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UNA NOTTE, 50 EURO , AL MIO CEO

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Blurb

Alcol e pene d'amore non vanno affatto d'accordo. L'ho imparato a mie spese, e anche un po' troppo tardi.Mi chiamo Léa Martin. Due anni di fidanzamento, e il mio ragazzo mi ha mollata senza tanti complimenti una sera di maggio 2024.Per affogare il dolore, ho affogato l'orgoglio in un bar e sono finita a letto con uno sconosciuto. La mattina dopo, per non passare per una facile, l'ho pagato e l'ho coperto di insulti per la sua penosa performance. E me ne sono andata a testa alta, convinta di aver voltato pagina.Fu lì che il destino decise di ridere di me. Perché quello sconosciuto, manco a dirlo, era il mio nuovo capo.

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Capitolo 1
Il Naufragio «Ti lascio.» Tre parole. Tutto qui quello che Antoine ha trovato da dirmi, dopo due anni di vita insieme. Niente «mi dispiace», niente «il problema sono io». Solo questo, appoggiato sul tavolo della cucina come si lascia un biglietto per il postino. — Stai scherzando? La voce mi si incrina. — No. Si chiude il cappotto. Ho conosciuto un'altra. — Da quanto? — Abbastanza per sapere che è una cosa seria. Non aspetta nemmeno una risposta. La porta sbatte. Il rumore rimbomba nell'appartamento vuoto. Le sue cose erano sparite già da una settimana, e io non avevo notato niente. Ero troppo impegnata a credere che fossimo felici. Resto lì, in cucina, a fissare la tazzina di caffè che lui non ha bevuto. Il telefono vibra. Una notifica di i********:. Foto di Antoine e di una ragazza, mano nella mano, sorrisi idioti. Didascalia: «Nuovo inizio.» La nausea mi assale. Non voglio piangere. Non voglio. Allora esco. Il bar si chiama «Il Naufragio». Ironico. Puzza di vino stantio e di sudore. Perfetto. Mi sistemo al bancone, ordino un whisky che non berrò abbastanza lentamente. — E un altro, dico al barista prima ancora di aver finito il primo. — Sicura? Alza un sopracciglio. — Sono qui per questo. Lui scrolla le spalle, versa. Bevo. Brucia, ed è bello. Bevo ancora. La testa gira un po'. Non abbastanza. Voglio smettere di pensare. Voglio cancellare la foto, il suo sorriso, le sue mani tra i capelli di quell'altra. La porta del bar si apre. Entra un uomo. Non il classico cliché da bar notturno: niente giacca stropicciata, niente cravatta di traverso. È calmo. Capelli scuri, spalle larghe, una mascella che taglierebbe il vetro. Lancia un'occhiata intorno, e il suo sguardo si ferma su di me. Un secondo. Due secondi. Poi si siede accanto a me. Senza una parola. Il barista si avvicina. L'uomo ordina il mio stesso whisky. Stessa dose, stesso bicchiere. Magari è un caso. O forse no. — Ti dà fastidio se resto qui? La sua voce è grave, un po' rauca. — Fa' come ti pare, me ne frego. — Sì, si vede che te ne freghi un sacco, in effetti. C'è dell'ironia nella sua voce, ma non è presa in giro. È piuttosto una specie di tacita complicità. Lo guardo finalmente. Fronte alta, una cicatrice sul sopracciglio sinistro, occhi scuri. Non sorride, ma non è nemmeno minaccioso. — Anche tu sei appena stato mollato? butto lì, cinica. Scuote la testa. — No. Non mi mollano mai. Sono solo… stanco. — Stanco di cosa? — Di tutto. Della gente che parla troppo. Dei sorrisi di circostanza. Del rumore. Fa una pausa, poi aggiunge: — E tu? Hai appena pianto, o è il mascara che si è sciolto da solo? Mi porto una mano alla guancia. Effettivamente è umida. Non me n'ero nemmeno accorta. — Il mio fidanzato mi ha appena lasciata. Per un'altra. Dieci minuti fa. Mi trascino il mio bicchiere, faccio la depressa in un bar squallido. Ti basta come spiegazione? — Mi basta eccome. Alza il bicchiere. Brindiamo alla mediocrità degli uomini. Rido. Una risata un po' forzata, ma rido. Brindo. Beviamo. Parliamo. Non so di cosa. Della pioggia, del barista, di una canzone orrenda alla radio. Non mi chiede il nome. Io non chiedo il suo. È strana, questa libertà. Non abbiamo storie da raccontare, né bugie da sostenere. — Vuoi uscire a prendere aria? Appoggia la mano sul bancone, vicino alla mia. Nessun contatto. Solo una vicinanza. — L'aria fa schifo, piove. — Lo so. Si alza. Mica siamo obbligati a restare qui. Il cuore mi perde un colpo. Non per lui. Per me. Per quello che sto cominciando a pensare. Perché lo guardo, quello sguardo calmo, quella cicatrice, le sue mani grandi, e non ho nessuna voglia di tornare a casa da sola. — Hai in mente un hotel? chiedo. Tira fuori il telefono, digita qualcosa, mi mostra lo schermo. Un posto a due isolati. Non un palazzo di lusso, ma nemmeno un tugurio. — Ne conosco uno, dice. Scendo dallo sgabello. Le gambe mi tremano un po'. Sarà l'alcol, o la decisione. Poco importa. — Andiamo, mormoro. Guidami tu. Prende il cappotto. Tiene la porta. La pioggia ci sferza il viso. Ci mettiamo a correre, ridiamo, corriamo ancora. Non so nemmeno il suo nome. E francamente? Me ne frego. Entriamo in hotel fradici come due pulcini. Niente reception di lusso, solo uno sportello di vetro e un portiere che ci degna a malapena di uno sguardo. — Una stanza, dice lo sconosciuto. — Una sola? faccio io, beffarda. Si volta verso di me. La pioggia gli ha incollato i capelli sulla fronte. I suoi occhi sono ancora più scuri di prima. Più intensi. — Hai cambiato idea? — No. — Allora una sola. Il portiere ci porge una chiave. Primo piano. Saliamo le scale in silenzio. I nostri passi scricchiolano sul legno umido. Lui apre la porta. La stanza è piccola, quasi triste. Un letto, una finestra, odore di chiuso. La pioggia tamburella contro i vetri. Lui richiude la porta dietro di noi. Di colpo, il silenzio si fa pesante. — Vuoi bere qualcosa? Indica un minibar impolverato. — No, ho già bevuto abbastanza. — Vuoi parlare? — Nemmeno. — Allora… cosa vuoi? Si appoggia al muro, le braccia conserte. Non si muove. Aspetta. Nessuna insistenza, nessun gesto. Solo quello sguardo che mi trapassa. Non so cosa voglio. Non so chi sono, adesso, in questo istante. Sono Léa, quella che Antoine ha buttato via. Sono una ragazza fradicia in una camera d'albergo con un tipo di cui non so il nome. — Voglio smettere di pensare, dico alla fine. — In questo posso aiutarti. Si stacca dal muro. Due passi verso di me. Alza una mano, lentamente, come se si stesse avvicinando a un animale ferito. Il palmo mi sfiora la guancia. La pelle è calda, ruvida. — Ultima possibilità, dice a bassa voce. Mi dici di no, e me ne vado. Nessuna domanda, nessun rimpianto. — Ti sembro una che dice di no? Sorride. Non un gran sorriso. Qualcosa di fugace, quasi triste. — No, mormora. Sembri una a cui fanno male. — Allora fai tacere il dolore. Le sue labbra incontrano le mie. Nessuna tenerezza. Ma nemmeno brutalità. Solo una presenza, un calore che mi avvolge. Le sue mani scendono lungo la schiena, le mie dita si aggrappano alla sua nuca. La pioggia batte più forte. O forse è il mio cuore. Lui indietreggia di un centimetro. Il suo respiro sulla mia bocca. — Non ti chiedo nemmeno come ti chiami. — Meglio così. — Perché se lo sapessi, avrei paura di affezionarmi. — Non siamo qui per questo. Annuisce. Poi mi solleva senza sforzo, le mie gambe si intrecciano ai suoi fianchi. Mi porta fino al letto. Mi sdraio. Lui resta sopra di me, immobile, come se aspettasse un altro permesso. — Smettila di pensare, mormoro. — Ti avverto, dice. Domattina potrei essere insopportabile. — Domattina me ne sarò già andata prima di te. Stavolta ride. Una risata sorda, quasi dolorosa. — Affare fatto. La luce della strada illumina il suo viso a intermittenza. Un lampo. Poi un altro. Lui si china, e niente ha più importanza. Non Antoine. Non il dolore. Non il silenzio che mi aspetta a casa.

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