Capitolo 2: Contrasto e Prezzo

755 Words
— Ella — L'odore dell'argilla umida e del gesso mi segue come una seconda pelle mentre lascio l'atelier nel tardo pomeriggio. Il sole obliquo dell'autunno italiano illumina le vecchie pietre del campus. Ho bisogno di aria, di camminare, di lasciare che le forme che vorticano nella mia testa si decantino. Il mio cammino mi porta meccanicamente vicino ai campi sportivi. Le urla, le chiamate, il rumore sordo della palla sull'asfalto. Mi fermo un attimo, osservando senza davvero vedere la partita di basket che anima il campo. Una massa di corpi in movimento, di sudore, di sforzo. Nulla di estetico, solo pura energia grezza. Riprendo a camminare sul sentiero che costeggia il cancello. È in quel momento che accade. Un suono fischiante, violento, seguito da un grido d'allerta. Alzo gli occhi, troppo tardi. La palla, arancione e nera, fionda dritta verso di me come un proiettile. Il mio cuore fa un balzo nel petto. Non ho nemmeno il tempo di alzare le braccia. Un'ombra passa davanti al sole. Un braccio si tende, una mano si apre. BANG. L'impatto è secco, sordo. La palla si immobilizza netta in un palmo largo, le dita che si chiudono attorno al cuoio con un'autorità sorprendente. L'impatto fa vacillare il corpo che si è interposto, ma non si muove di un passo. Il tempo si sospende. Vedo prima la mano. Lunga, con le vene in rilievo sul dorso, con le articolazioni pronunciate. Una mano d'uomo, ferma. Poi alzo gli occhi. È lui. Lo studente. Luca. Il topo di biblioteca del mattino. È ansimante, gli occhiali sono scivolati sul suo naso. Dietro le lenti spesse, i suoi occhi, di un verde sorprendente, sono spalancati per lo sforzo e… l'inquietudine? — Professore! Sta bene? La sua voce non è più quel mormorio timido dell'aula magna. È chiara, tesa, carica di una risonanza che mi sorprende. Annuisco, incapace di parlare subito. L'impatto non è fisico, ma qualcos'altro. L'incongruenza della scena. Questo studente riservato, che si trasforma in una silhouette protettiva in un attimo. Rilascia la palla, che cade mollemente a terra. Un giocatore accorre, scusandosi a destra e a manca. Luca non lo guarda. Fissa me, il suo sguardo scrutatore dietro gli occhiali. — È sicura? insiste. — Sì, ti ringrazio, dico finalmente, ritrovando la mia voce. Riflesso veloce. Un leggero rossore sale alle sue guance. Abbassa la testa, sistemando gli occhiali con un gesto nervoso. — È… niente. Scusa per il disturbo. Si gira sui talloni e torna verso il campo, fondendosi di nuovo nel gruppo di giocatori. Rimango lì, piantata, una strana sensazione nel fondo dello stomaco. La mia mano si posa dove il suo avambraccio ha sfiorato il mio. Una traccia di calore. Vai avanti, Ella, mi dico. Un caso, un gesto cortese. Ma invece di andarmene, mi appoggio al cancello. I miei occhi, abituati a decifrare la forma, cercano inconsciamente la silhouette tra i giocatori. Il gioco è ripreso, più intenso. Luca non è il più appariscente, non è quello che urla o si mostra. È fluido. I suoi movimenti sono economi, precisi. Un passaggio qui, un'intercettazione là. Gioca con un'intelligenza calma che contrasta con l'agitazione generale. Poi succede. Un contropiede, una corsa verso il canestro. Luca salta per intercettare un passaggio alto. Si alza, il corpo teso come un arco. La maglietta sportiva, troppo ampia, si solleva violentemente. E io vedo. Vedo. La striscia di pelle esposta sopra la vita dei suoi pantaloni. Una pelle dorata, liscia, tesa su una muscolatura incredibilmente definita. Addominali perfetti, profondamente cesellati, che si contraggono sotto lo sforzo. Il "V" degli obliqui che scompare sotto il tessuto. È una visione fulminante. Un lampo di bellezza perfetta, selvaggia, nascosta sotto vestiti informi. Il mio respiro si blocca. Le mie dita si stringono sulle maglie del cancello. Nella mia testa, è il caos. L'immagine si sovrappone, inevitabile, implacabile. La pelle dorata dello schermo. La pelle dorata del campo. I muscoli disegnati alla perfezione. I muscoli rivelati sotto la maglietta. No. Non è possibile. È una coincidenza. Un'illusione ottica. Ma la certezza dell'artista, quella che non si sbaglia mai su una linea, su una proporzione, brontola in me. C'è una parentela. Una parentela inquietante. Luca atterra sui piedi, sistemando la maglietta con un gesto rapido, come se avesse vergogna. Lancia uno sguardo furtivo verso di me. I nostri sguardi si incrociano per una frazione di secondo prima che lui distolga la testa, imbarazzato. Mi stacco dal cancello, il cuore che batte all'impazzata. Devo andare. Ora. Prima che i miei pensieri prendano una forma troppo concreta, troppo pericolosa.
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