8
Quella notte Bonetti non riuscì a dormire. Si copriva e scalciava via le coperte. Patì oppressione al petto. Accanto a Chiara che, invece, respirava placidamente.
Chiara.
Bonetti amava il calore che trasmetteva suo corpo. Per qualche motivo che non aveva mai capito, lui di dentro sentiva sempre freddo. Come se, coi suoi morsi gelati, la morte avesse già incominciato a divorarlo.
Quando stavano così, si era creato un’immagine lirica di loro due. Lui era il tronco forte, lei il germoglio che lo teneva in vita.
Tornò il pensiero dello sconosciuto e gli invase la mente.
Non lo conosceva, non l’aveva mai visto e non riusciva ad associarlo a nessun caso cui avesse lavorato.
Ma in qualche modo doveva aver pestato i piedi a quell’uomo. Per quanto fosse scaltro – e lo era spaventosamente – non si trattava di un professionista. Quindi agiva per se stesso e non conto terzi.
Altra considerazione: non si trattava nemmeno di un pazzo qualsiasi, affetto da delirio maniacale. All’ultimo momento non lo aveva colpito. Se lo sconosciuto l’avesse voluto, avrebbe potuto fracassargli la testa con l’estintore. Invece si era trattenuto. Significava che le cose non erano andate come quello strano tizio si aspettava.
Sì, ma allora cosa si aspettava?
Cosa sarebbe dovuto accadere, invece?
E gli occhi?, pensò Bonetti. Perché vedendolo aveva avuto una spiccata sensazione di familiarità?
Non lo conosceva!
Rimuginò ancora, servì solo a innervosirsi di più.
Adesso sapeva che volto avesse il suo… come chiamarlo, persecutore? Tuttavia le sue intenzioni erano quanto mai imponderabili, e − cretino! − aveva perso le sue tracce.
Se tu fossi il mio investigatore, ti licenzierei in tronco, si rimproverò.
Un tipo del genere sarebbe stato capace di tutto?
Chissà.
Perfino di aggredire Chiara o Simona?
Questo non poteva accadere.
Doveva ritrovare quel pazzo. Scovarlo, sorprenderlo e bloccarlo, prima che potesse nuocergli in qualsiasi modo.