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419 Parole
11 Bonetti non permise al portone di chiudersi. Non voleva insospettire l’uomo facendo rumore. Lo tenne vicino per qualche secondo, quindi entrò. Oltre all’odore del fumo, l’uomo aveva lasciato dietro a sé una scia rancida. Sudore vecchio e condensato di rifiuti. Bonetti sbirciò l’atrio. La rampa delle scale era deserta. Accostò delicatamente il portone. Salì il primo gradino. «Ehi, grand’uomo. Io sono qua», disse la voce alle sue spalle. Strascicata perché il tizio stringeva la sigaretta tra le labbra. Una voce roca, roca e roca. E incredibilmente bassa, per un tizio così magro. Bonetti strinse i pugni. L’uomo gli era arrivato dietro senza che lui se ne fosse accorto. «Ti ho aspettato per un po’ fuori dal bar, poi ho pensato fanculo, sto qui a giocare a micio micio bau bau?». Aveva parlato con moderazione, eppure c’era un’inconfondibile nota maniacale nella sua voce. E gli occhi celesti, sgranati e attoniti, Bonetti sentiva che non lo guardavano veramente, era come se lo attraversassero. «Volevi che io pensassi di averti perso e corressi qui a cercarti», il tizio tirò su col naso, scosse le spalle. «Mi costava niente farti sentire intelligente», e il bello era che non lo aveva detto per sfotterlo. Era così. Ed era vero. «Hai fatto aprire la porta, ti ho accontentato ancora». L’uomo spalancò le braccia. Era un gesto di sfida? «Adesso però hai rotto le palle. Deciditi a farla finita perché ci stai facendo la figura del coglione». Bonetti si trovava di nuovo in svantaggio. Non sapeva nulla di quel tizio né delle sue intenzioni, pensava di avergli teso una trappola e invece era l’esatto contrario. L’uomo fece qualche passo avanti. «Hai una moglie che è un bocconcino, lo sai?», scostò il cappotto e portò una mano alla tasca posteriore dei calzoni. Un coltello? Bonetti aveva la pistola nella fondina alla caviglia. Non avrebbe mai fatto in tempo a estrarla. «Hai anche una figlia meravigliosa», lo sconosciuto aveva portato la faccia a pochi centimetri da quella di Bonetti e agitava le dita come se stesse compiendo una magia. I vestiti, l’alito, la pelle. Il suo puzzo era disgustoso. Per non parlare delle cicatrici e delle ferite sul naso e su una tempia. «Eh, che piccolo angioletto, la tua bimba». Bonetti colpì l’uomo al volto con un pugno. La testa dello sconosciuto rimbalzò sull’esile collo e la sigaretta volò in aria, quindi tutto il suo corpo si piegò all’indietro e stramazzò al suolo. Lo strano tizio aveva perso i sensi. Dalla mano che aveva portato alla tasca posteriore, era sfuggito un piccolo quadratino metallico che aveva tintinnato sul pavimento. Bonetti lo raccolse, spalancò la bocca, si accigliò. Se l’avesse avuto, avrebbe pagato un milione di euro, pur di capire cosa stava succedendo.
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