Dal canto suo Gina, intontita e ora accaldata, restò a fissare la sua schiena muta per alcuni minuti. Non avrebbe dovuto dare inizio a quelle effusioni così travolgenti eppure, adesso che entrambi avevano avuto il buon senso di fermarsi, il calore, l’energia, la tenerezza dell’uomo le mancavano terribilmente.
Cosa c’era di sbagliato in lei? Un attimo prima era stata pronta a scappare come un condannato all’ergastolo e quello dopo se ne stava avvinghiata anima e corpo al suo carceriere!
“Torniamo in casa, prima di congelarci. Siamo vampiri, non orsi polari” le propose lui, regalandole un sorrisetto sghembo che subito fece comparire una graziosa fossetta sulla sua guancia.
Sorridendogli a sua volta, Gina si dichiarò d’accordo. Camminarono mogi e in assoluto silenzio fin quando furono in casa, poi lui le fece cenno di non fare rumore e di seguirlo al piano inferiore. Una volta scesi in quel seminterrato, Gina si ritrovò più a corto di parole di prima. Non aveva idea che ci fosse una vera e propria clinica là sotto!
Intuendo la direzione dei suoi pensieri, Tiberius la invitò a sedersi sul lettino. “Sei rimasta qui, in una sorta di coma farmacologico, per molti giorni, ma ti abbiamo tutti tenuto compagnia. Soprattutto Alice. Se stanotte fossi fuggita, le avresti spezzato il cuore. Lei ce l’ha ancora.”
“Lo so, la conosco meglio di te ed è per lei che avevo deciso di tornare indietro” replicò, con un certo astio. “Non ho bisogno di un babysitter.”
Tiberius, anziché visitarla, come lei aveva creduto stesse per fare, si diresse verso un frigo, ne estrasse una sacca di sangue e ne versò una parte in una tazza, che mise a riscaldare nel microonde. Poi le rivolse una rapida occhiataccia. “Avevi intenzione di tornare prima o dopo aver cenato con quel povero passante?”
“Cosa?” esclamò inorridita. “No! Io non avrei fatto un bel niente! Non sono un…” Si fermò appena in tempo, ma lui sapeva esattamente cosa stesse per dire.
“Mostro? No, non lo sei. Così come non lo sono io. Magari, se continui a ripetertelo, prima o poi finirai per crederci.”
Il suono insistente del microonde lo distolse dalla sua ramanzina e Gina ne approfittò per scendere dal lettino, prendere le distanze e curiosare nella sala.
Non voleva che notasse quanto si fosse arrabbiata, né voleva ammettere con lui o con sé stessa di essere stata così paurosamente vicina a commettere un efferato e brutale omicidio. Lo sentì armeggiare con le tazze e ne approfittò per alleggerirsi: la casa era ben riscaldata e gli stivali di gomma stridevano ad ogni suo passo. Poi l’aroma intenso del caffè stuzzicò le sue narici e, incuriosita, si voltò verso il dottore. Lui le andò incontro con due tazze in mano, gliele sventolò sotto il naso e, finalmente, si decise a guardarla di nuovo negli occhi.
“Sangue o caffè?”
Lo stomaco di Gina brontolò come fosse un gigante che ruttava. Imbarazzatissima, abbassò lo sguardo sulle due tazze. Grande errore.
Non appena vide il sangue, strappò la tazza dalle mani di Doc e ne tracannò il contenuto tutto d’un fiato. Non contenta, finì per leccarla fin dove riuscì a spingere la lingua, neanche fosse stata nutella. Tiberius, lo sguardo impassibile anche se gli veniva da ridere, si mise a sorseggiare con calma il caffè, salvo sollevare un sopracciglio quando la vide usare le dita per grattare il fondo.
“Menomale che non avevi sete! Non oso immaginare cosa sarebbe successo, se non ti avessi fermata in tempo!”
“Pensa ciò che vuoi.” Aveva le pupille gustative in estasi, cosa le interessava delle sue supposizioni? Con la coda dell’occhio, intravide la sacca di sangue mezza vuota e andò dritta a prenderla. “Non ho mai ucciso nessuno e non inizierò certo adesso che sono una… una di voi. A quanto scaldo?”
“450 per un minuto dovrebbe bastare, ma cerca di bere lentamente e di gustarti ogni goccia di quella sacca, perché la prossima la riceverai fra tre giorni.”
“Tre giorni?” sbottò, sgranando gli occhi. “Come farò a resistere alla sete… fame, quello che è?”
“Se bevi da un oggetto, si dice sete. Da un umano, è fame. Dovrai per forza abituarti a questi ritmi, se non vuoi diventare uno di quei mostri, come li chiami tu, che ti hanno ridotta a un cadavere ambulante.”
L’accenno a quei ricordi spiacevoli le infiammò lo stomaco. “Tre giorni, allora. Ce la posso fare.” Prese la tazza riscaldata in mano e se la portò con calma alle labbra, avendo tutta l’intenzione di fare esattamente ciò che le era appena stato consigliato: bere con moderazione, gustare ogni goccia. Tuttavia, non appena il liquido rosso si riversò sulla sua lingua, la sete divenne così spasmodica da non riuscire a fermarla e, un attimo dopo, si ritrovò suo malgrado con le dita nuovamente nella tazza.
Smarrita e terrificata, guardò il medico. “Cosa c’è di sbagliato in me? Perché non riesco a fermarmi?”
Tiberius si avvicinò e scambiò le loro tazze. Quella col caffè era stata appena toccata e la incitò a bere. Gina obbedì, trovando il gesto di poggiare le labbra là dove le aveva messe lui molto intimo.
“Il tuo comportamento è normale. I vampiri giovani come te devono nutrirsi spesso, all’incirca ogni due giorni ma, col tempo e la pratica, il numero delle volte in cui dovrai farlo si diraderà.”
“Perché allora mi hai detto tre?”
“Perché so che puoi farcela. Perché voglio che ti abitui da subito a mitigare la sete, a dominarla anziché farti dominare da lei. Com’è il caffè?”
Lusingata da quella considerazione, sebbene non avesse ancora fatto nulla per meritarla, Gina dovette riflettere un po’ sulla domanda. Quegli occhi così magnetici erano irresistibili e riuscivano a zittire i suoi pensieri.
“Ottimo. Ha un che di vinoso, vero?”
Il suo sguardo sorpreso risplendette di un blu più penetrante. “Infatti. È una qualità etiope molto rara, di nome Harrar. Ha un sapore forte e corposo e direi che è un sostituto accettabile, quando la sete si fa sentire.”
“È molto buono” concordò lei, soddisfatta per essere riuscita a trattenersi dallo scolarsi indegnamente anche quello. Guardò di sottecchi la sacca di sangue adagiata sul lavandino e subito una parte di sé scalpitò per andare a trangugiarla.
“Non devi trattenerti oggi” la rincuorò lui, notando e apprezzando i suoi goffi tentativi di non farsi scoprire. “Hai diritto ad una razione intera. Finiscila tutta e dopo potrai bere tutto il caffè che desideri. O i liquori, se li preferisci.”
Gina, rossa di vergogna, annuì. “Posso anche mangiare?”
“No, non adesso. Tra un anno, quando ti sarai adattata alla nuova dieta, potrai ingerire qualche alimento, di tanto in tanto, ma ti suggerisco di farlo solo se sarai costretta per mantenere le apparenze e mai in pubblico per la prima volta. Potresti vomitare anche l’anima.”
L’umore di Gina colò a picco. Non solo amava mangiare, ma adorava cucinare e l’idea di non potersi neanche avvicinare al cibo senza star male la addolorava.
Era un’altra parte, un altro pezzo di sé che perdeva, per colpa dei vampiri.
Guardò Tiberius, che a sua volta la osservava rabbuiarsi, senza capirne la ragione.
“Non preoccuparti” le disse infatti. “Qui abbiamo tutto ciò che ci serve. Le scorte sono abbondanti e arrivano fresche ogni settimana.”
“Fresche?” esclamò inorridita, stringendo la tazza in maniera tale da creparne il manico.
“Non è come credi. Nessuno viene ucciso né maltrattato. Le scorte provengono da un Centro Rifornimenti Ufficiale. CRU in breve. Sono sparsi ovunque nel mondo, garantiscono la qualità del prodotto e la sua idonea conservazione. Quanto alla fonte, chiamiamola così, si tratta di umani consenzienti: viene spiegato loro di cosa si tratta, firmano dei documenti, donano una certa quantità di sangue e ricevono il giusto compenso. Poi viene alterata loro la memoria e rimandati a casa. Tranne che, ovviamente, non vogliano essere ricontattati per altre donazioni o che, come spesso accade, abbiano percentuali di dna vampiresco nel sangue e non possano essere azzerati.”
Esterrefatta, la donna riabbassò lo sguardo sulla tazza. Una lacrima vi scivolò dentro e si voltò di scatto. Non voleva che lui la vedesse ancora piangere. Non era certa che non potesse leggerle la mente e sapere a cosa stesse pensando. Ovvero a quanto era stata sciocca, tuffandosi a piè pari in una vita spericolata che, alla fine, l’aveva condotta alla morte.
Tiberius avrebbe voluto abbracciarla ma era ancora troppo turbato da quanto accaduto fuori, nel parcheggio, e temeva di non riuscire a frenarsi. Poggiò cautamente una mano sulla sua spalla e, come si aspettava, lei sgusciò via.
“Aspetta” disse, accorgendosi subito della strana inflessione drammatica della propria voce. Se la schiarì e riprese. “So che sei turbata, ma dobbiamo parlare.”
“Adesso? Ancora?” rispose Gina, mantenendo le distanze.
“Sì, adesso. Devi sapere cosa ti aspetta, come comportarti, cosa fare in caso tu non abbia a disposizione una sacca e la sete di sangue sia urgente. Ciò che stava per succedere stasera dovrebbe aprirti gli occhi sui pericoli che corri in prima persona e su quelli che fai correre agli umani. Per non parlare di cosa ti succederebbe, se infrangessi le regole di fronte ad un V Cop.”
“Chi?”
“Poliziotti vampiri. Non è consentito cibarsi impunemente dagli umani in pubblico. Né, aggiungerei, in privato, ma quello sta alla moralità di ciascuno di noi.”
Gina si sforzò di ricordare se ne avesse mai visti ma, appena provò a grattare sotto la superficie, scene inquietanti e spaventose le fecero venire la pelle d’oca e la indussero subito a rinunciare.
“Se ne avessi visto uno, di poliziotto, non credo che oggi sarei qui” mormorò. “I vampiri che ho incontrato non si facevano scrupoli e prendevano ciò che volevano da me. Quando e dove volevano, senza che nessuno li fermasse.” Tanto meno io, pensò. Si fermò perché, se avesse continuato, avrebbe dovuto confessare al medico quel segreto oscuro che si portava dentro e con cui non voleva ancora fare i conti.
Lui, comunque, non comprese o sorvolò con tatto sulla questione. “Finisci di bere la tua razione e, da domani sera, usciremo. Faremo brevi visite in paese, dove ti insegnerò a nutrirti e…”
“No!” urlò, allontanandosi ancora. “Non voglio! Nessuno deve farsi male!”
“Nessuno se ne farà, credimi. Tuttavia, più il tempo passa, più le tue paure aumenteranno. Devi vincerle adesso, oppure ne verrai sopraffatta. Andremo insieme tra la gente e non dovrai temere alcunché, perché ti starò accanto, passo dopo passo. Poi andremo in un locale per vampiri, dove potrai nutrirti legalmente. Riconoscerli è facile: hanno esposto un simbolo blu e viola, uno scudo con le lettere CRU.”
Da ciò che ricordava, anche se erano frammenti, nessuno dei vampiri che aveva frequentato l’aveva mai condotta in un simile locale, né le aveva mai spiegato nulla del loro stile di vita. Solo adesso comprendeva la vastità della sua ignoranza. Della sua follia.
Se solo avesse letto meno romanzetti rosa, adesso sarebbe stato tutto diverso! Aveva scoperto da poche ore di essere un vampiro e già rimpiangeva la vita normale da umana: come avrebbe fatto in tutti gli anni, i secoli a venire?
“Tu quanti anni hai?” gli domandò a bruciapelo. “Ad occhio e croce direi ventotto.”
Il medico sorrise in modo amabile e scosse la testa. “Aggiungi duemila anni, più o meno. Sono nato nel 270 avanti Cristo.”
Sbigottita, Gina restò a bocca aperta per qualche secondo, poi rimediò ingurgitando avidamente tutto il caffè rimasto. Anche tiepido era buonissimo. “Mio Dio! Ma cosa sei, il vampiro più vecchio del mondo?”
Tiberius scoppiò a ridere e sulle sue guance tornarono le due fossette sexy. “Certo che no! Anche se, facendo due conti, la mia generazione fu proprio l’ultima a godere di una certa longevità. Nei secoli successivi siamo stati decimati da faide interne, guerre, diaspore e da un lento genocidio di tipo naturale. I vampiri sono poco fertili, quando ne nasce uno si dichiara quasi festa nazionale.”