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516 Parole
12 Squillò la campanella. I ragazzi schizzarono fuori dall’aula. Angela raccolse le proprie cose con calma flemmatica. Che senso aveva darsi una mossa? Da oggi avrebbe fatto il tragitto sola. Aarif l’aveva lasciata. A diciassette anni e mezzo lei era ancora vergine. Pareva fosse un problema. Per accontentarlo aveva provato a succhiarglielo, ma le era venuto da vomitare. E a lui le seghe non bastavano. Merda di vita. La Zanieri, la prof di chimica, già fuori dalla porta, rientrò e le si avvicinò. «Come stai?». Collaborava come volontaria in ambito sociale, con gli uffici del quartiere. E conosceva i trascorsi della sua famiglia. Angela mugugnò. Né sì né no. «A casa?». Batteva sempre lì, l’impicciona. «Il mio ragazzo mi ha lasciato», tagliò corto. Così l’avrebbe tenuta buona. La donna annuì. Ipocrita. Fingeva di voler stabilire un rapporto di cameratismo, quando in realtà era sollevata. Se hai una famiglia difficile è un problema morale. Ma se ti si spezza il cuore perché l’amore della tua vita ti lascia, ai grandi non gliene frega un cazzo. A cosa serve crescere, se poi diventi così? «Angela?». Che tormento! «Mi dica». «Non mollare. Hai doti, puoi vincere una borsa di studio, andare all’università. Anch’io alla tua età mi sono mantenuta facendo la cameriera». «Incoraggiante». Farsi un culo tanto, per poi passare la vita a insegnare a ragazzini difficili e irrispettosi cui non frega niente della chimica. Né di te né dei tuoi merdosi anni di fatica. «E adesso è felice? Si sente realizzata? E io che credevo avesse divorziato». La professoressa accusò l’affondo inaspettato. «Beh, Angela, le cose…». Sì, sì, va bene. «Ora devo andare». «Angela!». Angela uscì dalla classe, percorse il corridoio e scese le scale. Fuori faceva caldo, aveva infilato una felpa pesante. Le comprava di due taglie più grandi. Di seconda scelta, dai cinesi di via Ferrarese. Provava vergogna a mostrare il seno. Si sentiva troppo magra e impreparata per affrontare il problema “tette”. E quello che ne derivava. In sintonia con il resto del mondo, il suo corpo se ne era fregato della sua volontà di passare inosservata, e aveva fatto spuntare quelle due stronze con l’unico scopo di attirare sguardi da maniaci e farla diventare paonazza. Salì sull’autobus. I compagni non la prendevano in giro, ma neppure la cercavano: lei era il fantasma con le grandi tette che non la dava a nessuno. Quattro fermate dopo, scese e camminò fino alla scuola elementare. Suo fratello l’aspettava seduto sul prato del parchetto pubblico adiacente l’edificio. Con un bastoncino stuzzicava le formiche dentro il nido, dando poi fuoco con l’accendino a quelle che fuggivano. Ce n’erano già molte barbaramente trucidate. «Com’è andata?», le domandò Vito abbandonando a malincuore lo sterminio. «Aarif mi ha lasciata». «Voleva fare sesso?». Nonostante tutto, Angela sorrise. Ricordò il dente scheggiato e strinse le labbra. Un giorno sarebbe stata libera. Da suo padre. Da tutto e da tutti. «Non avere paura Vito». Suo fratello la guardò dal basso, senza capire a cosa si riferisse. «Non ho mai paura». Purtroppo era vero. Nonostante la costituzione gracile veniva spesso alle mani. E quando prendeva le botte, ricambiava la cortesia facendo la posta al contendente, armato di bastone. Picchiare lo rendeva felice. Non era una cosa naturale. Vito la abbracciò, poi le prese la mano: «Ti proteggerò io» disse. «Ma certo che lo farai». Un bambino di nove anni poteva ancora illudersi, pensava Angela.
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