V

516 Parole
V Una scrivania con due sacchettini sopra. Nel primo che avevano recuperato c’era il numero 1 scritto digitalmente e una ciocca di capelli raccolti in un elastico, nel secondo il numero 2 con accanto un bigliettino piegato. In piedi, due uomini e la loro morbosa curiosità. Il numero due che ritornava come in una maledetta Cabala da interpretare. Marco Quadrini, con mani inguantate, afferrò il secondo sacchetto, lo aprì con delicatezza e concentrò il proprio sguardo sul messaggio contenuto nel bigliettino. Poche parole, ma chiare: Secondo indizio: non è uno scherzo “Che pensi?”, domandò poi, rivolgendosi al collega. “Penso che questa storia comincia a non piacermi per nulla”, scosse la testa Sergio. “È evidente che chiunque sia il mittente di questa roba qui ha temuto di non essere preso troppo sul serio”. “Di certo se avessimo trovato solo il primo sacchetto non so quanto peso alla cosa avremmo potuto dare. Rompere il finestrino di un’auto della polizia per lasciare quello che lui definisce il secondo indizio è un messaggio assai più esplicito”, aggiunse Crema, dopo essersi dato una grattata alla prominente pancetta. “E i capelli, Sergio?”. “A qualcuno apparteranno e se escludiamo l’ipotesi ‘bufala’ mi vengono in mente solo cattivi presagi”. “Saranno di qualcuno che ha fatto una brutta fine?”, Quadrini andò dritto al nocciolo della questione. “Troppo poco per dirlo, potrebbe anche essere una minaccia rivolta al futuro, oppure l’iniziale rivendicazione di un rapimento. Una cosa è certa...”. “Spara”. “Siamo solo all’inizio, Marco. Con due indizi del genere possiamo cominciare a muoverci, ma sicuramente è solo un’anteprima di qualcosa che accadrà”. “Come ci muoviamo adesso?”, domandò l’ispettore. “A cazzo direi, senza una logica...”. Il commissario attese un attimo prima di far capire al proprio collaboratore, con una strizzatina d’occhio, che stava scherzando, e ricominciò a parlare. “Proviamo innanzi tutto a verificare se qua sopra, anche se ho forti dubbi, ci sono delle impronte digitali. Poi cerchiamo di recuperare il maggior numero di informazioni dai capelli e risaliamo al numero di telefono che ha effettuato la chiamata un’ora fa”. “Dovremmo avere un numero significativo di capelli per il test del DNA”, disse Quadrini indicando il primo sacchetto. “Dobbiamo sperare che alcuni di essi contengano il bulbo pilifero e non siano stati raccolti da qualche parte dopo una caduta spontanea”. “Se li ha strappati dal cuoio capelluto non ci sono problemi”, lo confortò l’ispettore. “Dobbiamo capire cosa vuole comunicarci mister X con quella traccia e se, eventualmente, siamo già in possesso del DNA del “padrone” dei capelli”. “E la Bonamico?”, la domanda di Quadrini era pertinente e riguardava il coinvolgimento del loro magistrato di riferimento per quanto riguardava l’apertura di quell’indagine ancora agli esordi. “Domani la sento, adesso si è fatto tardi.” “Ok”. “Comunque il nostro amichetto ha avuto una certa dose di sangue freddo per riuscire a gestire una situazione del genere. Probabilmente ha sfruttato a suo favore l’effetto pioggia per crearsi una copertura. Sapeva che con quel tempaccio nessuno si sarebbe avvicinato al monumento prima del nostro arrivo e, soprattutto, che il rumore della pioggia avrebbe parzialmente coperto il suono prodotto dal vetro in frantumi”. “Sottoscrivo”, aggiunse stancamente Quadrini, riuscendo a trattenere a stento uno sbadiglio che servì a ricordare a entrambi che si erano fatte quasi le ventidue. “Domani ripartiamo da questi due elementi, per oggi stop!”, fu la frase con cui Sergio Crema decretò la fine di quella conversazione. Due bimbi, a cui rimboccare le coperte, l’aspettavano a casa. E fuori pioveva...
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