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2046 Words
1 Natale, quattro mesi prima Il gelo, pungente e insidioso, la investì in maniera inaspettata, causandole brividi a catena lungo la schiena e su ogni centimetro di pelle scoperta. Si affrettò a chiudere la zip del giubbotto cercando di fare meno rumore possibile e tirò su col naso. La neve, alta e compatta, ricopriva ogni sasso, albero, cespuglio, per centinaia di metri e Gina temette di doverci nuotare attraverso, anziché camminare, per raggiungere l’auto di cui aveva rubato le chiavi. Il problema era che non riusciva proprio a scorgerla. Non poteva mettersi a cercare senza fare rumore e, di conseguenza, essere scoperta. Infilò la mano nella tasca di quell’indumento che aveva trovato in stanza e tastò le chiavi, tanto per essere sicura di averle ancora, dopo averle prese nell’ingresso. Ma dove diavolo era la strada principale? Sapeva di non essere nella sua amata New York ma, se doveva fuggire, almeno voleva capire in quale direzione guidare. Sollevò lo sguardo sul cielo, terso e stellato. Troppo limpido per essere quello di uno Stato in cui valesse la pena vivere e lei, purtroppo, non capiva niente di astronomia. Cos’aveva detto Alice? Colorado o Montana? Ah no, Wyoming. “Chi diamine vive in Wyoming? Gli sfigati, ecco chi!” mormorò a denti stretti, muovendo i primi passi su quello che sembrava un vialetto spazzato di recente. Non fece due passi che scivolò maldestramente su una lastra ghiacciata, finendo col sedere per terra. Il dolore si propagò dal coccige alla parte alta della schiena, ma almeno aveva avuto la prontezza di tenere sollevato il capo per non urtarlo e finire in coma. “Maledetto ghiaccio! Maledetti stivali di gomma!” Quando mai ne aveva posseduto un paio? Alice doveva veramente aver perso il senno, per credere che le sarebbe piaciuto indossarli! Il rimorso improvviso per ciò che si apprestava a fare le strinse il cuore, ma con fermezza lo ricacciò in un angolo buio della sua coscienza e, lentamente, si rialzò. Se voleva fuggire, e Dio, sì che lo voleva, non doveva pensare alla sua migliore amica. No, affatto. Si voltò verso la catapecchia alle sue spalle: la casa vera e propria non si vedeva, né lei poteva scorgere la camera di Alice. Eppure… Dannazione, poteva lo stesso sentirla piangere, sotto le coperte, ignara del fatto che lei fosse fuori, e non per prendere una boccata d’aria! No, la sua migliore amica non sapeva che se la stesse svignando e che, ad occhio nudo, potesse rimirare nel dettaglio la forma di ogni singolo, minuscolo cristallo di ghiaccio sotto i suoi piedi, essere abbagliata dalle stelle nel cielo e perfino fiutare nell’aria il puzzo, ormai rarefatto ma ancora acre, delle patate che, poche ore prima, si erano bruciate in quella maledetta, fottutissima cucina! Dette un calcetto ad un mucchio di neve, spargendola ovunque e imprecando ancora. Ribolliva di una collera profonda, senza uguali e, a maggior ragione, non voleva soffermarsi a pensare proprio allora su ciò che le era successo. No, assolutamente no. Il suo unico, fondamentale scopo era arrivare all’auto, metterla in moto e tornare a casa sua. Casa. Le tornarono in mente il volto rugoso di sua nonna, i suoi occhi neri, dolci e comprensivi, la sua voce melodiosa quando, tenendola tra le braccia per consolarla, le sussurrava: “Ay, chiquita, que te paso?” Avrebbe dato qualunque cosa per essere là con la sua abuela, con le sue mani callose che le accarezzavano i ricci ribelli, mentre le lacrime scorrevano libere sul suo grembiule da cucina… Si passò le mani sul viso e, con più attenzione, le dita sotto gli occhi. Se le guardò, com’era solita fare per accertarsi di non aver sbavato l’eyeliner e solo in quel momento ricordò di non essere truccata. No. Quel liquido rosa che colava ostinatamente dai suoi occhi non era trucco, ma lacrime. Lacrime di vampiro. Furiosa, riprese a camminare più svelta di prima. Non le importava di cadere, non le importava di fare rumore, non le importava più di niente. Ormai lei stessa era niente. Era vero e non poteva negarlo. Lo aveva intuito annusando i mille odori presenti nella camera da letto in cui l’avevano sistemata. L’aveva sospettato notando con quanta facilità potesse frantumare a mani nude la maniglia del bagno. Infine, lo aveva davvero capito guardandosi allo specchio, quando di colpo era stata sopraffatta da una memoria di sé, del suo aspetto fisico, di quello stesso corpo, martoriato da morsi che non ricordava ancora chi le avesse procurato, né dove. Li aveva cercati, sollevandosi la maglietta, abbassandosi i leggins, voltandosi di spalle e rimirandosi nuda nello specchio. Non ce n’era più alcuna traccia. Erano scomparsi come se li avesse immaginati. Eppure lei poteva vederli, e sentirli, ancora. E poteva scappare lontano, fingendo che fosse tutto uno sbaglio, un inganno, una bugia ma, in fondo, sapeva che era vero. Che Alice non aveva mentito. Si fermò di colpo, con un senso di vuoto nel petto. Senza rendersene conto, era davvero giunta fino all’auto, ma ad una velocità talmente elevata che si poteva scorgere il fumo lungo la scia che aveva lasciato dietro di sé. Non poteva andarsene. Non così, da vigliacca. Si potevano dire tante cose su di lei, ma non che non si assumesse le proprie responsabilità. Lo aveva sempre fatto, da piccola come da adulta. Poteva anche essere diventata una vampira, ma almeno quell’aspetto della sua personalità non era mutato. Magari doveva concedersi del tempo per assorbire tutte le novità, riprendersi dallo choc, riflettere con calma e sangue freddo. Sangue. La sola parola, riecheggiando nella sua testa, bastò a farla sentire affamata. No, assetata. Non capiva neanche cosa fosse più corretto dire. Sapeva solo di avere nuovamente la gola riarsa, secca, più arida di un deserto. Ogni cellula del suo corpo bramava il sangue e non c’era modo di ignorare quel fatto. Lo doveva bere subito. Anzi, prima di subito oppure… Il rumore di un veicolo in avvicinamento la distrasse e fece salire la sua ansia, tuttavia non riuscì a scorgere nessuno sulla strada principale. Che ce ne fosse un’altra, secondaria e celata dalla neve? Attese alcuni secondi, scrutando l’ambiente circostante con la stessa nitidezza di cui avrebbe goduto in pieno giorno e, dalla sua destra, vide finalmente arrivare dei fari. Il fuoristrada viaggiava a passo di lumaca, mentre il guidatore, un uomo grasso sulla cinquantina, canticchiava tra sé una sciocca canzoncina natalizia. La brama di sangue raddoppiò. Il collo largo dell’uomo le sembrò assumere l’aspetto di una succulenta bistecca e Gina, distrattamente, si leccò i baffi. “Cosa credi di fare? Fermarlo con la scusa di essere rimasta in panne e poi squartarlo, oppure dissanguarlo e basta, senza nemmeno prenderti la briga di parlargli?” sussurrò una voce maschile alle sue spalle. Lo spavento le fece spiccare un balzo di due metri in avanti, proprio a ridosso dell’auto tutta innevata con cui aveva pianificato di darsi alla macchia. “Cri… Cristo!” balbettò, portandosi una mano al petto. “Oh perdonami, ti ho spaventata?” le chiese Tiberius, con tono ironico. “Ti prego, non fare caso a me. Comportati come se io non ci fossi.” Si poggiò con la schiena sullo sportello dell’auto, fissandola apertamente ma senza sorridere. Gina notò che aveva indossato un buffo pigiama di flanella a scacchi rossi e neri ma nessun giubbotto e, nonostante questo, non sembrava patire il freddo quanto lei. Scomparsi erano anche la dolcezza del suo sguardo e la gentilezza che, solo poche ore prima, aveva creduto fossero parte del suo carattere. “Miseriaccia! Da dove sei sbucato fuori? Dal tuo giaciglio segreto?” “Dal letto, ovviamente” rispose seccato. “Dove dovresti essere anche tu.” Gina non sapeva da che parte guardare per nascondere il suo evidente imbarazzo. “Infatti ci stavo tornando. Buonanotte.” Si voltò tutta furente in direzione della casa ma, prima che potesse anche solo muovere un passo, lui l’aveva afferrata per la gola e schiacciata sul cofano dell’auto. “Cazzate. Te la stavi dando a gambe levate e sono pronto a scommettere che tu non abbia nemmeno salutato Alice. Dico bene?” Gina si dimenò, gli occhi in fuori per lo spavento, il fiato… Be’ no, si accorse di non averlo e, stranamente, fu proprio questo a darle il coraggio di ribellarsi. O almeno di provarci. “Ti sbagli di grosso. Adesso mettimi giù oppure…” La risatina sarcastica del vampiro ebbe lo stesso effetto di uno schiaffo a mano aperta. “Oppure cosa? Mi uccidi? Non sapresti neppure da che parte iniziare a uccidere un Legionario!” I suoi occhi, sfavillanti come lapislazzuli, si illuminarono ancora di più nel pronunciare quella parola. Legionario. Credeva di averla già udita, ma che voleva dire? Li fissò così a lungo e così da vicino che perse il filo del discorso. “So cosa volevi fare con quel povero disgraziato ma ehi, guarda! Sta andando via! Salutalo con la manina!” Senza che lei ne avesse il controllo, la sua mano si sollevò per salutare l’ormai lontano guidatore solitario. Fu terrificante non sentirsi più padrona del suo corpo e, di punto in bianco, si sentì sopraffare dai ricordi di altri momenti, durante i quali non solo era stata immobilizzata fisicamente, ma le era anche stato tolto il libero arbitrio. Il terrore che sentì propagarsi in ogni suo muscolo finì per esternarsi sotto forma di lacrime che, copiose e inarrestabili, colarono dal suo viso fin sul bavero e sul fronte del giubbotto. Lentamente, l’espressione adirata del medico mutò. Il suo cipiglio indispettito fu cancellato da una intensa, indiscutibile commiserazione. La strinse con goffezza a sé, abbracciandola forte non per impedirle di fuggire, ma per consolarla e Gina non poté fare altro che singhiozzare sul suo torace, avvolgente e solido. Reale. “Ssssst, non piangere bambina” mormorò lui, sentendola abbandonare ogni resistenza. “Nessuno ti farà del male, quando sei con me.” “Nemmeno tu?” farfugliò, asciugandosi il viso sul suo pigiama. “Soprattutto io. Sono un dottore, ricordi? Io curo le persone, non le ferisco.” “E puoi curare me? Puoi… potresti farmi tornare come… come prima?” Tiberius la strinse al suo petto con maggior vigore e lei riprese a singhiozzare. Non tollerava di vederla soffrire e di non riuscire a farla stare meglio, ma non poteva di certo mentire, tanto più su qualcosa di importante. La consolò ancora per un po’, cercando le parole più giuste, quindi la allontanò di qualche centimetro. Voleva guardarla negli occhi, quando le avrebbe detto che no, non poteva certo farla tornare umana, ma col tempo avrebbe avuto comunque una vita normale, persino appagante. Appena però ebbe il suo viso delicato tra le mani e la fissò in quegli splendidi, intensi occhi scuri, perse la facoltà di parlare. Un angelo non avrebbe avuto aspetto diverso da quello, nelle sue fantasie. Un angelo puro, buono, dolce, con quegli zigomi così perfetti, la pelle liscia e ambrata, le labbra rosse, piene e con quell’espressione così smarrita, così fragile… Prima che se ne rendesse conto, la stava baciando ovunque: sulle sopracciglia, sulle tempie, tra i capelli, sulle guance. Quando giunse sulle labbra, morbide e lisce, la bocca di Gina era semi aperta, in un invito implicito e decisamente irresistibile. Vi si tuffò come se fosse lui il disperato della situazione, con un impeto inusuale e, soprattutto, con un tipo di eccitazione che mai, proprio mai aveva sentito prima nella sua lunga, estenuante vita. La lingua di Gina, calda e morbida, si unì alla sua in una danza sensuale che, dapprima delicata e gentile, in pochi secondi divenne febbrile e scoordinata. Un incendio vero e proprio. “Fermati, ti prego, Tiberius” riuscì a sussurrare lei, mentre invece le sue mani, affondate tra i capelli del vampiro, continuavano a tirarlo verso di sé. Diceva a parole il contrario di ciò che il suo corpo eccitato bramava. Lui abbassò le braccia e, seppure a fatica, prese le distanze. Come aveva potuto approfittare di lei proprio in quel momento di vulnerabilità? “Perdonami, hai ragione. Non accadrà più” disse, diventando tutto rosso in volto. Le dette subito le spalle e finse di osservare le stelle nel cielo, mentre l’unica cosa che gli interessava veramente era che la sua impropria, enorme erezione si sgonfiasse, prima che lei potesse accorgersene.
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