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bomber, cougar e vaniglia
Il maldestro rovescio di Mirco Molteni si perde in corridoio e Alex Rambaldi può così zampettare verso la rete per riscuotere l’omaggio dell’avversario. Nel tragitto, agita le dita salutando le fan pigiate a bordo campo, fingendo di ignorare quel bacio scoccato dalla signora zebrata spiccante tra la folla.
«Niente Formentera quest’anno?» gli chiede Mirco afferrandogli la mano.
«Appena tornato» lo informa Alex. «Tutti ’sti impegni commerciali sono una rogna» continua il resoconto delle ferie, mentre il suo sguardo è accalappiato da quel vestitino a righe che graffia la tribuna.
«Devo parlarti. Nello spogliatoio. Per quella solita cosa» gli bisbiglia Mirco all’orecchio. «Si fa anche quest’anno, vero?»
Alex gli strizza l’occhio a mo’ di conferma, rimandando il confronto al riserbo delle docce. Ma il suo compare dovrà pazientare qualche minuto, dal momento che non c’è partita nemmeno sul fronte degli autografi. Per Mirco Molteni, discreto difensore centrale in forza al Parma, la pratica della firma ricordo è infatti sbrigata in una decina di svirgolate di polso, sufficienti a soddisfare le richieste di qualche fanatico del fantacalcio. Per Alex Rambaldi, centravanti del più titolato club italiano nonché della Nazionale azzurra, il corteo di adolescenti pigolanti è invece molto più laborioso da smaltire.
Grazie, campione.
Possiamo farci una foto?
Sei un mito.
Lo vinciamo lo scudetto?
Sei bellissimo.
Mi regali una maglietta?
Sei troppo forte.
Me lo firmi il cappellino?
Alex artiglia il berretto presentato da un moccioso di sì e no dieci anni, ma quando è sul punto di scarabocchiarlo la sua penna si arresta allarmata. Alex Rambaldi, centravanti del più titolato club italiano, si incupisce in un amen. Alex Rambaldi, attaccante della Nazionale azzurra, scrolla mogio il testone. Alex Rambaldi, uomo immagine del movimento calcistico tricolore, stropiccia la bocca in un broncio di riprovazione.
«Mi dispiace, ma non posso firmartelo questo» fa Alex al bimbo decenne. «Le vedi le tre striscioline parallele? Queste qui, proprio sulla visiera?» dice al moccioso additando il marchio incriminato. «Queste tre striscioline parallele non sono il mio sponsor. Non posso mettere il mio nome qui sopra» spiega il centravanti del più titolato club italiano, l’attaccante della Nazionale azzurra, l’uomo immagine del movimento calcistico tricolore. «Portami il cappellino con il baffo la prossima volta. Quello sì che te lo posso firmare.»
Alex riconsegna quindi al marmocchio il berretto sbagliato senza il ghirigoro calligrafico richiesto, quando accanto al malcapitato ammiratore compare l’ennesima ombra postulante. Subito dopo l’ombra, a rimorchio, si materializza anche il corpo da cui è proiettata, che Alex, squadrando dal basso verso l’alto, individua in: unghie smaltate di fucsia in infradito fiorate, caviglie snelle da ginnasta, gambe abbronzate da surfista, cosce salde da pallavolista, shorts in jeans da ninfetta, ombelico scoperto da danzatrice del ventre, e porca puttana che roba, pensa Alex prima di inquadrarle il viso, una faccina innocente intorbidita da labbra troppo polpose per non volerle azzannare e incorniciata da capelli Johnson & Johnson adagiati sulle spalle.
«Ehi, bomber» dice la ragazzina. «Puoi autografare il cappellino a mio fratello? Ci tiene tanto, sai.»
«Come ti chiami?» chiede Alex godendosi l’apparizione, un occhio a quel viso angelicato, l’altro a quel porca puttana che roba contenuto in un top elasticizzato messo a dura prova da tanta esuberanza.
«Marco» risponde il moccioso.
Alex gli strappa di mano il berretto sbagliato e gli strofina la testa come se fosse un golden retriever. «E tua sorella?» gli chiede. «Come si chiama tua sorella?»
«Vaniglia» fa il bambino.
Rambaldi raddrizza lo sguardo sulla tribunetta: la signora zebrata lo sta tenendo d’occhio. Poi torna a rivolgersi a quel porca puttana che roba davanti a lui.
«Davvero ti chiami Vaniglia?»
«Vanessa» fa lei. «Vaniglia è un soprannome.»
«E perché ti chiamano così?»
«Perché sono dolce» risponde lei con quelle labbra invoglianti.
Alex sigla allora il berretto sbagliato con svolazzi d’inchiostro, quindi lo porge al fratellino fissando però la sorella.
«Grazie, bomber» fa Vanessa Vaniglia in un sorriso che scopre una dentatura infantilmente irregolare.
«Non ringraziarmi» dice lui addolcito per davvero da quel nomignolo, ma rimarcando nell’inflessione ruffiana lo strappo alla regola che le ha concesso. «Magari, se rimani in zona, ci si vede dopo.»
«Non mi muovo da qui» fa lei con i suoi capelli Johnson & Johnson, con i suoi lineamenti ingenui, con le sue labbra abbondanti, con i suoi denti disallineati, con il suo porca puttana che roba.
Alex non fa in tempo a dare un’ultima sbirciata a quella zona di passaggio tra l’addome e il collo, che un’altra ombra affianca la sua nuova amica. L’ombra di un corpo conosciuto, stavolta, e Alex, squadrandolo dal basso verso l’alto, non può che averne immediato riscontro: piedi affusolati in sandali dalle zeppe alte, polpacci volitivi, abitino aderente a righe orizzontali, nelle rughe la superbia di chi comanda, nascosta a malapena dagli occhiali extralarge e dal cappello da vamp.
«Alex, sbrigati» gli dice la donna. «Tra mezz’ora abbiamo il servizio fotografico al centro commerciale. Dobbiamo rispettare la deadline.»
«Finisco qui e arrivo.»
«Intanto che ti prepari, io vado già alla location» continua lei. «Faccio il briefing con la troupe e l’account dell’agenzia, così quando ci raggiungi siamo pronti per lo shooting.»
«Tranquilla» fa lui. «Non vi faccio aspettare.»
«Ti ho mandato un messaggio con l’indirizzo esatto, così imposti il navigatore e ottimizziamo il timing» dice lei. «E non perderti in chiacchiere» lo ammonisce la signora zebrata guardandolo dritto in faccia, ma accennando alla ragazzina con un accentuato basculaggio di cappello. «Altrimenti dovrò rischedulare l’agenda.»
Non finisce di dirlo che ha già mosso verso l’uscita del Tennis Club il suo affamato sedere da cougar, sorpreso a masticare i lembi posteriori dell’abitino bianco e nero fra i tondi glutei ondeggianti.
«E quella chi è?» chiede Vanessa Vaniglia.
«Quella è la mia manager» risponde Alex Rambaldi.