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700 Parole
7 Era giorno di offerte e l’ipermercato era affollato. «Sei nervoso?», gli domandò Chiara, che aveva un sesto senso raffinato. Bonetti non andava pazzo per i centri commerciali, ma non sopportava l’idea che lei portasse da sola le borse della spesa e nello stesso tempo dovesse badare a Simona. La piccola si era fermata davanti a un maxi schermo 3D e guardava i cartoni animati con occhiali arancioni che su di lei erano giganti. «Devo andare in bagno», rispose Bonetti. «È così urgente?». Erano appena passati accanto ai servizi e lui non aveva detto nulla. Bonetti annuì. Camminò verso l’uscita. L’aveva visto. Era quello “il professionista”? Non voleva crederci. Un tizio scarno e barbuto come un naufrago, dalla pelle grigia. Vestiva un cappotto lercio e sfatto che gli stava enorme. Una cuffia storta sulla fronte spaziosa e guanti di lana senza dita. A maggio inoltrato. Era brizzolato, dai lineamenti decisi, il naso grande e gli occhi spiritati. Sembrava uscito da un campo di concentramento. Il loro sguardo si era incrociato per un secondo, ma era bastato. L’uomo si era girato ed era uscito dall’ipermercato strascicando in fretta i piedi. Per non perdere la suola di una scarpa, l’aveva legata con il fil di ferro. Bonetti dietro. Erano nella galleria dei negozi. Tra la gente. Distanziati di una decina di metri. Lo sconosciuto accelerò il passo. Per un attimo esitò e girò la testa. Adesso Bonetti era certo, professionista o no, era lui il fantasma. Guadagnò terreno. Le parti si erano invertite. Lo sconosciuto entrò nel negozio di articoli sportivi, si confuse tra le persone. Bonetti sporse la testa, dov’era finito? Era sparito. No, eccolo, era uscito dall’altra parte. Convinto di non essere visto, si stava nascondendo nel bagno. Perfetto. Da lì non esisteva via di fuga. Bonetti attese che l’uomo percorresse il corridoio dei servizi, lasciò che passassero due donne, quindi lo seguì. Finse di allacciare una scarpa, estrasse la pistola dalla fondina e la nascose nella tasca della giacca. La mano stretta sull’impugnatura, il dito sul grilletto. Entrò nel bagno. Un ragazzo si stava sistemando i capelli. Scambiò un’occhiata con Bonetti e decise di lasciare i capelli com’erano. Uscì. C’erano quattro porte. Una sola era chiusa. Bonetti sbirciò da sotto e vide le scarpe malconce da cui spuntavano caviglie sottilissime e calzini spaiati. Indietreggiò. Guardò in alto: telecamere non ce n’erano. Colpì la porta con un calcio e divelse il lucchetto. Si lanciò dentro con il suo quintale abbondante. L’uomo era sparito. Corse in alto con lo sguardo, lo sconosciuto aveva scavalcato la parete divisoria ed era sgattaiolato nello scomparto adiacente. Udì un rumore. La porta che immetteva al centro commerciale si stava chiudendo. L’uomo stava scappando. Sapeva di essere stato seguito e si era preso gioco di lui. Bonetti corse fuori, adesso era furioso. Spalancò la porta con una manata. Un errore imperdonabile. Chiuse gli occhi e riparò il viso con il braccio. Lo sconosciuto lo stava aspettando, aveva tolto l’estintore dal supporto metallico e lo teneva sollevato in aria con entrambe le mani. Lo stava per colpire alla testa. Non ci fu l’impatto, però, e Bonetti riaprì gli occhi. L’estintore rosso era sempre lì, in alto. Lui e lo sconosciuto si erano bloccati. Ciò che Bonetti vide, lo lasciò senza fiato. Fu come se si stesse specchiando negli occhi dell’uomo, altrettanto chiari. Il suo sguardo era da pazzo furioso, eppure incredibilmente triste. Le folte sopracciglia avevano la forma di due palette da flipper e precipitavano verso le tempie come una V rovesciata. Digrignava i denti, faticando a trattenere qualcosa più grande di lui. Come se stesse premendo a tavoletta il pedale del gas e al contempo tirando il freno a mano. Aveva un buco nero al posto di un incisivo. Il naso doveva esserselo rotto in più punti o forse più volte. Era stato aggiustato male. Grande com’era, si vedeva ancora di più. Sulla fronte, i fantasmi di antiche ferite. E crosticine recenti. Invece di colpire Bonetti, l’uomo gli gettò tra le braccia l’estintore e fuggì. Una donna vide la scena e gridò. Bonetti tentò di inseguire il pazzo, ma fu inutile. In pochi secondi aveva già perso il contatto visivo. Uscì dal centro commerciale, perlustrò il parcheggio. Sentiva l’amaro in bocca. Suonò il cellulare, era Chiara, temeva che lui si fosse sentito male. Un’ultima occhiata al niente. «Sto arrivando», le rispose celando l’irritazione. Due volte. Il tizio l’aveva buggerato due volte in pochi minuti.
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