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Una settimana. Era trascorsa una settimana da quella telefonata, da quella corsa in auto, da quella ciocca di capelli anonima, da quei sospetti che erano rimasti tali perché null’altro era accaduto.
Anche quel giorno un cielo minaccioso incombeva su Torino. Nuvole cupe e cariche di pioggia si stavano preparando a martellare una città che aveva perso il sorriso. Continuando con quell’andazzo l’estate del 2014 sarebbe passata alla storia per le condizioni climatiche autunnali che stavano intristendo le giornate di molti.
Anche i social network erano tappezzati di post in cui gli utenti ironizzavano su quella situazione paradossale raccontando quali fossero i loro buoni propositi per il Natale ormai prossimo.
Su f*******: venivano condivisi fotomontaggi in cui piazza San Carlo era diventato un lago artificiale sul quale era possibile navigare con la propria barchetta metropolitana.
Sergio Crema lanciò un ultimo sguardo verso quel soffitto di cattivi presagi prima di girarsi e raggiungere l’ispettore Quadrini vicino a un tavolo intorno al quale si erano riuniti anche il sovrintendente Ansaldi e l’agente Marini.
“E allora, cosa c’è dice di nuovo in questo 3 luglio?”, domandò deciso il commissario.
“Non troppe notizie direi. Il telefonino di Mattia Ferrante risulta spento dal momento successivo alla telefonata di rivendicazione che abbiamo ricevuto, il DNA dei capelli appartiene di certo a un uomo, ma non possiamo collegarla a nessun nome e cognome a noi noto e il ricercatore, all’apparenza, sembra una persona al di sopra di ogni sospetto. Di certo la cosa più probabile è che il telefonino sia stato sottratto da qualcuno presente in biblioteca. Sembrerebbe una coincidenza un po’ forzata il fatto che il ladro abbia rubato sull’autobus il cellulare a un soggetto che casualmente si trovava in quel posto, a poche decine di metri dal monumento ”, esordì Quadrini.
“A meno che non l’abbia seguito”, obiettò Crema.
“Noi invece abbiamo fatto un giro in biblioteca e sembra che il racconto del Ferrante sia potenzialmente credibile. Un suo collega, Luca Garolfi, si ricorda di averlo visto lì quel pomeriggio. Naturalmente non sa a che ora sia andato via, ma gli pare a ridosso delle diciannove. Abbiamo parlato anche con il bibliotecario, Giulio Leonardi, ed è stato apparentemente piuttosto disponibile. Ha confermato la versione del Garolfi”, aggiunse Ansaldi che spesso faceva coppia con Marini, il più taciturno dei due.
“In che senso apparentemente?”, domandò curioso il commissario.
“Non vedeva l’ora che ci togliessimo dai piedi, in poche parole. Forse perché aveva tutti quei libri da sistemare. Deve essere un tipo piuttosto schivo”.
“Mi sembra che siamo ancora fermi ai blocchi di partenza. Forse si tratta solo di un mitomane che ci sta prendendo per il culo e mi sono sbagliato io”.
“Cosa rara, ma possibile”, ironizzò Quadrini.
“A meno che...”, riprese la parola Crema guardando in direzione della finestra dell’ufficio.
“Stai pensando che oggi ci sono delle condizioni climatiche simili a quelle di giovedì scorso?”.
“Possibile”, rispose il commissario Crema senza sbilanciarsi troppo.
“Forse hai visto troppi film ultimamente, Sergio”.
Ansaldi e Marini risero all’unisono, quasi fossero stati gemelli siamesi.
“Questo tempo di merda non dà tregua da una settimana. Oggi non è mica un’eccezione”, insistette Quadrini.
“Sì, certo, ma oggi sembra più cupo del solito...”.
Il commissario non aveva nemmeno terminato di parlare che il telefono posizionato sulla sua scrivania squillò.
I quattro poliziotti si guardarono tra loro.
Increduli.
Sergio Crema non sapeva se augurarsi che il contenuto della chiamata confermasse la sua azzardata ipotesi, appagando il proprio ego, o sperare si rivelasse di tutt’altra natura, ridimensionando nuovamente la portata dell’indagine.
Indeciso su ciò si mosse risoluto verso il proprio telefono che afferrò.
“Commissario Crema, buongiorno... Chi è lei?... Non deve permettersi di sfidarmi. Verrò a recuperare i tuoi maledetti capelli ovunque essi siano, ti avverto...”.
I tre spettatori non paganti si avvicinarono al collega, quasi per fornirgli un sostegno psicologico.
“... Ok arriviamo subito, ma non credere che questa volta la farai franca... Ti raggiungeremo fosse anche in capo al mondo, bastardo!”.
Poi mise giù il telefono e abbassò il capo.
“Era di nuovo lui?”, domandò Quadrini, preoccupato.
“No, era Kojak, è lui che ha lasciato i suoi ultimi capelli in giro come traccia da seguire”.
Ci fu un attimo di silenzio, poi il commissario scoppiò a ridere prima di commentare l’accaduto dicendo “hanno messo giù subito” che l’ispettore accolse con uno “spiritoso” colmo di un malcelato rancore per quello scherzo che, una volta tanto, l’aveva visto nel ruolo di vittima e non di carnefice.
Quando la tensione calò definitivamente tutti e quattro si fecero una grassa risata prima di mettere da parte il caso ciocca di capelli e concentrarsi sul resto del lavoro, con basi sicuramente più consistenti, che li attendeva.