10
Uscì di casa e… eccolo. Di nuovo quel pizzicore dietro la nuca.
L’uomo era tornato. Appena Gigi Brevi aveva mollato la presa, il pazzo era uscito dall’ombra.
Così pazzo non poteva esserlo, se si era accorto che un investigatore privato gli aveva messo alle costole un collega.
Lo sconosciuto aveva giocato alla grande, tenendo d’occhio sia Bonetti che gli uomini dell’altra agenzia, senza farsi minimamente scoprire. E al momento giusto era riapparso come il foulard di un prestigiatore.
Abracadabra…
Serviva una sensibilità da ragno.
Bonetti uscì dal voltone e percorse via San Mamolo. Attraversò il viale. Giunto all’altezza della vecchia Maternità, imboccò una laterale, quindi entrò in un cortile il cui cancello rimaneva sempre aperto.
Si girò. Nessuno.
Lo sconosciuto non poteva di certo mostrarsi alla luce.
Era il momento di fare sul serio.
Bonetti proseguì fino a un muro di recinzione e lo scavalcò. Si ritrovò in un altro cortile. Lo attraversò, passò davanti al portiere e uscì in strada.
Curvò a destra, subito a sinistra, quindi entrò in un bar. Ordinò un caffè e lesse per mezz’ora il giornale.
Poteva bastare. Adesso era lui a condurre il gioco e non si sarebbe più lasciato strappare l’iniziativa.
Uscì e camminò fino a piazza San Martino.
Lo sconosciuto aveva abboccato. Era sotto il portico, fumava e guardava in alto cercando di capire se Bonetti fosse in agenzia. Stesso cappotto, guanti, berretto. Si era procurato un paio di scarpe aggiustate.
C’era gente, però, che gli camminava attorno. La terapia d’urto che aveva in mente Bonetti, non prevedeva l’ausilio di testimoni.
Rimanendo nascosto dietro il palazzo, Bonetti telefonò a Rossi, l’avvocato che aveva lo studio al primo piano.
«Ciao Alessandro, mi si è spaccata la chiave, potresti aprirmi il portone? No, nessun problema, di sopra ne ho un’altra copia e sono riuscito a tirare fuori il moncone dalla serratura».
Il portone si aprì con uno schiocco.
Bonetti ringraziò l’amico.
Lo sconosciuto guardò in su, poi s’infilò dentro il palazzo.
Bonetti si sentì sollevato. Per un po’ aveva veramente creduto che quel tizio fosse un genio. Fregò le mani, era il momento della rivincita. Lo sconosciuto stava per conoscere il suo lato meno ortodosso.