Chapter 5

1544 Words
2. Il ragazzino dagli occhi chiari mi guarda e sorride, porgendomi qualcosa: è un ciondolo d’argento, che brilla al chiaro di luna. Alzo la testa: siamo seduti davanti alla piccola casa delle Lande Barbare, fra l’erba. Da qualche parte, mia madre e mio padre sono impegnati nelle loro faccende. Torno a guardare il ragazzo, allungo la mano per prendere il ciondolo, ma lui chiude a pugno le dita e scuote la testa. «Non ne sei degna» mormora. Dai suoi occhi azzurri ora colano lacrime insanguinate. Il ragazzino stringe il pugno teso verso di me e di colpo le fiamme lo avvolgono. Un urlo silenzioso mi esce dalla gola: anche la casa brucia. Vorrei alzarmi, ma mi sento schiacciare a terra. Osservo, impotente, il ragazzino disfarsi nel fuoco. Brucia il suo viso, bruciano le mani, gli abiti e, mentre brucia, continua a fissarmi. Attraverso le fiamme vive, mi scrutano occhi verdi, dalla pupilla sottile. Non piove più. L’alba è bianca come la mano di un morto. Ho trascorso le ore tra stelle e incubi, osservando, di nascosto, il profilo perfetto del suo viso stagliarsi sulla notte e sulle vecchie pietre umide. Mi alzo, non sento più le gambe e devo sgranchirle prima di poter riprendere a camminare. Veil segue ogni mio movimento, finché lo costringo ad alzarsi. «Sei stanca» mi dice, e gli smeraldi nei suoi occhi brillano di scherno. «Sei sicura di voler riprendere il cammino?» «Stai zitto». «Potremmo restare qui, per un po’. Non è male. Ti porterei da mangiare». «Tu porti solo dolore, demone. Sta’ zitto e cammina». Abbandoniamo i ruderi e proseguiamo nel bosco. Attraverso le cime impenetrabili degli alberi, il cielo appare cupo come stagno. L’aria afosa e umida rende appiccicosa la pelle, un sudore vischioso mi cola sulla schiena. Ho la testa pesante, chiusa in una tenaglia arroventata: a ogni passo replica una fitta alla tempia che mi piega la bocca in una smorfia amara. Dopo un’ora di cammino, sono costretta a fermarmi di nuovo. Detesto la mia debolezza e odio ancora di più che lui possa vederla. Nel groviglio inestricabile di alberi e piante, individuo una piccola costruzione in cemento, circolare. Ha ancora il tetto integro e dentro è umida e bagnata, ma, in fondo, lo sono anche io. L’aria è opprimente come in una tomba, ma almeno gli occhi del demone qui non possono raggiungermi. Mi stendo di lato, tirandomi le ginocchia al petto, con le catene avvolte attorno alle braccia e mi concedo un crollo. Lacrime di stanchezza scavano solchi sul mio viso, mi mordo le labbra e reprimo i singhiozzi. Sento la forza del demone, incatenata nell’Acciaio di Nebbia, che scorre dalle sue vene alle mie, piccole scariche di potere che mi attraversano il corpo. I battiti accelerano, un sudore freddo mi bagna la pelle, minuscole goccioline come bolle di energia pronta a esplodere. Smetto di piangere, impegnata a convogliare il potere demoniaco in un luogo della mente dove non bruci. Dormo male, svegliandomi di continuo, il sonno è un tormento fatto di occhi verdi come fiamme e di labbra che si piegano in crudeli sorrisi, di ciondoli che brillano alla luce della luna e di corpi che bruciano. Non ne sei degna. Mi sveglio di soprassalto, col terrore di aver lasciato il demone libero. Mi alzo ed esco fuori dal rifugio. Non so quanto tempo è passato, ma l’aria è talmente plumbea che sembra notte di nuovo. Invece un sole livido, come formaggio andato a male, filtra fra il fogliame. Non c’è un alito di vento e si fatica a respirare. Veil è seduto e alza il viso, quando esco. «Non hai l’aria riposata» dice, beffardo. Non lo guardo, mi siedo distante da lui, ma abbastanza vicina da controllarlo. La testa mi scoppia, devo chiudere gli occhi. Le catene tintinnano e bruciano fra le dita. Con un gemito, mi stendo sull’erba umida. L’aria è più fresca qui fuori e il sonno mi preme sugli occhi. Riesco a dormire ancora un po’. Quando mi sveglio, il mondo sta crollando nel buio. È ora di ripartire, mi alzo e do uno strattone alle catene. Veil fa una smorfia, vedo nei suoi occhi guizzare una scintilla di odio che mi fa tremare le gambe, ma poi si alza, docile, e mi segue. Quando diventa troppo buio, prendo la torcia a energia solare di mio padre e un bagliore lugubre irraggia le ombre del bosco. Cammino finché non trovo un corso d’acqua, è largo un paio di metri e sulle sue acque si riflettono le stelle. Sono rari i fiumi: mi inginocchio a riempire la borraccia e bevo fino a sentire lo stomaco scoppiare. L’acqua è vita, perciò decido di seguirla. Le stelle ribollono nel fiume, mi fissano dall’alto e dal basso e io scivolo fra di loro come un fantasma. Il mio corpo è a pezzi. Procediamo, in silenzio: la larghezza dell’alveo si è ridotta, l’acqua scorre fra i massi, confinata tra due alte sponde. Muovo un piede dietro l’altro, il terreno si sbriciola sotto i miei passi. Il Thulir cammina davanti a me senza voltarsi. Lo seguo, stringendo nella mano il capo della catena: se qualcuno potesse vederci ora, non saprebbe distinguere il padrone dallo schiavo. Il metallo diventa caldo quando Veil si muove, a volte perfino rovente, il potere del demone ha raggiunto il culmine e l’Acciaio di Nebbia fatica a contenerlo. La sua forza aumenta ogni giorno di più, mentre la mia diminuisce. Le sue mani: a volte penso alle sue mani. E alla mia pelle. Pensieri simili mi assillano sempre più spesso: sono immagini abominevoli che il demone ha messo nella mia testa, perché è ciò che i demoni fanno. Accelero pur di scacciarle, ma le mie gambe sono perfino più stanche delle mie idee. Inciampo e, in quell’istante, come in un incubo, mi vedo sul fondo del canale, il corpo sfracellato tra le rocce, il sangue rosso che scorre sotto di me e defluisce via, disperdendosi, senza più alcun significato. Sarebbe così orribile? L’istinto di sopravvivenza, però, la maledetta bestia che mi consuma, non vuole lasciarmi andare. Mantengo l’equilibrio aggrappandomi alla catena. Veil si blocca, si volta. Sono in ginocchio, sono salva, le rocce laggiù non assaggeranno la mia carne, non oggi. Sono in ginocchio, aggrappata alle catene con cui tengo legato a me un Thulir, un demone malvagio che ora mi fissa e sa, per certo, di essere più forte di me. La landa rocciosa è grigia e avvizzita come il volto di un vecchio. Un vento greve che sa di polvere e distruzione percorre il deserto, il suo urlo fosco mi rimbomba nelle orecchie. Le uniche ombre sul terreno sono le nostre, dovunque mi volti vedo una sterile distesa di sassi affilati come coltelli che si perdono nel confine fra cielo e terra. Nessuna traccia di esseri umani o di demoni. Nessuno verrebbe qui, di sua iniziativa: questo è un luogo dove si giunge per morire. Lo raccontano le ossa che si mescolano alle pietre, sul terreno, e ne hanno assunto il colore. Resti di animali e di uomini. Questo è il luogo perfetto per non essere trovati. Non mangio da due giorni e le forze stanno per abbandonarmi. Ogni passo è un’agonia. Mi fermo, le catene si tendono, anche Veil si blocca. Stavolta non ride, i suoi occhi sono bui come il fondo del mare. «Devi mangiare» mi dice. «Non durerai ancora a lungo». I tratti del suo volto sono confusi, l’unica cosa chiara sono gli occhi con la pupilla a fessura che si stringe e si allarga mentre mi osserva. La pelle mi brucia come se andasse a fuoco. «Stai zitto» mormoro, passandomi una mano sul viso. Prendo la fiasca, bevo un sorso d’acqua e mi bagno i polsi e le tempie. Faccio attenzione a non sprecarne neanche una goccia, sono piccolezze come queste a decidere il destino di un uomo. «Posso cacciare per te, l’ho fatto altre volte». La sua voce vibra di sarcasmo. Veil non è consumato dal sole, non è annichilito dalla fame e dal sonno. «Non voglio, sembra quasi che ti piaccia uccidere» sibilo. «Mi piace, infatti» replica lui, cupo. Non rispondo. Riprendo a camminare. Mi rendo conto di essere svenuta solo quando sento il tocco delle mani di Veil sul collo. È la prima volta che succede. Le ho sempre immaginate gelide e invece sono calde, sembrano tizzoni arroventati. Spalanco gli occhi e vorrei urlargli di starmi lontano, ma la voce non esce. Mi preme due dita sotto il mento, all’altezza della giugulare e di colpo sento il sangue ribollirmi nelle vene. Veil mi fissa come se volesse divorarmi e i suoi occhi sono neri, adesso, così neri che potrei morirci dentro. È la notte che mi osserva, che penetra dentro, rimestando ciò che della mia coscienza sopravvive. Gli occhi del demone sono scuri come l’inferno, ora, come la fossa dove riposa mio padre. Quaggiù nessun dio, se esiste, può trovarmi. E forse è meglio così, è meglio che non possa vedermi, che non sappia cosa provo. Il terrore mi blocca il respiro: sento le lacrime scendere lungo le tempie. Piango per la frustrazione, la paura e qualcosa che non riesco a capire neanche io, ma che mi disgusta come una ferita purulenta. “Papà” penso “ho sbagliato tutto”.
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