— Luca —
La mia camera è una gabbia. Le quattro pareti di gesso screpolato sembrano avvicinarsi ogni volta che penso a lei. Ella.
Il suo sorriso sui gradini della biblioteca, carico di una conoscenza che non posso più negare. La sua vita, sottile e ferma sotto la mia mano, l'impressione di seta della sua camicetta che brucia ancora i miei palmi. « La professoressa le è debitrice. » Questa voce, questo tono che suonava sulla corda dell'interdetto, mi ha distrutto.
Non sono riuscito a concentrarmi su una sola riga dei miei libri da allora. Le parole danzano, si trasformano nei suoi occhi grigi, nella curva delle sue labbra. È un'ossessione. Una malattia. E la parte più spaventosa? È che la assaporo. Ogni secondo.
Mi lascio cadere sul letto, le braccia incrociate. Il soffitto è macchiato di umidità. Ricordo il primo giorno. Non alla cerimonia di premiazione, no. Prima.
Era due settimane fa. Vagavo nel dipartimento d'arte, perso, cercando di familiarizzare con i luoghi prima dell'inizio ufficiale. Il rumore proveniva da un laboratorio semiaperto. Un rumore particolare, regolare, quasi musicale: il colpo sordo dell'argilla che viene colpita, impastata con una forza contenuta.
Ho dato un'occhiata.
Era lì. Di spalle alla porta, vestita con un vecchio jeans macchiato e una canotta nera. Le sue braccia, muscolose ma aggraziate, lavoravano un blocco di terra grigia più grande di lei. I suoi capelli castani erano raccolti in un disordine perfetto sulla sommità della testa, ciocche sfuggenti che si attaccavano al collo sudato. Non parlava. Sculptava. Con una concentrazione così assoluta che l'aria intorno a lei sembrava vibrare.
Sono rimasto bloccato sulla soglia, invisibile. Ho guardato la schiena di una donna trasformarsi sotto le sue mani. Le ombre delle scapole, la curva della colonna vertebrale che si piegava e si tendeva. Non era desiderio, non ancora. Era riverenza. Davanti al talento. Davanti alla forza tranquilla che emana da lei. Davanti alla certezza assoluta in ciascuno dei suoi gesti.
È in quel momento che ho saputo. Ho saputo che dovevo conoscerla. Che dovevo essere vicino a quell'energia, a quella luce.
Il tirocinio come assistente in storia dell'arte è diventato un'evidenza. Una scusa perfetta. Una porta semiaperta.
Il primo giorno ufficiale, alla cerimonia, ho recitato il mio ruolo. Occhiali, frangia, voce bassa. Mi sono fatto piccolo, invisibile. Ma i miei occhi, dietro le lenti spesse, non la abbandonavano. Era seduta in prima fila, impassibile, guardando dritto davanti a sé come una regina in mezzo ai suoi cortigiani. Quando Fabio le ha inviato quei fiori ridicoli, ho visto il leggero piegarsi di disgusto alle sue labbra prima che li getsse. Ho provato una gioia selvaggia, indecente. Lei lo rifiutava. Rifiutava quell'uomo che aveva tutto, a cui non si diceva mai di no.
Da allora, ho passato le mie giornate a spiarla. I suoi orari. Il percorso che prende per andare al caffè del campus (prende sempre un espresso ristretto, in piedi al bancone). I posti dove si siede a leggere nel cortile (sotto il vecchio platano, sulla panchina di pietra consumata).
Il campo da basket non era un caso. Mi sono iscritto sapendo che a volte passava di lì nel tardo pomeriggio. Il giorno in cui il pallone stava per colpirla… La mia reazione è stata pura, non calcolata. Una paura viscerale all'idea che potesse farsi male. Toccarla, anche solo brevemente, anche attraverso i strati di tessuto, è stata una scossa elettrica. E poi, il suo sguardo su di me mentre giocavo… Sapevo che mi stava guardando. Ho sentito la sua attenzione come una carezza fisica. Ho saltato più in alto, ho giocato più forte, sperando che la maglietta si sollevasse, sperando che vedesse… qualcosa. Una prova che non ero solo quello che apparivo.
Idiota. Arrogante. Pericoloso.
Ieri sera, quando il suo pseudo è apparso nel mio stream, ho pensato che il mio cuore stesse per esplodere. Come faceva a sapere? Come aveva fatto a collegare i puntini? La sua proposta, la sua insistenza… Mi ha fatto impazzire. Pazzo di paura, pazzo di rabbia. Pazzo di quella speranza insensata che mi volesse, me, e non solo il corpo di Cerise.
I 100.000 euro… Era una barriera che gettavo tra noi. Un muro di denaro che nemmeno lei, con il suo aspetto di donna indipendente, avrebbe potuto oltrepassare.
Mi sono sbagliato. Tanto sbagliato.
Quando il contatore ha raggiunto la somma, ho avuto la nausea. Aveva comprato un incontro con me. Come si compra un’opera d’arte. Come Fabio cerca di comprare il suo affetto con i fiori. Ero diverso? Non ero solo un altro oggetto di lusso che poteva permettersi?
E poi la sua richiesta: una foto. « Senza accessori ».
La sfida. La provocazione. Voleva vedere l'uomo. Voleva confermare i suoi sospetti.
Ho passato un'ora davanti allo specchio del mio bagno squallido. Ho tolto gli occhiali. Ho pettinato i capelli all'indietro, scoprendo il viso. Ho guardato l'ignoto che mi fissava. L'uomo che mio padre disprezzerebbe per la sua « vanità ». L'uomo che mia madre troverebbe « troppo selvaggio ». L'uomo che non era né Luca lo studente, né Cerise lo streamer, ma qualcos'altro. Qualcosa di vero.
Le ho inviato quella verità. Sperando che la vedesse. Supplicandola quasi, silenziosamente, di rifiutarla, di trovare il viso troppo duro, troppo orgoglioso, e di ritirarsi.
La sua risposta, breve, professionale, con un luogo e un'ora, è stata peggiore di un rifiuto. Era un'accettazione. Un « ti aspetto ». La trappola si era chiusa, e io ci ero entrato da solo.
Una vibrazione sul comodino mi riporta alla realtà. Non il mio telefono personale. L'altro. Quello di Cerise.
Un messaggio dall'agenzia.
« Cerise, ottimo lavoro ieri. Le donazioni sono esplose. Una fan particolarmente generosa, da coltivare. Il tuo profilo sta salendo. Abbiamo richieste per servizi fotografici più… espliciti. Ne parliamo? Le tariffe sarebbero triplicate. Riflettici. »
Stringo il telefono così forte che la plastica scricchiola. Servizi fotografici. « Espliciti ». Il prossimo passo. Vendere ancora un po' di più della mia anonimato, della mia intimità. Per soldi. I soldi che avevo stesso evocato come una fortezza.
La rabbia mi invade, improvvisa, schiacciante. Contro l'agenzia. Contro me stesso. Contro mio padre che mi spinge in una carriera che non voglio. Contro questo mondo che non mi vede come un prodotto, un erede, uno studente modello o un corpo da monetizzare.
Scaglio il telefono contro il muro. Rimbalza sul letto con un rumore sordo.
Voglio urlare. Voglio rompere qualcosa.
Invece mi alzo, cammino verso la finestra. La notte è scesa su Firenze. I tetti di tegole arancioni sono sommersi nell'oscurità, perforati dalle luci gialle dei lampioni. Da qualche parte, laggiù, lei è a casa. Nel suo loft d'artista, circondata dalle sue statue senza volto.
Mi ha comprato. Per posare. Sarò l'ultimo di una lunga serie. Un pezzo in più nella sua collezione. Il pensiero è un veleno.
Eppure… domani, alle 18, alla serra delle camelie. Ci andrò. Non potrei non andarci.
Perché anche se non sono che un'altra musa, anche se è una transazione… sarà lei. Le sue mani sull'argilla, i suoi occhi su di me. La sua attenzione, tutta rivolta verso di me per alcune ore.
È patetico. È pericoloso. È inevitabile.
E nel mezzo di questo caos, un altro pensiero, ancora più oscuro, germoglia.
Fabio. Il gala. Ho accettato il suo invito. Per cortesia? Per curiosità morbosa? Per vederla con lui, nel suo mondo, per convincermi una buona volta per tutte che non ho posto lì?
O forse, segretamente, perché lei mi veda, anche là. Perché capisca che non sono solo lo studente timido o lo streamer nascosto. Che posso muovermi in quegli ambienti anche io, se lo volessi. Che potrei essere… qualcuno.
Mi piego, raccolgo il telefono. Lo schermo è incrinato, una ragnatela fine sulla foto del profilo di Cerise – un torso anonimo.
Fisso la frattura. Somiglia a tutte quelle che attraversano la mia vita. Nella mia relazione con mio padre. Nella mia identità. Nel mio cuore, ora.
Domani incontrerò la donna che ha creato quest'ultima frattura, quella che minaccia di far crollare tutto.
E ho solo una certezza, terribile e inebriante: non vedo l'ora.