Autostrada E35 (Svizzera), 22 novembre-4

1191 Words
La scritta in sovraimpressione era in tedesco e riportava: due cadaveri ritrovati nella zona di Basilea. Un brivido percorse la schiena di Ferrone quando la Toyota venne inquadrata meglio. Dei tizi dotati di guanti di lattice stavano estraendo dal baule il suo trolley e la borsa del notebook. Nella sua mente si rincorsero decine di scenari disastrosi. La Polizia Cantonale era di certo già risalita al suo nominativo dalla targa del veicolo. Il notebook era un problema relativo. Non conteneva troppi dati personali, se non qualche decina di foto di lui ed Emanuela, qualche irrilevante e-mail privata e le sue schede di allenamento. Non c’era nessun riferimento alla sua carriera militare e, inoltre, il notebook era protetto con il sistema di crittografia Bitlocker di Windows. Se la Polizia svizzera avesse voluto accedere ai dati, avrebbe dovuto perdere qualche ora per violare l’apparecchio. Ok, sanno che devono cercare tale Paolo Ferrone, che abita a Livorno. Quindi hanno sicuramente aumentato i controlli alla frontiera con l’Italia, nelle stazioni e negli aeroporti. Sarà solo questione di tempo prima che vengano a sapere chi sono, appena la Polizia elvetica s’interfaccerà con quella italiana per acquisire informazioni. Scosse la testa e rifletté sul fatto che ora era sospettato della morte dei due sicari. Si concentrò sulle immagini trasmesse per verificare che non apparisse una sua fotografia. Dopo una manciata di secondi il video fu sostituito dalle solite previsioni meteorologiche. Almeno non sta circolando un mio identikit. Meglio così. Si alzò, andò di nuovo alla toilette prima di saldare il conto alla cassa, dove all’ultimo momento comprò da un espositore delle barrette al cioccolato. Aveva calcolato che ora avrebbe dovuto fare almeno venti minuti a piedi per il suo nuovo checkpoint. Una volta fuori dal locale, non prese la strada più breve bensì quella che garantiva il maggior affollamento di persone possibili, in modo da potersi confondere e mitigare ogni possibile attacco del Consorzio. Si ritrovò a camminare sul Lungolago. L’elegante viale alberato dava su un paesaggio serale spettacolare. Il Lago Maggiore si presentava come una lastra di alabastro che rifletteva le luci della città. I contorni delle montagne a cornice del lago erano stati inglobati dal cielo del dopo tramonto. Su di esse gli agglomerati luminosi di case e aggregati urbani le punteggiavano dandogli dei volumi tridimensionali. Monumenti di velluto blu scuro cosparsi di luci gialle e arancioni. Ferrone non era in grado di apprezzare tale bellezza, i suoi occhi erano concentrati a verificare il lungo pontile di legno e le decine di imbarcazioni ormeggiate, tutto sommato piuttosto omogenee. In gran parte si trattava di natanti motorizzati o a vela da massimo sei passeggeri. Quasi tutte le barche erano coperte con teli plastici per proteggerle dagli agenti atmosferici. Ma sono tutte barche da ricconi? Possibile che non ci sia nessuna barchetta da persona normale? Il suo piano non poteva cadere per un simile dettaglio. Guardò l’orologio. Mancava poco alle diciannove e faceva freddo sul serio. Intorno a lui le persone stavano iniziando a scomparire. Da quelle parti si cenava molto presto nella brutta stagione. Gli unici pazzi ancora presenti erano dei giocatori di tennis che si stavano affrontando come invasati all’interno di campi illuminati a giorno. Ferrone proseguì sul marciapiede e vide finalmente qualcosa che andava bene per il suo piano. Continuò a camminare senza soffermarsi su ciò che aveva appena visto. Ora doveva solo trovare un posto dove nascondersi per le successive quattro ore. Un’ora più tardi la gente era scomparsa dalla vista, complice l’intensa umidità e una brezza proveniente dal lago. Ferrone si avvicinò a un casotto recintato alla fine della banchina. Diede un paio di occhiate attorno e si avvicinò al lucchetto della porta che chiudeva la recinzione. Valutò che la luminosità ambientale fosse sufficiente per creare gli strumenti di cui aveva bisogno. Appoggiò lo zainetto sul terreno ghiaiato ed estrasse il rotolo di filo d’ottone. Prese quindi la pinza multiuso e tagliò un segmento di filo lungo una quindicina di centimetri. Con le dita lo modellò per ottenere un attrezzo metallico lineare con una certa rigidità, anche se dovette modificare la testa con la pinza per mimare la forma zigzagante di un fulmine disegnato. In meno di sei minuti Ferrone aveva creato un attrezzo di base per poter scassinare una serratura. Recuperò la chiavetta a brugola più sottile del kit. Con i due manufatti prese in mano il grosso lucchetto posto sulla porticina. Lo soppesò per un istante. Quindi, infilò la testa della brugola alla base del foro della chiave incastrandola dentro e con estrema cautela inserì il secondo attrezzo. Con un sapiente dosaggio di forza e sensibilità delle dita, Ferrone riuscì ad aprire il lucchetto. Il trucco consisteva nel mantenere con la brugola una pressione variabile e adattiva al senso di rotazione del cilindro della serratura. Allo stesso tempo, con la punta sagomata a fulmine del secondo attrezzo, occorreva “far credere” ai cilindretti a molla della serratura che era stata infilata una chiave allineata alla mappa di apertura. Nel giro di venti secondi tutti i cilindretti vennero allineati verticalmente e il cilindro fu libero di ruotare in senso orario. Il lucchetto si aprì con un clic di soddisfazione pura. Ferrone si sentì appagato: ogni serratura violata con grimaldelli improvvisati era un piccolo premio. Entrò all’interno della recinzione, richiuse la porticina ed entrò nel casotto. Dallo zaino estrasse una piccola torcia a led che aveva prelevato dal kit medico sulla BMW. Tenendo una mano davanti al bulbo, per schermare il potente fascio di luce bianco, esaminò l’interno dello stretto locale. Era una specie di minuscolo e claustrofobico riparo per attrezzi e oggetti vari. Alcuni salvagente sverniciati, sagole, manufatti metallici che per Ferrone potevano essere dei pezzi di ricambio per i natanti, alcuni barattoli di resine varie e vernici. Abbassò il fascio di luce e trovò quello che sperava fin dall’inizio: due robusti remi di legno che avevano visto tempi migliori, ma ancora utilizzabili. Un sorriso si disegnò sulle sue labbra: la fortuna ricompensava sempre gli audaci. Controllò il quadrante fluorescente del Luminox al polso: avrebbe dovuto aspettare cinque ore abbondanti prima di entrare in azione. Si sedette sul pavimento freddo e spense la torcia a led. Per un attimo, immerso nel buio, si abbandonò ai suoni ambientali. La superficie del lago era talmente calma che non riusciva a percepire nessun sciacquio. Era invece distinguibile il rumore dello scarso traffico stradale. Si tolse la chiave dalla tasca posteriore dei pantaloni e la tenne vicino a sé. Se fosse entrato qualcuno lo avrebbe prima abbagliato con la torcia elettrica poi lo avrebbe massacrato con il pesante utensile. Strumento efficacissimo a cortissima distanza, e senza fare il baccano come quello che poteva fare la pistola che ancora aveva in tasca. Si augurò, quindi, che quel luogo non fosse meta di adolescenti in cerca di privacy. In tal caso non avrebbero avuto una conclusione di serata da incorniciare. Ferrone cercò una posizione comoda, ma s’impose di non addormentarsi. Il freddo era pungente e nonostante avesse degli abiti adeguati, non poteva permettersi un principio di ipotermia. Per quella ragione cercò di restare vigile cercando un modo di gestire la situazione una volta tornato in Italia.
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