IX
“Ho il risultato dell’analisi dei tabulati”, disse entrando in ufficio Quadrini, senza nemmeno salutare il commissario Crema.
“Già fatto?”.
“Sì, abbiamo un nome”.
“Anche un cognome, spero”.
“Naturalmente, Sergio. Si tratta di un certo Mattia Ferrante, ventotto anni, disoccupato”.
“La percentuale dei senza lavoro con cui ci stiamo confrontando in questi mesi è in continuo aumento”.
“Si chiamerà crisi?”, domandò Quadrini “vendicandosi” per la precedente battuta del collega.
“Cosa sappiamo di lui?”.
“Non molto, a parte il fatto che ieri sera ha bloccato la scheda telefonica”.
“Informazione non da poco, andiamo a parlargli?”.
“Abita in via santa Giulia, vicino alla chiesa”.
“Ok, facciamogli una visitina. Basta che non guidi alla Starsky & Hutch. Non vorrei vomitare il tramezzino tonno e carciofini che ho fatto fuori prima”.
“Avessi una Ford Gran Torino potrei fare un paio di numeri”.
“Non sei nemmeno a Los Angeles, se è per questo”.
Quello fu l’ultimo scambio di battute che effettuarono in ufficio prima di dirigersi, con passo spedito, verso la loro Grande Punto che di grande aveva solo il nome.
Una decina di minuti, vissuti pericolosamente, e i due poliziotti furono di fronte alla porta dell’appartamento di Mattia Ferrante.
Il suono del campanello, qualche attimo d’attesa e si palesò la sagoma di una signora di una certa età che, dopo aver abbassato il volume della radio, fece accomodare gli agenti in salotto. Poi sparì alla ricerca di colui che avrebbero dovuto interrogare.
Nemmeno un minuto dopo arrivò al loro cospetto un ragazzo alto e dinoccolato, i cui occhi spenti si nascondevano sotto un paio di occhiali dalla montatura nera, assolutamente anonimi.
“Il signor Ferrante, immagino?”, domandò immediatamente Crema, mostrando il proprio tesserino identificativo.
“Sì, sono io. Ditemi che avete recuperato il mio cellulare da qualche parte e ve ne sarò grato”.
Con quella frase freddò i due poliziotti sul posto.
“In effetti eravamo qui proprio per quello”.
“Se l’avevate ritrovato bastava una telefonata...”, disse il ragazzo sorridendo.
“Ne ha denunciato la scomparsa?”.
“Sì, i cugini carabinieri non vi hanno detto nulla?”.
Sergio Crema stava iniziando a irritarsi per l’atteggiamento dell’uomo che pareva divertirsi un mondo in quella circostanza.
“Le domande preferiremmo farle noi, se permette”, con conseguente irrigidimento dello sguardo del commissario.
“Scusate, mi sembrava solo strano non lo sapeste. Ma perché siete venuti allora?”.
“Di nuovo una domanda... Quando ha sporto denuncia signor Ferrante?”.
“Stamattina, anche se me n’ero accordo già ieri sera, rientrando a casa dopo essere stato alla Biblioteca Nazionale”.
“Quindi gliel’hanno rubato lì?”, s’intromise per la prima volta Quadrini.
“Non ne sono sicuro. Di certo ricordo di aver effettuato una telefonata verso le 18,30 per avvisare mia madre del mio arrivo a casa intorno alle 19,30. A mio padre piace mangiare sempre alla stessa ora”, diresse uno sguardo verso la madre che confermò immediatamente la versione dei fatti abbassando il capo ripetutamente.
Era terrorizzata.
“E poi?”, l’incalzò Crema.
“Sinceramene non riesco a ricordare il momento in cui ho infilato il telefonino nello zaino prima di uscire dalla Biblioteca, poco prima delle diciannove. Dopo aver sentito mia madre mi sono allontanato un paio di volte dalla mia postazione per recuperare alcuni volumi da consultare. Anche se c’è l’obbligo di lasciare le borse negli armadietti all’ingresso con il sottoscritto c’è sempre stata una certa flessibilità da parte di chi presiede l’ingresso. Forse perché in passato ho anche collaborato attivamente per alcune iniziative di promozione della biblioteca stessa”.
“La solita flessibilità all’italiana, immagino. Quindi possono, in teoria, averle sottratto il cellulare anche successivamente?”, il commissario pensò che quella possibilità non poteva essere esclusa visto che la telefonata da cui tutto aveva avuto inizio era arrivata in Questura intorno alle 19 e 25.
“Una volta uscito dalla Biblioteca Nazionale sono andato in via Po, ho preso il 55 e sono sceso in via Vanchiglia”.
“In che condizioni ha viaggiato?”.
“Eravamo stretti come sardine, è l’unica cosa che posso dire. A forza di tagliare i trasporti converrà fare l’autostop”.
“Ha notato qualche movimento sospetto intorno a lei sull’autobus?”.
“Ho provato a ricordare quei momenti, ma non mi è venuto in mente nulla”.
“Cosa ci faceva alla sua età in Biblioteca?”.
Fu Marco Quadrini a porre quella domanda idiota a cui il ragazzo avrebbe voluto rispondere con un “questa me l’aspettavo dai carabinieri” che rimase nel cassetto delle intenzioni e venne sostituita con un “in che senso?” dal tono piuttosto irritato.
“Il mio collega voleva sapere semplicemente il motivo della sua presenza in Biblioteca, tutto qui”.
“Sono un ricercatore in storia, mi sto preparando per un concorso quasi impossibile da vincere”.
“Tanti candidati per pochi posti?”, domandò il commissario.
“Esattamente. Come ben sapete la ricerca in Italia è considerata più un fastidio che una risorsa. Mi gioco ancora questa possibilità e poi me ne vado all’estero a fare qualsiasi cosa pur di lavorare”.
“Quindi è disoccupato?”.
“È tutto fermo commissario, va bene gli ottanta euro di aumento per alcuni lavoratori, ma chi il lavoro non ce l’ha proprio che deve fare?”.
Nessuno dei presenti in quella stanza aveva la bacchetta magica per rispondere a quella domanda. Quadrini lanciò uno sguardo divertito al collega che poteva essere chiaramente sottotitolato con un “hai visto il tuo caro Renzi che cazzo sta combinando” che rimandava alla discussione tra loro in corso sulle capacità curative del Presidente del Consiglio. Sergio Crema l’avevo definito come “l’ultima possibilità di salvezza per l’Italia”, mentre per Marco Quadrini si trattava “di un altro Berlusconi, questa volta di sinistra, però”.
Soltanto il tempo avrebbe stabilito chi dei due avrebbe avuto ragione.
“Adesso posso conoscere il motivo della vostra presenza qui?”.
Sergio Crema non si sbottonò eccessivamente nello spiegare le motivazioni della visita anche se riferì il fatto che il telefonino del ragazzo fosse stato utilizzato per una telefonata sospetta e probabilmente collegabile con un atto criminoso.
Il ragazzo non si scompose più di tanto nell’apprendere quella notizia e si dichiarò a disposizione della polizia per ulteriori approfondimenti.
“Vi assicuro che il mio Mattia non c’entra nulla”, si inserì nella discussione la mamma del ricercatore facendo un paio di passi in avanti dalla posizione periferica che aveva mantenuto durante tutta la conversazione.
“Nessuno sta affermando il contrario, signora”.
“Tranquilla mamma, spero solo che troviate quello stronzo. Se volete vi lascio il mio numero di cellulare per eventuali segnalazioni urgenti. Ho un secondo telefonino che utilizzo soprattutto per comunicazioni più istituzionali con colleghi ed enti vari e che ieri, avevo lasciato a casa”, disse Mattia anticipando quella che sarebbe stata la richiesta di spiegazioni da parte dei poliziotti.
Dopo che Quadrini ebbe annotato quel dato accanto alle informazioni che avrebbero composto la sua nota di servizio, i due uomini si congedarono dalla famiglia Ferrante, con alcune strette di mano incrociate.
Una volta ritornati sul pianerottolo il commissario fu il primo a parlare:
“Cosa ci faceva alla sua età in Biblioteca?”, riesumò la frase detta in precedenza da Quadrini facendo il verso al suo collega.
“Ho detto una cazzata?”.
“Sì, hai detto una cazzata, Marco”, poi scosse la testa mentre gli scappò una breve risata.
“Sarà, ma il tipo non mi piace per nulla”, l’ispettore Quadrini provò a spostare il baricentro del dialogo aprendo al collega la porta dell’ascensore, già fermo al piano.
“Neanche a me. Proviamo a capire qualcosa di più sulla sua vita”.
“La storia del cellulare rubato potrebbe essere un depistaggio?”.
“Troppo presto per dirlo. E poi un depistaggio da cosa?”.
“Bella domanda se avessimo la risposta. Attualmente possiamo indagare su qualcuno solo per sottrazione indebita di capelli, al di là del danneggiamento del finestrino dell’auto”, fu la consequenziale considerazione dell’ispettore.
“Lo so, ma a un certo punto chi se ne frega. Io dal 14 luglio sono in ferie, accada quel che accada!”.
“Accada quel che accada”, ripeté a bassa voce l’ispettore scimmiottando il collega.
“Cos’hai detto?”.
“Nulla, parlavo da solo”.
Sergio Crema e Marco Quadrini si lasciarono alle spalle l’appartamento, l’ascensore e il condominio con addosso la speranza, un po’ illusoria, che il giorno della partenza per il mare sarebbe arrivato senza il ritrovamento di ulteriori ciocche di capelli su cui indagare.