Ciao.» Gallo interruppe la chiamata infastidito dalle eccessive raccomandazioni di Caruso. «Non sono mica un fottuto ragazzino. Ero un ranger. Forze speciali, cazzo!» pensò il giovane agente. Con i suoi venticinque anni e l’esperienza militare in un reparto d’élite si sentiva invincibile. Era stato tre anni nei ranger del Battaglione paracadutisti Monte Cervino ed era il migliore del suo corso. Un giorno, durante una missione in Afghanistan, aveva disobbedito a un ordine e un compagno era morto. Era stato processato per direttissima e cacciato dall’Esercito. Quando sembrava che la sua carriera fosse finita era stato contattato da un uomo che gli aveva proposto di lavorare nei servizi segreti. Inutile dire che aveva accettato con entusiasmo. Aveva ricevuto un addestramento speciale e successivamente era stato affidato a Nicholas Caruso. Fino a quel momento aveva sempre lavorato con l’agente più anziano ma finalmente era arrivato il momento della sua prima missione da solo. Tornò in camera per svegliare la donna che ancora dormiva nel suo letto. Non ne ricordava neanche il nome. La prese per un braccio e la scosse delicatamente. «Ehi piccola, mi spiace ma devo andare a lavorare.» Lei aprì gli occhi e chiese « Non avevi detto che saremmo andati a cena stasera?» Il giovane ricordò la promessa della cena e di averle raccontato di essere un agente immobiliare. «Cambio di programma. Il mio capo mi ha chiesto di fare vedere una casa a dei clienti. Sembra un grosso affare.» «A quest’ora di sabato sera?» chiese scettica, inarcando un sopracciglio. «Ogni ora è buona per fare un affare.» La donna si mise a sedere, stiracchiandosi. «Va bene, mi faccio solo una doccia veloce.» Si alzò infastidita dal letto senza badare a coprire il corpo nudo. Era convinta che il suo nuovo amante volesse scaricarla ma non se ne curò più di tanto. Il mare era pieno di pesci. Gallo osservò il fondoschiena della donna mentre si dirigeva verso il bagno. «Devo assolutamente rivedere questa ragazza affamata di sesso. Prima però devo ricordare come si chiama» mormorò a se stesso. Caruso infilò il telefono in tasca e rimase qualche secondo a riflettere. Si sentiva poco tranquillo a mandare da solo il ragazzo. Secondo lui non era ancora pronto. Certo, aveva delle ottime capacità, ma era ancora troppo impulsivo. A volte non si soffermava a ragionare sulle opzioni che aveva a disposizione. Alla fine decise che non doveva preoccuparsi. In fondo, la missione era alla sua portata. Niente sarebbe andato storto, se avesse obbedito agli ordini.
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