Chapter 4

1120 Words
1. Dieci anni dopo Piove, come quel giorno, e c’è lo stesso greve silenzio che sa di morte. La lama del pugnale si conficca nella corteccia con un colpo secco. Centro. Cammino fino all’albero, stacco il pugnale dal tronco e torno indietro. Lancio di nuovo. Di nuovo centro. Veil mi fissa, come sempre. Il pugnale si conficca, vibrando, nella corteccia. Dalla ferita cola una resina giallo scuro. Estraggo ancora una volta il coltello e lo rinfodero. Mi siedo fra l’erba, a gambe incrociate. Veil fa un cenno quasi impercettibile con la testa. Seduto sullo spuntone di roccia, si scuote l’acqua dai lunghi capelli. Chiude le palpebre e rivolge il viso al cielo: quando non vedo più i suoi occhi di demone mi sembra solo un ragazzo come gli altri. No, lui non è come gli altri: Veil è talmente bello da suscitare paura, si vede anche quando chiude gli occhi. La sua bellezza non è umana, ti costringe a distogliere lo sguardo. È il simulacro di tutti i peccati. Nella sua perfezione angelica risiede l’oscuro potere dei Thulir. Siamo insieme da dieci anni, oggi. Conto i giorni dalla morte di mio padre, dal momento in cui sono rimasta sola col demone. Sono sola, esattamente come Veil. I nostri padri sono morti la stessa notte, si sono uccisi a vicenda. Mio padre riposa sotto la quercia, il suo è stato fatto a pezzi e gettato in un pozzo. Veil ha visto tutto, ma non importa. I demoni del vento hanno cuori più forti di noi umani. Lui non capirà mai come mi sento. Mi alzo, all’improvviso, afferro le catene, che risuonano cupe fra le mie mani. Veil mi segue, senza staccarmi gli occhi di dosso. Mi guarda sempre, lo fa per intimidirmi: il suo sguardo mi pugnala, mi fa sentire debole, sull’orlo dell’abisso. “Posso ucciderti quando voglio, anche in catene” sembra dire. Lo trascino con me. Devo trovare un rifugio, non sopporto più la pioggia. Il rudere della vecchia abbazia sorge sulla collina, è infestato dall’erba alta e la pioggia ne cancella i contorni. Non mi piacciono le chiese abbandonate, odorano di morte e mi fanno sentire responsabile di atrocità che non ho mai commesso, ma è l’unico rifugio che sono riuscita a trovare. La vegetazione ha invaso l’interno, il tetto è in parte crollato, ma l’altare, in fondo, è ancora coperto da un lembo di tetto. Aggiro la profonda crepa nel pavimento, facendo attenzione ad avere sotto controllo il demone. Accorcio la distanza fra noi, avvolgendo le catene attorno al braccio. Striscio con la schiena contro la parete, con lui al mio fianco. Non lo sto guardando, ma so che mi sta fissando e ride di me e delle mie stupide precauzioni. Quando siamo accanto all’altare, di nuovo lascio andare le catene e siedo sui gradini esausta come se avessi attraversato l’intero pianeta. Veil è in piedi, davanti a me. «Stenditi» ordino. Lui obbedisce, senza una parola si distende supino sul pavimento. I suoi occhi, le fiamme verdi del peccato, osservano la volta celeste. Veil non teme la pioggia, il vento, la fame, la Natura non gli farà mai del male. Osservo il suo corpo snello e muscoloso, il torace forte che si alza e si abbassa, mentre respira. Mi concedo di sospirare, solo un momento: il mio fiato è caldo come fuoco, lo lascio andare nella notte senza rimpianti. L’aria è umida e gelata, qui dentro, e la pioggia che mi ha inzuppato gli abiti mi fa rabbrividire. Osservo l’acqua che scivola lungo le colonne grigio scuro e la mia mente vaga, intirizzita. Lakar, demoni dei fiumi. Urgor, demoni degli alberi. Batheg, demoni delle caverne. Thulir, demoni del vento. I Lakar non hanno alcun valore di mercato. Lasciali in pace, non sprecarci tempo, ma se proprio sei costretta, uccidili. Gli Urgor sono l’unica specie di demone a essersi integrata con noi: docili e leali, sono servi perfetti. Puoi fidarti di loro, almeno finché in giro c’è un padrone con una frusta. I Batheg sono perfetti per scavare cunicoli nelle miniere, ma non è facile gestirli. Astuti, bugiardi e subdoli: nessuno vorrà mai comprarli. Uccidili ogni volta che puoi: meno Batheg ci sono in giro, meglio sarà per noi. I Thulir sono preziosi. Cattura un Thulir e i monaci del Tempio pagheranno tanto oro quanto pesa per averlo. Un Thulir troppo giovane non vale quasi niente: i suoi poteri sono ancora acerbi, ma un Thulir nel fiore della gioventù può farti diventare ricca. Una volta incatenato, il demone sarà costretto a fare ciò che vuoi: puoi ordinargli di cacciare per te, di uccidere per te. Sarà la tua arma, il tuo schiavo. Non allearti mai con un Thulir, anche se ti sembra benevolo. Non fidarti della sua parola. Non lasciarti sedurre dalla sua bellezza. Un Thulir non scende a patti, non nutre affetto. Un Thulir può essere solo due cose: un tiranno o uno schiavo. Le parole di mio padre mi risuonano in mente, come se lo avessi davanti ora. Sono stanca, dovrei mangiare e dormire, ma non posso concedermi né l’una né l’altra cosa. Così mi stringo nelle braccia, provando a scaldarmi. «Hai freddo?» La voce di Veil è bassa e dolce, ma il suo sorriso è malvagio. Di solito non parla, si limita a osservarmi, ma quando lo fa, qualcosa mi si rimescola dentro. Non posso fare a meno di trasalire e lui lo avverte. Dentro sento crescere la rabbia: sono patetica. Lui è in catene e io ho paura. Se fosse meno bello, se fosse orrido e marcio come il suo cuore, se la sua voce non fosse il mormorio delle stelle sull’acqua, allora saprei cosa fare, potrei difendermi, non sentirei più nulla, sarei libera. «Puoi venire più vicino». La sua voce è sensuale e piena di sarcasmo, scivola sulla mia pelle come una carezza lasciva. Veil mi sfida ancora una volta, perché sa che la sua vicinanza mi provoca un terrore caldo, attraente come un abisso, come l’urlo del vento e il silenzioso morire delle stelle. Alzo lo sguardo: il cielo è una massa confusa e la luna è scomparsa in un grigio famelico. Non voglio guardare il demone, ogni volta che lo fisso, mi sembra di cadere nel vuoto dei suoi occhi. «Stai zitto» sibilo, tendendo la catena. Veil scatta su, agile come un gatto. Il suo volto si distorce in una smorfia di dolore, il sangue torna a scorrergli sui polsi. Provo un piacere sottile e colpevole davanti alla sua sofferenza. «Stai zitto» mormoro ancora e la mia voce è il battito di ali polverose contro un vetro scheggiato. Smette di parlare, smette di guardarmi e per un momento, un terribile ed eterno momento, senza il suo sguardo addosso mi sento mutilata.
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