# Il Ballo degli Inganni
Una volta raggiunta la grande porta d'entrata, questa si aprì.
Da sola.
Senza che nessuno di noi tre toccasse il battente di ottone lucido - un'opera d'arte in sé, con l'antico stemma della casata inciso in rilievo: un corvo con ali spiegate sopra una rosa nera, circondato da scritte in latino che non riuscii a decifrare.
Le porte si spalancarono silenziosamente, come spinte da mani invisibili.
E fu come essere catapultati in un mondo parallelo.
Il salone si stendeva davanti a noi, così vasto che non riuscivo a vederne la fine.
Un ampissimo spazio adornato per essere adibito a sala da cerimonia - o forse da ballo regale, il tipo che si vedeva nei film d'epoca. Il pavimento era di marmo nero lucido, così perfettamente levigato che rifletteva tutto come uno specchio oscuro. Ogni passo echeggiava, amplificato dall'acustica perfetta.
Dall'alto soffitto - che doveva essere alto almeno dieci metri - calavano tre enormi lampadari in oro massiccio. Erano opere d'arte viventi: intagliati e lavorati con una precisione quasi ossessiva, con piccoli cristalli attaccati l'uno all'altro in modo da formare cascate scintillanti di luce e lusso. Quando la luce li colpiva, l'intera stanza sembrava piena di stelle cadenti.
Le immense finestre che occupavano un'intera parete permettevano di scorgere distintamente il bosco retrostante - una massa scura di alberi che sembravano ancora più minacciosi visti da dentro, illuminati solo dalla luna.
Le finestre erano incorniciate da tende color avorio, elegantemente drappeggiate con nodi e code che cadevano fino al pavimento come cascate di seta.
Ai lati del salone erano state predisposte lunghe tavolate - tavoli di legno scuro coperti da tovaglie di pizzo - su cui era servito un banchetto degno di un re.
Frutta. Uva, fragole, fichi, melograni disposti in pattern artistici. Tartine di ogni forma e dimensione, decorate con salse di cui ignoravo completamente il nome e l'esistenza. Vassoi d'argento con carni affettate sottili come carta. Dolci che sembravano troppo belli per essere mangiati.
E champagne. Calici già colmi del miglior champagne - potevo vederlo frizzare anche da lontano - disposti in piramidi perfette che sembravano sfidare la gravità.
Ma era la gente a togliermi il fiato.
C'erano almeno duecento persone - forse trecento - tutte vestite come se fossimo scivolati indietro di due secoli. Abiti d'epoca perfetti. Frac e tight. Gonne che occupavano metri di spazio. Maschere elaborate che coprivano volti che non avrei mai visto.
E al centro di tutto, un'orchestra.
Una vera orchestra - almeno venti musicisti in smoking nero - che suonava dal vivo su una piattaforma rialzata. Violini, violoncelli, un pianoforte a coda nero lucido, arpe.
La musica riempiva lo spazio come una presenza fisica, avvolgendoci, trascinandoci dentro.
Un valzer. Lento. Melanconico. Bellissimo.
- Cristo santo. - Sussurrai.
Un uomo apparve dal nulla - letteralmente, un secondo non c'era e quello dopo era lì.
Di mezza età, con capelli grigi perfettamente pettinati all'indietro, indossava una livrea impeccabile: giacca nera con alamari dorati, pancioni bianchi, guanti bianchi.
Il maggiordomo. Probabilmente quello della mail.
Ci guardò con occhi scuri e impenetrabili, poi ci invitò a entrare con un gesto elegante della mano guantata. La sua postura era rigidissima, quasi militare.
Non disse una parola. Solo quel gesto.
Poi sparì di nuovo tra la folla, come se si fosse dissolto nell'aria.
- Chiudi la bocca, Jo. - Sebastian mi spinse delicatamente il mento con un dito.
Sbattei le palpebre, rendendomi conto che stavo effettivamente fissando tutto a bocca aperta come un'idiota.
- Io... questo è...
- Surreale? - Suggerì Danielle, con gli occhi sgranati quanto i miei. - Sì. Completamente surreale.
- Smetti di fare il gentiluomo, Seb. - Disse, scuotendosi dal trance. - Non ti si addice.
E con quello si addentrò nella sala gremita di gente, sparendo quasi immediatamente tra le gonne e i frac.
- Dan! - La chiamai, ma era già troppo lontana.
- Vieni. - Sebastian mi offrì il braccio. - Prima che mi perda anche te.
Mi aggrappai a lui come se fosse l'unica cosa solida in un mondo che stava scivolando via da sotto i miei piedi.
Attraversammo la folla - corpi che danzavano, che si muovevano in pattern perfetti come se fossero stati coreografati. Ogni coppia si muoveva all'unisono, in sincronia con la musica.
Era ipnotico. E inquietante.
Tra uno spintone e l'altro - "scusi", "permesso", "mi perdoni" - raggiungemmo finalmente il servizio buffet.
Afferrammo tre calici pieni di champagne dalle piramidi perfette. Il liquido era freddo, frizzante, delizioso.
Lo sorseggiammo cercando di sembrare eleganti - come se avessimo seguito lezioni di bon ton da sempre.
Danielle alzò persino il mignolo.
Quella vista - Danielle con il suo vestito rosa da principessa, il mignolo alzato come una nobildonna vittoriana, l'espressione serissima sul volto - fu troppo.
Quasi sputai lo champagne sul pavimento di marmo.
- Cosa? - Chiese innocentemente.
- Niente. - Riuscii a dire, trattenendo una risata. - Assolutamente niente.
Sebastian stava ridendo silenziosamente, le spalle che tremavano.
Per un momento, tutto sembrò normale. Come se fossimo solo tre amici a una festa strana, non... qualsiasi cosa diavolo fosse questo posto.
Poi Sebastian si girò verso di me, togliendosi il cilindro con un gesto teatrale.
- La prego di concedermi questo ballo, mademoiselle. - Si inchinò profondamente, baciandomi la mano.
- No. - Mi ritirai dalla sua stretta, imbarazzata.
Gli diedi un piccolo schiaffetto sul capo impomatato. I suoi capelli erano così lucidi che riflettevano la luce dei lampadari.
- Dio, Sebastian. Mi ci potrei specchiare nei tuoi capelli.
- Si chiama "brillantina". - Si aggiustò l'acconciatura con un gesto lieve della mano, riposizionando il cappello con cura. - E ha permesso molte relazioni negli anni '30. Dona fascino!
- Dona l'aspetto di un pinguino impomatato.
- Meglio un pinguino affascinante che una torta nuziale ambulante.
- Hey!
Danielle sbuffò, annoiata dalla nostra discussione.
- Io vorrei ballare. - Ci interruppe. - Devo farti l'inchino e baciarti la mano, Mr. Brillantina?
Sebastian rise, poi le offrì il braccio con grazia esagerata.
- Ma certo, milady. Sarebbe un onore.
- Aspetta qui, dragă. - Mi disse, lanciandomi un'occhiata.
- Cosa? No, io-
Ma erano già andati.
Li guardai dirigersi verso il centro della pista, dove un'infinità di coppie roteavano e accarezzavano il pavimento a suon di musica. Sebastian prese Danielle per la vita, lei posò una mano sulla sua spalla, e cominciarono a danzare.
Si muovevano bene insieme. Naturali. Come se lo avessero fatto mille volte.
E io rimasi lì, da sola, nella solitudine improvvisa.
Mi guardai intorno, cercando di non sembrare persa e fuori posto.
La folla era un mare di colori - rossi, blu, verdi, neri, ori. Maschere elaborate ovunque. Nessun volto completamente visibile.
Mandai giù tutto d'un sorso il mio champagne - probabilmente non il massimo dell'eleganza - e ne presi subito un altro.
Non ero mai stata amante dell'alcool. In realtà, lo evitavo per quanto possibile.
Era stato l'alcool a trasformare mio padre in un mostro. Era stato l'alcool a distruggere la mia infanzia.
Ma stasera... stasera ne avevo bisogno.
Sorseggiavo il secondo bicchiere quando lo sentii.
Una presenza dietro di me. Pesante. Imponente.
Mi girai lentamente.
E mi ritrovai faccia a faccia con un uomo che non conoscevo.
O almeno, così pensai.
Era alto. Molto alto. La sua altezza mi sovrastava in un modo che mi fece sentire improvvisamente piccola, vulnerabile.
La maschera copriva metà del suo volto - nera, elaborata, con pattern intricati che sembravano quasi tribali. Ma attraverso quella maschera, occhi color menta mi fissavano con un'intensità che mi fece venire i brividi.
Occhi chiari. Quasi luminosi. Innaturali.
Il frac nero cadeva dritto sul suo corpo in modo perfetto, donandogli un'aria di rispetto assoluto. Ogni linea era precisa. Ogni bottone al suo posto.
I capelli erano scuri, pettinati all'indietro ma ribelli - alcune ciocche cadevano sulla fronte, rifiutandosi di stare al loro posto. L'effetto era... decisamente accattivante.
Mi fissò in silenzio.
Io lo fissai di rimando.
Il silenzio si allungò, diventando scomodo.
- Sì? - Domandai alla fine, stizzita dal suo insistente sguardo e dal suo insistente mutismo. - Posso aiutarti?
Non parlò.
Semplicemente mi porse la mano, facendo un inchino appena percettibile. I suoi occhi non lasciarono mai i miei.
Aspettava. Una risposta. Una decisione.
È uno sconosciuto. Non sai chi è. Non dovresti.
Ma il mio corpo rispose da sé.
La mia mano si mosse - senza il mio permesso, senza il mio consenso - protendendosi verso la sua come se fossimo due parti della stessa calamita.
E questa cosa mi spaventò a morte.
Perché lo conoscevo.
Non razionalmente. Non consciamente. Ma lo conoscevo.
Era chiaro come la luce del sole. Riuscivo a percepirlo nell'aria, sotto la pelle, nelle ossa.
E lui sapeva benissimo chi fossi io.
La maschera non era stata in grado di tenere ben nascosta la mia identità.
Per lui, almeno.
Le sue dita si chiusero sulle mie - calde, forti, sicure.
E mi trascinò nella folla danzante.
Ci inoltrammo tra i corpi che si muovevano, scivolando tra le coppie come fantasmi.
E quando alzai la testa, capii di trovarmi esattamente al centro della sala. Sotto il lampadario centrale.
Tutti gli occhi sembravano su di noi, anche se nessuno ci guardava direttamente.
- Ci conosciamo? - Domandai, quasi timorosamente.
Un atteggiamento assolutamente poco gradito dal mio ego, che protestò violentemente nella mia testa.
Lui accennò un semplice movimento di spalle. Come a dire: questo non è importante.
Ma per me era importante.
Volevo sapere a chi appartenesse quel viso dietro la maschera. Volevo dare tregua alla mia mente che si arrovellava per ricordare quegli occhi già visti in precedenza.
- Ho capito. - Sospirai. - Sei un uomo di poche parole.
Non appena terminai la frase, l'orchestra cambiò accordo.
La musica riprese - un valzer nuovo, più lento del precedente. Tetro ma armonioso. I violini piangevano, le armoniche sussurravano, il pianoforte forniva un battito costante come un cuore.
Era la musica più triste e dolce che avessi mai sentito.
E mentre suonava, le mani del mio partner scivolarono sul mio corpo.
Cautamente. Lentamente. Come se stesse chiedendo permesso.
Una mano abbracciò il mio fianco. L'altra prese la mia mano, sollevandola delicatamente.
La posizione classica del valzer.
Fissai la scena interdetta - la sua mano sulla mia vita, così vicina, così intima.
Poi alzai lo sguardo e incontrai i suoi occhi.
Stava sorridendo. Un ghigno soddisfatto che mi fece accelerare il battito.
Quel ghigno. Lo conoscevo. L'avevo già visto.
- Perché balli con me ma non parli? - Chiesi, cercando di mantenere la voce ferma. - Sai, oltre che essere maleducato è anche scorretto. Puoi capire chi sono dalla mia voce e-
Mi interruppe facendomi girare.
Un ampio pivot che mi mozzò il fiato per la sorpresa. Il mondo girò - luci, colori, facce mascherate che si fondevano insieme.
Quando mi fermò, ero di nuovo contro il suo petto.
Più vicina di prima.
- Tu invece parli troppo.
La sua voce era profonda. Calda. Familiare.
Si chinò verso il mio orecchio, le labbra che sfioravano appena la pelle.
- Oltre che irrispettoso, è anche estenuante. - Sussurrò. - E poi, dulceață, io conosco già tutti qui. Essendo miei invitati.
Dulceață.
Dolcezza.
Solo una persona mi aveva mai chiamata così.
Spalancai gli occhi di scatto.
No. No no no.
- Stan! - La voce mi uscì troppo alta.
Alcune coppie vicine si girarono.
Mi strinse più forte - una presa possessiva che mi tolse il respiro - come se avesse paura che potessi scappare.
- Bingo. - Il divertimento nella sua voce era innegabile. - Sinceramente, speravo mi riconoscessi subito. Senza l'ausilio di suggerimenti. Alquanto deludente.
Mi fece girare di nuovo - un altro pivot, poi un altro, finché non fui completamente disorientata.
- Davvero? - Lo beffeggiai, roteando gli occhi anche se sapevo che non poteva vederlo attraverso la mia maschera. - Mi dispiace di non essere brillante come lei credeva. Dio non mi ha affidato il dono della chiaroveggenza. Credo di dovergliene fare una colpa.
Il valzer terminò con un accordo finale drammatico.
Feci per allontanarmi, per andarmene, per scappare da lui e da questa situazione assurda.
Ma Dimithryus mi afferrò.
La sua mano si chiuse sul mio polso - non dolorosa, ma ferma. Inesorabile.
- Dove credi di andare? - Sussurrò. - Il ballo non è finito.
E come se l'orchestra avesse sentito, la musica riprese.
Un nuovo valzer. Più veloce. Più intenso.
Mi trascinò di nuovo nel vortice.
- Sai - disse mentre danzavamo, i nostri corpi che si muovevano all'unisono senza che dovessimo pensarci, - Dio è un burlone.
- Cosa?
- Dà e toglie a suo piacimento. Influisce poco sugli eventi per dargli una scossa, poi si limita a guardare...
Fece una pausa, girando me e se stesso in un movimento fluido.
- ...sorseggiando il suo frappè di fragole, unicorni e arcobaleni.
La frase fu così assurda, così inaspettata, che per un momento dimenticai di essere arrabbiata con lui.
Risi. Un suono breve, sorpreso.
- Unicorni? Davvero? - Scossi la testa. - Lei è uno scettico.
- Preferisco identificarmi come "miscredente". - Mi guardò attraverso la maschera, e anche se non potevo vedere metà del suo volto, sentivo il sorriso. - O meglio ancora: "auto-scomunicato".
Girò di nuovo, questa volta più lento.
- Non sei una di quelle che vanno in giro con il crocifisso attaccato al collo, vero?
- No. - Risposi. - Sono agnostica.
- Già. Agnostica. - Ripeté la parola come se la stesse assaporando. - Molto ragionevole, considerando la tipologia dei tuoi studi.
Il suo tono cambiò. Si fece più serio. Più scuro.
- Mi sembra così incoerente che l'essere umano predichi la libertà, il libero arbitrio, e poi affidi la sua vita a Dio.
I suoi occhi - quegli occhi color menta che ora sapevo essere i suoi occhi grigi camuffati in qualche modo - si fissarono nei miei con un'intensità quasi feroce.
- Il potere. Il denaro. L'avarizia. Queste sono le vere divinità di questa specie. Che si rivolge all'Altissimo solo quando cerca l'assoluzione dai peccati o nel momento del bisogno materiale.
Una pausa.
- Palese egoismo.
Nel suo sguardo qualcosa cambiò. Il colore forse. O la profondità. Come se stesse guardando attraverso me, oltre me, verso qualcosa che non potevo vedere.
Mi sentii improvvisamente a disagio.
- Lezione interessante. - Dissi, sciogliendomi dalla sua presa. - Ma non siamo a scuola. Sono qui per divertirmi, non per farmi spiegare ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Afferrai la gonna ai lati - un gesto automatico - e mi diressi verso il tavolo del buffet, dove vedevo Sebastian e Danielle che mi aspettavano.
Ma la sua voce mi fermò.
- Sei davvero così superficiale?
Mi girai di scatto.
Stan era fermo dove l'avevo lasciato, al centro della pista, mentre le coppie continuavano a danzare intorno a lui come se non esistesse.
- O hai solamente paura che io possa aver ragione, dulceață?
Si avvicinò lentamente, i passi misurati.
- Ho cambiato qualche tua priorità?
Il solito ghigno era tornato sul suo volto - o almeno, sulla parte che potevo vedere.
- Nessuna priorità, Stan. - Incrociai le braccia al petto. - Lascio a te le considerazioni.
Perché non me ne vado? Perché resto qui a discutere con lui?
Ma sapevo perché.
Questo discorso mi teneva saldamente legata a lui. Come sempre.
- I credenti - disse, fermandosi a pochi passi da me, - sono prigionieri della loro stessa mentalità. Del loro stesso pensiero.
- L'unica cosa che intrappola l'uomo sono i ricordi.
Le parole uscirono prima che potessi fermarle.
Stan inclinò la testa, studiandomi.
- Interessante. - Mormorò. - Continua.
- È tutta una questione di teorie. - Scrollai le spalle, cercando di sembrare indifferente. - Punti di vista.
- Naturalmente.
- Resto del parere che le convinzioni possono essere modificate col tempo. - Continuai, sapendo che stavo cadendo nella sua trappola ma incapace di fermarmi. - Ci si può liberare da quelle catene. Ma da altre no.
Lo guardai dritto negli occhi.
- I ricordi sono il peggior nemico dell'uomo, Stan. Non un ipotetico Dio. I ricordi ti tengono incatenato al passato, non lasciandoti la possibilità di guardare al presente e avanzare verso il futuro.
Per un lungo momento non disse nulla.
Poi si avvicinò ancora - così vicino che potevo sentire il suo profumo attraverso la folla, il cedro e il bergamotto che ormai riconoscevo troppo bene.
- E tu? - La sua voce era bassa, quasi un sussurro. - Quanto sei legata ai tuoi ricordi?
La sua mano si sollevò.
Lentamente. Così lentamente.
Le dita accarezzarono il mio braccio dal basso verso l'alto, tracciando una linea di fuoco attraverso il tessuto sottile del guanto.
Ogni parola che usciva dalla sua bocca era un incentivo a continuare, a restare, a non scappare.
- Ho già affrontato i demoni del mio passato. - Riuscii solo a sospirare.
Mentitrice.
Fissai la sua mano che risaliva - dal polso all'avambraccio, dall'avambraccio alla spalla.
Era così ingiusta la sua intromissione nella mia vita. Ma qualcuno - finalmente - aveva letto dentro di me. Andando oltre all'aspetto da ragazza schiva e asociale.
Vedendomi. Davvero vedendomi.
- Noto ancora qualche catena.
Alzò il suo sguardo su di me.
E quello che vidi mi terrorizzò.
I suoi occhi erano di un color cremisi così profondo da sembrare lava bollente. Rossi. Intensi. Non umani.
Cosa diavolo-
Fui incapace di muovermi. Paralizzata. Come se il mio corpo avesse dimenticato come funzionare.
La sua mano continuò a salire, raggiungendo i miei capelli. Le dita si infilarono tra i boccoli, cercando qualcosa.
E lo trovarono.
Il pugnale.
Le sue dita sfiorarono il metallo - solo un tocco, appena percettibile.
E si ritirò come scottato.
Potei distintamente notare il disappunto nei suoi occhi, che tornarono prontamente del loro colore naturale - quel verde che conoscevo.
Come se fosse un interruttore che si era spento.
- Dei tronus sapphirus. - Sussurrò, più a se stesso che a me.
Le parole erano in una lingua che non riconoscevo. Latino? Qualcos'altro?
Poi mi guardò, e nei suoi occhi c'era qualcosa che non avevo mai visto prima.
Paura.
- Dove l'hai preso? - Ringhiò, facendomi indietreggiare.
La voce era cambiata. Più profonda. Quasi animale.
- Cosa? - Balbettai. - Che vuol dire? Di cosa parli?
- Lo zaffiro. - Si avvicinò, e ogni passo sembrava una minaccia. - Come lo hai ottenuto? Come fa a non ferirti?
- Cosa dovrebbe ferirmi? - Ero completamente confusa. Milioni di domande afforavano nella mia testa. - Di cosa parli? E poi i tuoi occhi... cosa-
Sentii delle mani afferrarmi per un fianco.
Mi girai di scatto, il cuore che batteva all'impazzata.
Sebastian.
Mi rintanai immediatamente in quella stretta che conoscevo così bene, aggrappandomi a lui come se stessi annegando.
- Vieni, dragă. - Disse, la voce rassicurante. - Hanno rifornito il rinfresco. Andiamo.
Annuii con un cenno del capo, ma i miei occhi rimasero fissi su Stan.
Lui mi guardava. Immobile. Quegli occhi grigi che sembravano penetrare ogni mia difesa.
Poi, finalmente, si girò.
E sparì tra la folla, lasciandomi lì a fissare lo spazio vuoto dove era stato.
Rimasi immobile per quello che sembrò un'eternità, anche se probabilmente furono solo pochi secondi.
La sensazione di opprimente terrore non mi lasciava. Quegli occhi rossi - così crudeli, così innaturali - erano impressi nella mia mente come un marchio a fuoco.
Cosa diavolo era quello?
Cosa diavolo è lui?
Sebastian dovette prendermi per mano e condurmi al tavolo del banchetto. Ero troppo persa nei miei pensieri per camminare da sola.
- Cosa ti è successo, Jo? - La sua voce era preoccupata. - Chi era?
- Dov'è Danielle? - Risposi con un'altra domanda, evitando la sua.
Guardavo un punto indefinito davanti a me, incapace di focalizzarmi.
- È andata in esplorazione. Alla ricerca di un bagno, credo. - Mi guardò intensamente. - Dunque, chi era? Non cercare di deviarmi, Jolie.
Ma io non volevo parlare. Non potevo.
Come gli spieghi che il tuo professore ha appena dimostrato di essere... cosa? Un mostro? Un demone? Un'allucinazione?
- Vado a cercare Dan. - Dissi, allontanandomi.
- Jolie-
- Vado a cercarla.
Non mi voltai indietro.